
«Sto vivendo uno dei momenti di maggior consapevolezza della mia vita.»
Francesca Campora risponde così quando prova a raccontarsi. Da una sensazione prende forma il suo ritratto. Da quella rara condizione in cui ciò che si è, ciò che si fa e ciò che si desidera sembrano dialogare armoniosamente tra loro.
«Mi sento molto a mio agio con ciò che sono.»
La vitalità dei figli ancora piccoli, l’energia che continua a trovare nel proprio lavoro e la sensazione che le diverse tessere del percorso abbiano finalmente trovato il loro posto compongono oggi una stagione della vita che descrive con una parola semplice: armonia.
Forse tutto parte da lì. Dalla capacità di riconoscere i fili che collegano esperienze apparentemente lontane e di accorgersi che, a un certo punto, iniziano a comporre un disegno.
Genovese di nascita e milanese di adozione, frequenta il liceo artistico, un’esperienza che le lascia in eredità un modo personale di osservare il mondo. Più che una formazione tecnica, è un modo di osservare il mondo. Un’abitudine a cogliere connessioni, immaginare possibilità, vedere un progetto nella sua interezza prima ancora che prenda forma.
Poi arrivano gli studi in Scienze della Formazione, l’insegnamento della filosofia e della storia, l’interesse per i processi educativi e per quelle domande che continuano ad accompagnarla ancora oggi: Come si costruisce l’identità di una persona? Quali incontri, quali esperienze, quali occasioni diventano decisive nel suo percorso di crescita?
Successivamente arriva il lungo percorso professionale nel Gruppo ERG, dove segue la comunicazione aziendale durante importanti fasi di evoluzione del modello di business. Un’esperienza che aggiunge nuovi strumenti e nuove prospettive a un bagaglio già ricco di sensibilità diverse.
Nel 2013 Alessandro Garrone le propone di assumere la direzione della Fondazione Edoardo Garrone. Ripensando a quel passaggio utilizza un’immagine semplice e potente. «Come in un cubo di Rubik, tutte le facce hanno cominciato a ricomporsi.»
La progettazione appresa negli anni dell’artistico. L’interesse per l’educazione. L’esperienza nella comunicazione. L’attenzione verso le persone. Elementi diversi che, fino a quel momento, avevano seguito traiettorie autonome e che improvvisamente trovano una forma comune.
Più che un cambio di direzione, è il riconoscimento di qualcosa che era già presente. Un punto di convergenza nel quale passioni, competenze e sensibilità iniziano finalmente a dialogare tra loro.
È anche per questo che quando si parla di giovani evita le definizioni frettolose. Preferisce le domande. «I giovani mi costringono a pormi una marea di domande». È una frase che ritorna spesso nel suo racconto.
Ogni volta che sente descrivere le nuove generazioni attraverso categorie rigide, avverte il bisogno di approfondire. Dietro molti comportamenti che vengono archiviati come disagio, disinteresse o fragilità, intravede spesso una richiesta ancora in cerca di linguaggio. Una domanda che chiede di essere ascoltata.
La sua attenzione si concentra soprattutto su ciò che rischia di rimanere invisibile. Su quei talenti che emergono soltanto quando qualcuno crea le condizioni giuste perché possano manifestarsi.
In questo modo di intendere l’educazione riaffiora qualcosa che ricorda l’insegnamento di Bruno Munari, che vedeva nella creatività una possibilità appartenente a ogni persona e nell’educazione l’arte di costruire contesti capaci di farla emergere.
È una visione che attraversa tutto il lavoro della Fondazione Edoardo Garrone. Nata nel 2004 per volontà di Riccardo Garrone, la Fondazione opera oggi nella formazione delle nuove generazioni, nella promozione culturale, nell’innovazione educativa e nello sviluppo sostenibile delle aree interne del Paese. Al centro c’è sempre la stessa convinzione: investire sui giovani significa investire sul futuro delle comunità.
Dalle scuole ai percorsi di alta formazione, dall’imprenditorialità giovanile ai progetti dedicati all’Appennino, ogni iniziativa nasce dalla volontà di accompagnare persone e territori nella costruzione di nuove opportunità.
Tra tutti i progetti, ce n’è uno che racconta particolarmente bene il suo modo di intendere l’educazione. Si chiama Lo spettacolo siamo noi. Dopo gli anni della pandemia, mentre il dibattito si concentrava soprattutto sulle opportunità offerte dal digitale, la Fondazione sceglie di investire sulla presenza, sulla relazione e sull’esperienza condivisa.
Nasce così un percorso che porta il teatro nelle scuole e accompagna studenti e studentesse in un anno di scrittura, riflessione, confronto e progettazione collettiva. I ragazzi costruiscono personaggi, immaginano scenografie, scelgono musiche, elaborano temi che sentono vicini e danno vita a una vera rappresentazione teatrale aperta alla comunità.
Il cambiamento più interessante, però, accade molto prima che si alzi il sipario. Accade dentro le classi. Gli insegnanti scoprono lati dei propri studenti che non avevano mai avuto occasione di vedere. Ragazzi silenziosi trovano una voce. Altri scoprono capacità inattese. Nuovi equilibri prendono forma.
«Ridisegni proprio la geometria della classe». Poche immagini descrivono meglio ciò che accade quando qualcuno riesce a creare uno spazio autentico di crescita.
Lo stesso principio anima Arcipelago Lettori, il progetto culturale che invita a vivere la lettura come esperienza condivisa.
La scelta del nome racconta già molto. Un arcipelago mette in relazione. Connette. Accoglie.
Piazze, musei, biblioteche, palazzi storici diventano luoghi nei quali fermarsi ad ascoltare storie, incontrare persone, riscoprire il piacere del racconto e della presenza reciproca.
L’obiettivo è raggiungere anche chi non si considera abitualmente un lettore, trasformando il libro in un punto di partenza per costruire relazioni, immaginazione e senso di comunità.
Ancora una volta il centro non è l’attività. Sono le persone. Le possibilità che emergono quando qualcuno si sente accolto, riconosciuto e valorizzato.
La stessa sensibilità accompagna il lavoro che la Fondazione porta avanti negli Appennini, dove da oltre dieci anni sostiene giovani che scelgono di costruire il proprio futuro nelle aree interne, contribuendo a generare nuove forme di sviluppo economico, sociale e ambientale.
Scuola, cultura, lettura, imprenditorialità. Ambiti diversi che sembrano convergere verso una stessa idea. La fiducia. La fiducia nelle persone. La fiducia nelle nuove generazioni. La fiducia nella capacità di ciascuno di trovare una direzione autentica.
«Stai in contatto con te stessa». È il consiglio che affiderebbe a una ragazza alla vigilia dell’esame di maturità. È anche il filo che attraversa il suo percorso. Dall’aula scolastica al teatro, dai libri ai progetti per l’Appennino, Francesca Campora continua a cercare luoghi nei quali persone diverse possano riconoscere ciò che le rende uniche.
Perché ogni persona custodisce già una direzione, e il compito dell’educazione, forse, è aiutarla a emergere.
Ph. Credits: Anna Gugliandolo
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Andrea Bettini