Tancredi Vitale – La distanza necessaria

Tancredi Vitale, manager internazionale moda e sport
Tancredi Vitale, manager internazionale moda e sport

 

Un bambino cresce dentro un’azienda che sembra già il suo destino. Poi quell’azienda non c’è più. E quel destino nemmeno.
È da qui che, forse, bisogna iniziare per raccontare Tancredi Vitale.

Non da Nike. Non da Adidas. Non da Venezia. Ma da quella frattura iniziale che, molto presto, lo costringe a fare i conti con una parola che tornerà più volte nella sua vita: responsabilità.

Aveva undici anni quando perde suo padre, Maurizio Vitale. Una perdita che viene prima di tutto il resto. Prima del lavoro, prima dell’impresa, prima di qualsiasi idea di futuro. Ma Maurizio Vitale non è una figura qualsiasi nella sua storia personale: è il padre che ha fondato marchi come Robe di Kappa e Jesus Jeans. Uno di quegli imprenditori che non si limitano a stare dentro il proprio tempo. In qualche modo, lo anticipano.

Con lui, per Tancredi, non si spezza soltanto un legame affettivo. Si incrina anche l’idea di un percorso già scritto. Di una direzione già data. Di una traiettoria che sembrava quasi naturale. È lì che qualcosa si sposta.

Accanto a quella figura che viene meno, ce n’è un’altra che resta: Roberto Francardo, un secondo padre. Anche lui uomo di visione, anche lui capace di intuire prima, di rischiare, di lasciare un segno. Due presenze diverse, ma unite da una stessa tensione: non limitarsi a gestire ciò che esiste, provare a immaginare ciò che ancora non c’è.

Un’eredità così non si trasmette con un discorso. Si assorbe vivendo.

Tancredi cresce dentro un ambiente in cui impresa, creatività, sport, viaggi, intuizioni e persone si mescolano in modo naturale. Da ragazzo accompagna il padre nei viaggi di lavoro, vede le aziende, osserva gli atleti, respira un mondo in cui il prodotto non è mai soltanto prodotto. È già linguaggio. È già visione. È già immaginario.

Eppure, a un certo punto, quell’eredità smette di essere un appoggio. Diventa una domanda.

A diciannove anni lo capisce con chiarezza: nessuno costruirà la sua strada al posto suo. “Meglio farsi da sé” non è una formula da esibire. È una presa d’atto. È il momento in cui comprende che il passato può essere una forza, ma non può diventare una gabbia. Che per onorare davvero una storia, a volte, bisogna prendere distanza. Non per negare ciò che è stato. Ma per non rimanerne prigioniero.

Se c’è un filo che tiene insieme il percorso di Tancredi Vitale, è proprio questo: la capacità di allontanarsi senza recidere. Di portarsi dietro un’eredità senza lasciarsi definire soltanto da quella.

Prima l’Olanda. Poi la Germania. Poi gli Stati Uniti. Tre passaggi che non sono semplicemente geografici. Sono tre trasformazioni.

In Olanda impara il pragmatismo, la velocità della decisione, l’attitudine imprenditoriale di chi si adatta ai contesti e intanto agisce. In Germania incontra il valore della struttura, dei processi, della responsabilità. Negli Stati Uniti entra nella scala globale: team distribuiti in più continenti, culture differenti da tenere insieme, complessità quotidiana, leadership esercitata non come posa ma come responsabilità continua. Nelle sue parole, anche la dimensione di quel passaggio è chiara: quattro team, circa 150 persone, un business da 11 miliardi di dollari.

Tre mondi diversi. Tre modi di leggere il lavoro. Tre modi di stare dentro il cambiamento. E in mezzo, passaggi che gli restano addosso.

Uno su tutti: l’incontro tra Adidas e Yohji Yamamoto. Il punto in cui due universi apparentemente lontanissimi — la grande macchina sportiva e il genio creativo — si toccano e producono qualcosa di nuovo: Y-3. È lì che prende corpo un’idea destinata a restargli dentro: l’innovazione non nasce quasi mai dentro confini rassicuranti. Nasce negli attriti, nelle contaminazioni, nei cortocircuiti tra mondi diversi.

Poi arriva Nike. E lì la traiettoria si compie.

Quindici anni dentro uno dei brand più iconici del mondo, in ruoli di senior management tra Nike e Jordan, fino a guidare business e linee globali nell’abbigliamento e nelle calzature. Un’esperienza enorme, certo. Ma anche qui, per capire davvero Tancredi Vitale, i numeri non bastano. Il punto non è la dimensione. È ciò che quella dimensione gli conferma.

Perché se c’è una cosa che lui ha visto fin da bambino, è il momento in cui lo sport smette di essere soltanto performance e diventa cultura. Linguaggio. Appartenenza.

Ai suoi occhi, questo passaggio non nasce oggi. Ha radici lontane. Sta anche nell’intuizione di suo padre, quando capisce prima di altri che gli atleti non abitano solo il campo: entrano nell’immaginario, influenzano gusti, modi di vestirsi, desideri, identità.
Quando Antonio Cabrini e Marco Tardelli vengono portati fuori dal rettangolo di gioco e dentro una comunicazione nuova, non stanno semplicemente indossando delle felpe. Stanno cambiando il modo in cui lo sport entra nella vita delle persone. Da lì, quel processo non si fermerà più. Il prodotto diventa espressione. L’atleta diventa segno. Lo sport diventa linguaggio.

Ma anche i percorsi più lineari, a un certo punto, finiscono.

Per anni Tancredi Vitale sente di avere davanti una direzione nitida. Dai diciassette ai trentacinque anni è come se vivesse con un faro puntato sulla testa, sempre acceso. Sa dove andare. Sa cosa inseguire. Sa in quale direzione si sta muovendo. Poi quel traguardo arriva. E, insieme al traguardo, arriva anche lo spiazzamento. Il faro si spegne. E con lui, per la prima volta, anche la certezza della direzione.

È un passaggio molto umano. E proprio per questo prezioso. Perché arriva quando, da fuori, tutto sembrerebbe perfettamente al suo posto. Invece è lì che ricomincia il lavoro più difficile: non la conquista, ma la ridefinizione. Non l’ascesa, ma la domanda. Chi sei quando la traiettoria che ti ha portato fin lì non basta più?

Il ritorno in Italia nasce da questo punto. Non come nostalgia. Non come ripiegamento. Piuttosto come un ritorno al futuro: un modo per ritrovare le proprie origini continuando però a costruire il proprio percorso. Non tornare indietro, ma tornare con tutto ciò che il mondo ti ha insegnato, e rimetterlo in gioco in un contesto nuovo.

Venezia, allora, non è una scelta casuale. È una scelta coerente con tutto ciò che è venuto prima. Perché Venezia non è solo una città. È un nome che nel mondo porta con sé una risonanza immediata. È storia, estetica, immaginario, identità. Ed è proprio su questo crinale — città e brand, radice locale e richiamo globale — che Tancredi Vitale sente di potersi muovere in modo naturale.

Quando sceglie di mettersi alla prova al Venezia FC, porta con sé più di trent’anni di esperienza tra Olanda, Germania e Stati Uniti, e una visione maturata dentro grandi brand globali, ma riletta dentro una sfida nuova: costruire valore senza tradire l’anima.

Per lui il punto non è soltanto costruire una squadra competitiva. È contribuire a far crescere un progetto che tenga insieme sport, identità, cultura e comunità. Un club che sappia stare nel calcio contemporaneo senza rinunciare alla propria unicità. Un club che possa dialogare con la moda, con la musica, con il design, con l’arte, senza che questo sembri una sovrastruttura. Piuttosto un’estensione coerente del suo DNA.

Il rischio, in storie come questa, è sempre lo stesso: perdere l’anima inseguendo il mondo. Ma il suo ragionamento va nella direzione opposta. Non si parte dal mondo per arrivare a Venezia. Si parte da Venezia per parlare al mondo. Dalla sua storia. Dalla sua cultura. Dalla sua estetica. Dalla sua capacità, antica e insieme attualissima, di essere profondamente identitaria e naturalmente internazionale.

Per questo, ai suoi occhi, non c’è contraddizione tra radicamento e ambizione globale. C’è solo un’identità da riconoscere fino in fondo e da portare avanti con autenticità.

Quando parla del Venezia FC, Tancredi Vitale non parla solo di risultati. Parla di costruzione. Di fondamenta. Di visione lunga. Gli piacerebbe che, tra qualche anno, questo periodo venisse ricordato come il momento in cui il club ha compiuto un salto di qualità, non solo in campo, ma nella sua struttura, nella sua identità, nella sua capacità di costruire qualcosa di credibile, ambizioso e sostenibile. Un passaggio. Non un punto di arrivo.

Forse, alla fine, tutto torna lì: alla distanza iniziale. Alla necessità di allontanarsi per capire che cosa tenere davvero con sé. Alla fatica di attraversare un’eredità senza esserne schiacciati. Alla gratitudine per ciò che si è ricevuto, ma anche al coraggio di non abitare per sempre nel perimetro di quella storia.

Perché ci sono eredità che non si possono semplicemente raccogliere. Bisogna attraversarle. Metterle in discussione. A volte perfino lasciarle indietro, per scoprire che non le hai perse affatto: le hai trasformate in parte viva di te. E solo allora, forse, puoi davvero tornare.

#ToBeContinued
Andrea Bettini