
Ogni giorno milioni di fondi di caffè finiscono tra gli scarti. Laura Gallo, invece, li ha guardati come si guarda un inizio.
In fondo è quello che fa da sempre. Dove altri vedono qualcosa che ha esaurito il proprio valore, lei continua a chiedersi che cosa potrebbe ancora diventare. Uno scarto industriale. Una cooperativa sociale. Una competenza. Un incontro. Perfino una persona che il mercato rischia di lasciare ai margini.
La domanda è sempre la stessa: “E se ci fosse ancora valore?”
Molto prima che diventasse la co-founder di Coffeefrom, questa domanda aveva già iniziato a orientare la sua vita.
Da adolescente rimane davanti alla televisione mentre scorrono le immagini dei bambini africani. Sono gli anni in cui quelle campagne entrano nelle case di milioni di famiglie. Molti le guardano per qualche secondo. Lei resta. Piange. Non immagina ancora quale sarà il suo lavoro. Avverte soltanto che quelle immagini le chiedono qualcosa.
Quando arriva il momento di scegliere l’università, decide di studiare Economia Politica. Le piacciono i numeri, l’organizzazione, i modelli economici. È convinta che possano aiutare a comprendere il funzionamento del mondo.
Poi, quasi per caso, incontra un’idea destinata a cambiarle il modo di guardare quelle stesse discipline. L’economia della felicità. Scopre che i numeri possono misurare anche il benessere delle persone. Che la crescita può essere letta insieme alla qualità della vita. Che l’economia non serve soltanto a produrre ricchezza, ma può diventare uno strumento per generare valore sociale.
Sorride ancora oggi quando lo racconta. Come se, in quel momento, avesse finalmente trovato il nome di qualcosa che cercava da tempo.
A ventitré anni parte per l’India. Conosce l’inglese. Poco altro. Lavora per una ONG, torna in Italia, riparte. Lascia un impiego stabile, rientra in India per un progetto di commercio equo e solidale dedicato alle donne degli slum di Mumbai. Negli anni successivi arriveranno anche la Palestina, il Camerun e altre esperienze internazionali.
Non sta collezionando viaggi. Sta cercando una risposta. A cosa possono servire davvero le competenze di una persona? La risposta, lentamente, prende forma. A sentirsi utile.
Molti anni dopo, quando nascerà sua figlia, la chiamerà India. Non è il ricordo di un viaggio. È il modo più semplice per custodire ciò che quel Paese le ha insegnato.
C’è un altro passaggio che racconta Laura più di tante definizioni. I suoi genitori non hanno avuto la possibilità di studiare. Lei lo dice con la stessa semplicità con cui racconta tutto il resto. «Ho fatto un salto generazionale doppio.»
Dentro quella frase non c’è alcun desiderio di rivincita. C’è gratitudine. E, insieme, una responsabilità. Restituire, attraverso il proprio lavoro, ciò che la vita le ha permesso di ricevere. Forse è proprio qui che nasce il suo modo di fare impresa.
La cooperativa sociale Il Giardinone entra nella sua vita quasi per caso. «Vieni un’oretta al giorno a dare una mano con i conti». Accetta. Quell’ora diventa un pomeriggio. Poi una settimana. Poi una scelta.
Il Giardinone, da anni, crea opportunità di lavoro per persone fragili attraverso servizi ambientali destinati a imprese ed enti pubblici. Laura vi entra come consulente amministrativa, ma scopre presto qualcosa che va ben oltre i numeri.
L’impresa può produrre risultati economici e, nello stesso tempo, cambiare concretamente la vita delle persone. Non bisogna scegliere. Le due cose possono crescere insieme.
Nel 2015 arriva un’occasione destinata a lasciare il segno. Expo porta a Milano aziende, università e centri di ricerca. Lavazza, Novamont e il Politecnico di Torino stanno cercando un’impresa sociale capace di trasformare una ricerca in un progetto concreto. Il tema sono i fondi di caffè esausti.
L’idea iniziale è coltivare funghi. Nasce Fungo Box. Per molti sarebbe già un traguardo. Per Laura è l’inizio di una possibilità. “Se da uno scarto possono nascere dei funghi, cos’altro potrebbe nascere?”
L’anno successivo, nel 2016, diventa Presidente e Direttrice del Giardinone. Da quella posizione può accompagnare la cooperativa lungo una direzione che sente sempre più sua: unire innovazione, sostenibilità e impatto sociale.
Quella domanda, intanto, continua a lavorare. Passano gli anni. Arrivano chimici, ricercatori, università e partner industriali.
Nel 2022 prende forma Coffeefrom, startup innovativa a vocazione sociale che trasforma i fondi di caffè in materiali termoplastici bio-based e di riciclo, mettendo insieme economia circolare, ricerca, industria e inclusione lavorativa.
Laura, però, ci tiene a precisare una cosa. «Io non sono una chimica». In effetti, il suo lavoro è un altro. Costruire relazioni. Mettere attorno allo stesso tavolo persone che parlano linguaggi diversi. Ricercatori. Ingegneri. Multinazionali. Cooperative sociali.
«Mi piace lavorare con i big», racconta. «Perché imparo».
È un’affermazione che dice molto del suo modo di stare dentro le cose. L’ambizione non passa dal desiderio di dimostrare qualcosa. Passa dalla curiosità di continuare a crescere.
Fin dall’inizio sceglie di confrontarsi con grandi gruppi industriali. Ferrero è uno di questi. Per arrivare alla firma del contratto servono cinque anni. Cinque anni di incontri. Di attese. Di norme che ancora non esistono. Di fiducia da costruire.
Quando finalmente quel percorso si conclude, qualcuno le dice una frase che continua a ricordare con un sorriso. «Hai scalato l’Everest con le espadrillas». Ride mentre la racconta. Perché sa quanto fosse improbabile. E quanto, proprio per questo, ne sia valsa la pena.
Oggi Coffeefrom collabora con aziende internazionali, università e centri di ricerca. Il prossimo obiettivo è realizzare un impianto pilota per estrarre la nanocellulosa dai fondi di caffè e sviluppare materiali ancora più performanti per il packaging e altri settori industriali. È una sfida che richiederà nuovi investimenti, ricerca e tempo.
Laura ne parla con entusiasmo. Ma anche con realismo. L’innovazione non cresce alla velocità delle idee. Cresce alla velocità della fiducia. Bisogna convincere investitori. Aspettare che la normativa evolva. Costruire una filiera. Accettare che alcune trasformazioni abbiano bisogno di tempo. Lei, che si definisce impaziente, ha imparato anche questo.
La stessa idea attraversa anche la sua vita fuori dall’azienda. In casa non c’è la televisione. Ai figli il primo smartphone arriva solo a quattordici anni. Prima vengono i viaggi, gli incontri, le culture diverse, le esperienze condivise. Non perché debbano diventare come lei. Perché possano scoprire chi desiderano essere.
E, in mezzo a giornate dense di lavoro, Laura prova a non dimenticare una regola che si è data da tempo. «Almeno un minuto al giorno bisogna divertirsi». Detta così sembra una frase leggera. In realtà racconta un equilibrio conquistato.
Quando incontra studenti e ragazzi, il messaggio che lascia è sempre lo stesso. Si può immaginare un prodotto che ancora non esiste. Si può costruire un lavoro che piace. Ci si può sentire utili migliorando la vita degli altri. Poi aggiunge una frase che, probabilmente, racconta anche il suo percorso. «Si può imparare a far accadere le cose».
Coffeefrom è l’ultima tappa di un viaggio iniziato molti anni fa, davanti a un televisore acceso. Da allora Laura Gallo continua a fare la stessa cosa. Immaginare possibilità dove altri vedono soltanto un limite. Poi, con pazienza, relazioni e competenze, prova a farle accadere. Finora, è andata così.
#ToBeContinued
Andrea Bettini