Luigi Bergamo – Costruire una sensazione

Luigi Bergamo, CEO & Founder di Q36.5
Luigi Bergamo, CEO & Founder di Q36.5

 

Da ragazzo aspetta ogni mese che in edicola arrivi Bici Sport. Non sa in quale giorno comparirà sullo scaffale. Per questo passa davanti all’edicola quasi ogni mattina.

Aspetta. Aspetta una rivista, una fotografia, un racconto di gara. Aspetta anche il momento in cui riuscirà a comprare una bicicletta migliore, un paio di tubolari nuovi, un capo tecnico che ha visto indossare ai professionisti.

Ogni conquista richiede tempo. Ogni desiderio ha bisogno di maturare.

Guardando indietro, Luigi Bergamo pensa che quella sia stata una fortuna. L’attesa insegnava il valore delle cose.

Anche la bicicletta arriva così. Prima ancora delle competizioni, dei risultati o del lavoro che verrà, c’è il piacere di pedalare sulle strade delle Dolomiti. C’è il senso di libertà che prova ogni volta che può scegliere una salita diversa, una strada nuova, un orizzonte da raggiungere.

Molti anni dopo continuerà ancora a cercare quella stessa sensazione. Solo che, nel frattempo, avrà imparato a costruirla.

La passione diventa un mestiere quasi naturalmente. Dopo gli studi entra in Assos, azienda svizzera che rappresenta uno dei punti di riferimento mondiali nell’abbigliamento tecnico per il ciclismo.

Rimane quasi vent’anni. Vive dall’interno la trasformazione dell’azienda, cresce fino al ruolo di Vice CEO e contribuisce allo sviluppo di prodotti che diventano un riferimento internazionale.

Eppure, a un certo punto, qualcosa cambia. Lo racconta con una semplicità che rende ancora più forte quel momento.

La storia con Assos assomiglia a una lunga storia d’amore. Alcune durano una vita. Altre arrivano al momento in cui diventa giusto salutarsi.

Quando comunica al proprietario la decisione di lasciare l’azienda, entrambi si commuovono. C’è perfino qualche lacrima. Non perché quel percorso sia stato un errore. Al contrario. Proprio perché è stato importante.

A un certo punto affiora una sensazione precisa. Il tempo comincia a sembrargli troppo prezioso per continuare un percorso che sente ormai compiuto. Il desiderio prende una direzione. Tornare a Bolzano. Ritrovare le sue montagne. Costruire qualcosa che possa esprimere fino in fondo la propria idea di prodotto.

Nel 2013 quella ricerca prende finalmente un nome: Q36.5.

La spiegazione è tecnica. La “Q” deriva dal latino quaerere, cercare. Il numero 36.5 richiama la temperatura ideale del corpo umano. Il significato, però, va molto oltre un marchio.

Per Luigi, cercare significa continuare a interrogarsi su come il corpo reagisce allo sforzo, su come un tessuto possa accompagnare il movimento, su come un capo possa aiutare una persona a sentirsi meglio mentre pedala.

È questo il motivo per cui rifiuta l’idea del prodotto perfetto. «Il successo non è fare il prodotto migliore. È riuscire a offrire una sensazione diversa».

In fondo, ogni ciclista conosce quella differenza. La si percepisce appena si indossa un capo. Prima ancora di riuscire a spiegarla.

Accanto a lui, fin dall’inizio di questa nuova avventura, c’è Sabrina Emmasi. Compagna nella vita e nell’impresa. Se Luigi immagina il prodotto, Sabrina costruisce l’organizzazione che gli permette di esistere. Lui parla di materiali, tessuti, ricerca e produzione. Lei dà forma alla struttura, ai processi, alle persone.

Quando ripensa alla crescita dell’azienda, Luigi utilizza un’immagine semplice. Dice che Sabrina ha costruito il telaio. È un’immagine che racconta molto anche del loro rapporto. In una bicicletta ogni componente ha una funzione diversa. Solo quando ciascuna trova il proprio equilibrio il viaggio può iniziare.

Con il tempo Q36.5 cresce. Da due persone diventa una realtà internazionale con circa cinquanta collaboratori. La filiera rimane interamente italiana. Progettazione, sviluppo e produzione continuano a vivere all’interno di un raggio di circa trecentocinquanta chilometri. Una scelta industriale, certo. Prima ancora, una scelta culturale.

Per Luigi il Made in Italy non rappresenta uno slogan. È il modo migliore che conosce per custodire competenze, dialogare ogni giorno con gli artigiani, migliorare continuamente il prodotto senza perdere il contatto con chi lo realizza.  Anche gli errori diventano parte di questo percorso.

Quando decide di entrare nel mondo delle scarpe, scopre un universo completamente diverso. I primi anni sono complicati. Molte soluzioni devono essere ripensate.

Ogni difficoltà, però, lascia una conoscenza che rimane dentro l’azienda. Per questo oggi considera proprio quel progetto uno dei passaggi più importanti della propria storia. Gli ha insegnato che l’esperienza più preziosa è quella conquistata dettaglio dopo dettaglio.

Ogni giorno, all’ora di pranzo, Luigi sale ancora in bicicletta. Un’ora. A volte poco più. Pedala spesso da solo. Qualcuno potrebbe immaginare che serva ad allenarsi. In realtà quello è il momento in cui pensa. Le idee prendono forma. Le decisioni trovano ordine. Le domande rimaste aperte cercano una risposta.

La bicicletta continua a essere il luogo in cui tutto ricomincia. Esattamente come accadeva sulle strade delle Dolomiti quando era ragazzo.

È proprio questa la ricerca che attraversa tutta la sua storia. Continuare a costruire prodotti che permettano ad altri di provare quella stessa sensazione di libertà che lui ha conosciuto tanti anni fa, quando una salita valeva molto più della sua cima e ogni conquista aveva il tempo lento dell’attesa.

#ToBeContinued
Andrea Bettini