Livio Gemmo Junior – Il peso leggero di un nome

Livio Gemmo, CEO Livio Gemmo Srl
Livio Gemmo, CEO Livio Gemmo Srl

 

Il primo dono che riceve è anche la sua prima responsabilità.

Si chiama Livio, come il nonno che nel 1919 fonda l’azienda di famiglia. Quel nome attraversa i racconti di casa, vive nelle fotografie in bianco e nero, compare sulle vecchie fatture conservate negli archivi. Ancora prima di comprenderlo davvero, gli viene affidata una storia.

Con gli anni quella storia diventa una domanda. «Sarò all’altezza?»

È una domanda silenziosa. Nessuno gliela pone. È lui a portarla dentro di sé.

All’università studia Ingegneria Energetica. Gli esami li prepara con rigore assoluto. Si presenta soltanto quando sente di sapere tutto. Ogni dubbio gli sembra una crepa troppo grande.

Oggi sorride ripensandoci. «Uno normale impiegava un anno. Io ce ne mettevo quattro.»

Dietro quella lentezza non c’è mancanza di preparazione. C’è un eccesso di responsabilità. Ha l’impressione che, entrando in quell’aula, vengano giudicati insieme a lui suo padre, suo nonno, l’azienda, il cognome che porta.

Quando interrompe gli studi per entrare in impresa, vive quella scelta come una sconfitta. Gli mancano tre esami e la tesi. Per molto tempo continua a pensare di non essere abbastanza.

Un giorno chiede al padre quale sarà il suo lavoro. La risposta arriva in una sola parola. «Osserva».

Passano alcune settimane. «E adesso?»

«Osserva.»

Dopo qualche mese insiste ancora. Il padre sorride. «Per almeno dieci anni.»

Allora osserva davvero. Osserva i cantieri. Le mani degli elettricisti. I progettisti. I clienti. Le riunioni. I silenzi. Le persone. Scopre che il sapere più prezioso raramente si trova nei libri. Abita nell’esperienza.

Nel frattempo continua a osservare anche sé stesso.

Le emozioni gli arrivano addosso con un’intensità difficile da contenere. La paura del giudizio lo blocca. Parlare in pubblico diventa quasi impossibile. Così inizia a scrivere. Non per pubblicare. Per respirare.

Ogni poesia dà un nome a un’emozione. La rabbia. L’entusiasmo. La paura. La poesia diventa il luogo dove rimette ordine dentro di sé.

Un giorno un amico gli propone una cosa che sembra impossibile. «Perché non le reciti?»

Sorride. Lui, che fatica perfino a prendere la parola davanti a poche persone. Eppure sale su un palco. Le poesie le conosce a memoria. Per la prima volta scopre che esiste una differenza enorme tra parlare e cercare di dimostrare qualcosa.

Quando smette di dimostrare, riesce finalmente a comunicare. Quella scoperta rimane con lui. Anche in azienda.

Gli anni passano. Il padre viene a mancare. Arriva il momento che per tutta la vita aveva temuto. Le decisioni diventano sue.

Ridisegna l’organizzazione. Costruisce una nuova squadra. Cerca persone sincere. Persone capaci di contraddirlo. Persone che preferiscano una verità scomoda a un consenso comodo. Sa che un’azienda cresce soltanto quando qualcuno ha il coraggio di dire ciò che gli altri preferirebbero tacere.

All’inizio qualcuno lo guarda con prudenza. È il figlio. È il nipote. È quello che scrive poesie. Poi succede qualcosa.

Comincia a decidere. Qualche scelta divide. Altre sorprendono. I risultati arrivano. L’azienda cambia passo.

Un giorno si accorge di una cosa. Per tutta la vita aveva cercato prove per convincersi di essere all’altezza. Adesso gli basta fare il proprio lavoro.

È una differenza enorme. Perché la fiducia non nasce quando gli altri iniziano a credere in lui. Nasce quando smette di processare sé stesso.

Anche il futuro che immagina racconta questa trasformazione. Vorrebbe cabine elettriche che sappiano emozionare oltre che funzionare. Vorrebbe luoghi di lavoro nei quali le persone entrino volentieri il lunedì mattina. Vorrebbe un’impresa capace di tenere insieme ingegneria e cultura, precisione e immaginazione, tecnologia e bellezza.

Per questo continua a sostenere che, mentre l’intelligenza artificiale renderà le macchine sempre più potenti, diventeranno ancora più preziose qualità profondamente umane come la creatività, l’intuizione, la ricchezza del linguaggio e la capacità di costruire relazioni autentiche.

Qualche anno fa la città di Thiene decide di assegnargli un riconoscimento per il centenario dell’azienda. Lui pensa di non meritarlo. Così prende una decisione. Prima di salire su quel palco ricostruirà tutta la storia della sua famiglia.

Per mesi raccoglie fotografie. Documenti. Lettere. Fatture. Ogni sera aggiunge un tassello. Crede di scrivere un libro sul nonno. In realtà sta imparando a conoscere il ragazzo che, per tanti anni, aveva avuto paura di portarne il nome.

Alla fine del lavoro succede qualcosa. Si innamora della storia della sua azienda. E, forse per la prima volta, comprende davvero anche la propria.

Oggi suo figlio Giorgio ha sei anni. Se un giorno gli chiederà quale sia il primo lavoro da fare entrando in azienda, la risposta è già pronta. La stessa ricevuta molti anni prima. «Osserva.»

Poi lo lascerà libero. Perché ha capito che un’eredità non consiste nel chiedere a qualcuno di diventare come chi lo ha preceduto. Consiste nel metterlo nelle condizioni di diventare pienamente sé stesso.

È proprio questo il significato più profondo di quel nome ricevuto alla nascita. Per molti anni gli è sembrato un’eredità da sostenere. Oggi è diventato una casa da abitare.

#ToBeContinued
Andrea Bettini