
Da bambino passava ore in un laboratorio pieno di schede madri, componenti smontati, vecchie GPU e computer lasciati aperti sul banco. Non era una cameretta piena di poster tecnologici. Era il retrobottega dell’attività di famiglia ad Altamura.
Suo padre, dopo gli anni da tecnico Olivetti, aveva aperto un piccolo negozio di informatica. E Giacomo Barone cresce lì dentro. Tra cavi, processori e pezzi da rimettere insieme.
Molto prima che l’intelligenza artificiale diventasse il centro delle conversazioni globali, lui aveva già imparato una cosa: che dietro ogni tecnologia esiste sempre un’infrastruttura invisibile che la rende possibile.
È anche per questo che oggi, a trentadue anni, quando gli chiedono cosa faccia davvero con la sua startup deeptech Hiop, invece di partire da definizioni sofisticate, risponde semplicemente così: “Il fattorino dei dati”.
Detta così sembra quasi una battuta. In realtà è probabilmente il modo più preciso per raccontare il lavoro che lui e il suo team stanno facendo dentro una delle trasformazioni tecnologiche più importanti di questo tempo.
Perché mentre il mondo osserva l’intelligenza artificiale attraverso chatbot, immagini generate e assistenti virtuali, Giacomo Barone lavora sotto il cofano. Nel punto in cui i dati devono essere raccolti, organizzati, trasportati e resi affidabili perché tutto il resto possa funzionare davvero.
È curioso pensare che una parte di questa traiettoria sia iniziata proprio ad Altamura. Una città che lui continua a sentire profondamente sua. Non come nostalgia. Come identità. “Altamura è molto più interessante di quello che sembra da fuori”, racconta. Lo dice con il tono di chi non ha bisogno di rivendicare le proprie origini, ma sente il desiderio di restituire complessità a un territorio che troppo spesso viene osservato superficialmente.
Per questo, anche oggi che Hiop lavora con aziende internazionali e sviluppa infrastrutture dati per realtà sempre più strutturate, una delle sedi resta lì. In Puglia. Perché il suo percorso parte da lontano, ma non nasce da una fuga. Nasce da uno slancio.
Nel 2012 parte dalla Puglia per trasferirsi a Milano e studiare in Bocconi. Sono gli anni della crisi economica. In famiglia, come in molte piccole imprese italiane, il clima non è semplice. Attorno a lui vede fatica, instabilità, tensione economica, e forse anche per questo cresce velocemente.
La tecnologia, però, nel frattempo, continua ad accompagnarlo. Prima come curiosità. Poi come linguaggio. Poi come possibilità concreta.
Mentre studia Economia Aziendale e Marketing Management, continua a programmare da autodidatta. Lavora prestissimo. A diciannove anni entra in JEME Bocconi, la junior enterprise universitaria gestita direttamente dagli studenti. Una vera società di consulenza dentro l’università. È lì che succede qualcosa di importante.
Per la prima volta tecnologia, business e persone smettono di essere mondi separati. Di giorno studia statistica, economia e marketing. Nel frattempo sviluppa software, lavora sui dati, costruisce progetti cloud, si occupa di analytics. Inizia a collaborare con realtà legate a Google Cloud, lavora su processi di trasformazione data-driven, entra sempre più dentro quel mondo in cui infrastrutture, informazioni e capacità decisionale iniziano a fondersi. Ma il punto decisivo arriva quasi in silenzio.
Nel 2015 Google rilascia TensorFlow in open source. Per molti è solo una notizia tecnica. Per lui è una scossa. Perché improvvisamente il deep learning smette di essere qualcosa di lontano dai laboratori di ricerca e diventa una tecnologia che può essere toccata, sperimentata, costruita. E lì riaffiora tutto. Le GPU viste da bambino. I computer smontati nel laboratorio del padre. Le schede NVIDIA recuperate anni prima quasi per gioco.
“Papà, ne hai ancora una?”. Ne recupera una vecchia. Un laptop enorme, mezzo distrutto, con pochissima memoria. Ed è lì sopra che Giacomo inizia a fare i primi esperimenti di deep learning.
Guardando oggi quella traiettoria, lui stesso riconosce quanto ci fossero già tanti fili collegati tra loro. Non un percorso lineare. Piuttosto una serie di incastri che, col tempo, hanno iniziato a prendere forma. Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti del suo sguardo.
Giacomo Barone non parla mai della tecnologia come di qualcosa di magico. La racconta quasi come un fenomeno geologico. Strati che si sovrappongono. Prima il software tradizionale. Poi internet. Poi il cloud. E adesso questo nuovo livello ancora instabile, in continua evoluzione, che è l’intelligenza artificiale generativa.
“Viviamo una fase di consolidamento di un nuovo layer”, dice. Un momento in cui le regole non sono ancora definitive. In cui tutto cambia velocemente. In cui le aziende nascono e spariscono nel giro di pochi mesi. E in cui capire dove posizionarsi diventa fondamentale.
Hiop nasce esattamente dentro questo spazio. Fondata nel 2020 insieme a Vincenzo Marino ed Enrico La Sala, la startup sviluppa tecnologie che permettono di progettare, muovere e arricchire i dati attraverso l’intelligenza artificiale. Ma soprattutto prova a risolvere un problema enorme e spesso invisibile.
Perché oggi i data scientist dedicano gran parte del proprio tempo non alla creazione di modelli AI, ma alla preparazione dei dati. Pulirli. Organizzarli. Recuperarli. Renderli coerenti. È lì che si blocca gran parte della trasformazione tecnologica delle aziende. Ed è lì che Hiop prova a intervenire.
Non stupisce allora che Giacomo utilizzi continuamente metafore legate alla logistica. Per spiegare Hiop parla di corrieri, di delivery. “Se l’e-commerce ha bisogno di infrastrutture che portino il pacco da un punto A a un punto B, l’AI ha bisogno di infrastrutture che portino i dati nel posto giusto, nel momento giusto”. Il loro lavoro è questo. Fare arrivare il “pacchetto” corretto davanti alla porta di un sistema AI. In modo veloce. Preciso. Affidabile. E questa visione oggi sta iniziando a tradursi in applicazioni molto concrete.
Dalle infrastrutture dati sviluppate insieme a La Piadineria per integrare e gestire milioni di informazioni legate alle esperienze di acquisto, fino ai progetti nel settore energetico con TaDa, dove Hiop lavora su sistemi capaci di elaborare enormi quantità di dati provenienti dai contatori intelligenti.
Sempre nello stesso punto. Quello invisibile. Quello che normalmente nessuno vede, ma senza il quale tutto il resto smette di funzionare.
Eppure, nonostante il livello tecnico del suo lavoro, Giacomo conserva un approccio sorprendentemente pragmatico. Quando parla con imprenditori che non conoscono il linguaggio dell’intelligenza artificiale, non parte mai dalla tecnologia. Parte dai problemi. Dal direttore che non riesce a leggere i dati corretti. Dall’imprenditore che deve capire l’impatto dei dazi sulla marginalità. Dal manager che ha bisogno di informazioni affidabili per prendere decisioni rapidamente. La tecnologia arriva dopo. Quasi sempre. Prima vengono le persone.
È anche per questo, dentro Hiop, continua a cercare contaminazioni continue. Culture diverse. Prospettive diverse. Persone diverse.
Qualche anno fa ha portato parte del team internazionale ad Altamura durante la festa medievale della città. A un certo punto si è ritrovato a osservare un ragazzo indiano mangiare bruschetta barese nel mezzo di una festa popolare pugliese. E lì, racconta, ha avuto la percezione concreta di quanto possano essere belli gli incastri tra mondi lontani.
Fuori dal lavoro continua a cercare proprio questo. Arte contemporanea. Architettura. Mostre. Luoghi nuovi. Come se avesse bisogno, continuamente, di uscire dai propri schemi per poter continuare a vedere meglio anche la tecnologia.
Perché in fondo, ascoltandolo parlare, emerge una sensazione precisa: Giacomo Barone non sembra interessato a inseguire una destinazione definitiva. Preferisce il movimento. Lo steering, come lo chiama lui. L’idea che si possa fissare una direzione senza irrigidirsi su un punto esatto d’arrivo.
“Molte persone sono troppo strutturate nel costruire il proprio percorso”, racconta. “Io ho sempre trovato più utile fissare una zona. Sapere più o meno dove volevo andare. E poi guidare”.
È proprio questo che rende la sua storia così contemporanea. Non l’illusione di avere tutto sotto controllo. Ma la capacità di muoversi dentro la complessità senza perdere orientamento. Anche quando il vento cambia direzione.
#ToBeContinued
Andrea Bettini