
Per mesi quella brochure rimane sulla sua scrivania.
Racconta la storia di una startup siciliana e di un’idea tanto semplice quanto audace: trasformare gli scarti delle arance in un materiale innovativo.
Stefano Mazzetti la vede ogni giorno. La sfoglia. La rimette al suo posto. Poi torna al lavoro.
La direzione che ha davanti è chiara. Sta costruendo il percorso che aveva immaginato fin da ragazzo. Eppure quella brochure non se ne va. Rimane lì. Perché Stefano ha sempre avuto una particolare attrazione per le possibilità che gli altri non vedono ancora.
Da ragazzo immagina il proprio futuro tra pistoni, motori e meccanica.
L’ingegneria meccanica al Politecnico di Milano sembra la naturale conseguenza di una passione coltivata fin da bambino. Poi arrivano Bosch, Brembo e infine Ferrari.
La traiettoria è perfetta. Quella che molti giovani ingegneri sognano.
Quando entra a Maranello ha la sensazione di essere arrivato nel luogo che aveva immaginato per anni. «L’Olimpo», lo definisce ancora oggi.
Eppure, proprio quando raggiunge la vetta che aveva inseguito così a lungo, si accorge che ciò che lo entusiasma davvero non è il punto d’arrivo. È ciò che ancora deve accadere.
In Ferrari inizia a occuparsi anche di innovazione. Nuove tecnologie. Nuovi progetti. Nuove startup. È lì che sviluppa una capacità che diventerà la sua vera firma professionale: riconoscere il potenziale prima che diventi evidente.
Non si tratta soltanto di intuito. È curiosità. È metodo. È la disponibilità ad ammettere di non aver capito abbastanza. «Se una cosa non l’hai capita, chiedi. E continua a chiedere finché tutto non diventa chiaro.»
Una lezione semplice che continua a portarsi dietro ancora oggi. Perché capire davvero qualcosa richiede tempo. Richiede domande. Richiede la disponibilità di restare nell’incertezza più a lungo degli altri.
Dietro quella brochure c’è Ohoskin. All’epoca l’azienda è poco più di una promessa. Un prototipo. Una visione. L’idea di trasformare sottoprodotti della lavorazione delle arance siciliane in un materiale destinato alla moda, al design e all’automotive.
Molti vedono una startup. Lui vede una possibilità. E fa quello che ha sempre fatto davanti a qualcosa che lo incuriosisce: cerca di capirla. Fa domande. Approfondisce. Osserva. Mette alla prova le proprie convinzioni.
Più entra dentro Ohoskin, più si rende conto che il problema non è la tecnologia. La tecnologia esiste. I brevetti esistono. La visione esiste. Manca qualcos’altro. Manca il passaggio più difficile. Trasformare una possibilità in un’impresa.
All’inizio entra come mentor. Poi come consulente. Poi decide di fare un passo ulteriore.
Stefano non è il fondatore che ha avuto l’intuizione iniziale. E forse è proprio questo a rendere la sua storia particolare. Perché decide di credere nel sogno di qualcun altro. Di investirci tempo. Competenze, e infine una parte importante della propria vita.
I primi anni sono tutt’altro che semplici. Tagli ai costi. Clienti da conquistare. Debiti da gestire. Fatturati ancora lontani dalle ambizioni. La necessità quotidiana di convincere aziende e partner a dare una possibilità a qualcosa che non hanno mai visto prima. In più di un’occasione l’equilibrio dell’azienda appare fragile. Eppure continua. Forse perché il suo rapporto con il rischio è diverso da quello di molte persone. Ciò che lo spaventa davvero non è l’incertezza. È smettere di credere in qualcosa che ha imparato a comprendere fino in fondo.
Oggi Ohoskin continua a crescere. Nuovi clienti. Nuovi mercati. Nuove applicazioni. Ma i momenti che preferisce restano altri. Sono quelli in cui racconta il materiale a qualcuno per la prima volta. All’inizio ascoltano. Poi toccano il campione. Lo osservano. Lo annusano. E all’improvviso cambia qualcosa. Gli occhi si illuminano. La conversazione cambia tono. L’idea diventa reale.
È lo stesso momento che aveva vissuto lui anni prima. Quando aveva capito che quella brochure raccontava molto più di un materiale.
Alla fine, Stefano Mazzetti continua a definirsi un entusiasta dell’innovazione. Ma forse la parola giusta è un’altra: esploratore.
Uno di quelli che continuano a fare domande quando gli altri hanno già trovato una risposta. Uno di quelli che non hanno paura di dire «non ho capito». Uno di quelli che si fermano davanti a qualcosa che nessuno nota e decidono di osservarla più a lungo. Finché non riescono a vedere ciò che potrebbe diventare.
È proprio lì che cominciano tutte le sue storie. Nel momento in cui gli altri vedono ciò che è. E Stefano vede già ciò che sarà.
#ToBeContinued
Andrea Bettini