
Alessandro Berton ha una curiosa abitudine.
Quando ripensa al proprio percorso non lo racconta come una carriera. Lo divide in vite.
La prima è finita molti anni fa. La seconda è quella che sta vivendo oggi. Della terza conosce soltanto una cosa: prima o poi arriverà.
Non è un modo poetico per mettere ordine nei ricordi. È il modo in cui ha sempre affrontato il cambiamento. Ogni volta che la vita gli ha chiesto se restare dov’era o prendere il largo, ha scelto di partire.
Nasce a Venezia, cresce a Jesolo. È figlio di un muratore e di una cameriera. Attorno a lui il lavoro ha il ritmo delle stagioni e il profumo della salsedine. Da bambino, però, il mare non è ancora un mestiere. È il posto dove immagina che il mondo cominci davvero.
Passa ore tra i romanzi di Jules Verne e le fotografie di Jacques Cousteau. Ogni pagina gli suggerisce la stessa idea: il mondo è sempre un po’ più grande dell’orizzonte che si vede dalla riva. Così parte.
Prima la Marina Militare. Poi le Maldive. I villaggi turistici. Il Mar Rosso. L’Africa.
Comincia accompagnando i subacquei. Diventa responsabile dei diving. Direttore di villaggio. Coordina strutture internazionali. Vive per anni su una barca, attraversando mari e incontrando persone provenienti da ogni parte del mondo.
A guardarlo da fuori sembrano vent’anni trascorsi cambiando luoghi. In realtà sta facendo qualcos’altro. Sta imparando.
Osserva migliaia di persone partire per una vacanza. Cambiano le lingue, le culture, le destinazioni. Una cosa, invece, rimane identica. Le persone cercano molto più di un luogo dove trascorrere qualche giorno. Cercano un’esperienza capace di restare con loro anche dopo il ritorno.
È lì che il turismo smette di essere un settore. Diventa un linguaggio.
In quegli anni incontra la donna con cui condividerà a lungo quella vita. Insieme lasciano le grandi organizzazioni, acquistano una barca, poi una seconda, e costruiscono una propria attività di charter. Per quindici anni il mare diventa casa. Poi cambia il mondo.
Nel giro di pochi mesi gli equilibri geopolitici dell’area si spezzano. Il turismo che aveva sostenuto quella vita rallenta drasticamente. Le settimane di charter si riducono fino quasi a scomparire.
Molti avrebbero cercato un altro mare. Lui torna sulla stessa spiaggia dalla quale era partito. Solo che non è più lo stesso uomo. Porta con sé vent’anni di esperienze, di incontri, di errori, di intuizioni. E soprattutto uno sguardo diverso.
Capisce che tutto ciò che ha imparato viaggiando non appartiene alle Maldive, al Mar Rosso o ai villaggi turistici. Può vivere anche lì. Sulla costa dell’Adriatico.
Comincia così a osservare la spiaggia con occhi nuovi. Per molti rappresenta il luogo dove si allineano ombrelloni e lettini. Per lui è il fondamento dell’intera economia turistica. Il Beach Club non è il traguardo. È soltanto il mezzo. Il vero progetto è tutto ciò che può nascere intorno a quel tratto di costa.
Occupazione. Qualità dell’accoglienza. Rigenerazione urbana. Inclusione. Sostenibilità. Valore per le comunità che quel territorio lo abitano ogni giorno, molto prima dell’arrivo dei turisti.
L’esperienza maturata nei grandi villaggi internazionali e gli studi giuridici che nel frattempo porta a termine iniziano improvvisamente a convergere.
La spiaggia diventa un’impresa complessa. Un ecosistema. Proprio come quelli che osservava sott’acqua durante le immersioni. Ogni elemento trova significato soltanto in relazione agli altri. Gli alberghi. La ristorazione. Lo sport. L’accessibilità. L’ambiente. Gli operatori economici. I residenti. Gli ospiti.
Non esistono compartimenti separati. Esiste un equilibrio da costruire.
Quando l’incertezza sul futuro delle concessioni balneari mette il settore davanti a un cambiamento destinato a ridefinirne le regole, Alessandro Berton sceglie di fare una cosa diversa.
Mentre molti discutono di come difendere il presente, lui si chiede quale forma dovrà avere il turismo dei decenni successivi.
È convinto che la competitività delle coste italiane non dipenderà dalla capacità di conservare modelli ormai esauriti, ma dal coraggio di costruirne di nuovi. La spiaggia, nella sua idea, smette di essere un semplice spazio dove vengono erogati servizi e diventa una piattaforma capace di generare sviluppo, qualità, benessere e valore condiviso.
Quella che all’inizio sembrava soltanto una visione, negli anni diventa un metodo. Non rimane affidata alle intuizioni. Si traduce in progetti che dimostrano come un modo diverso di immaginare la spiaggia possa generare impresa, qualità, rigenerazione urbana e valore per un territorio.
Eraclea è uno dei primi laboratori di questo approccio. Lo storico Des Bains del Lido di Venezia torna a essere un luogo vivo. A Jesolo nasce un progetto che riunisce decine di operatori attorno a una gestione condivisa del litorale, dimostrando che competizione e collaborazione possono convivere.
Negli anni arrivano riconoscimenti, incarichi istituzionali e responsabilità sempre maggiori. Lui continua a considerarli una conseguenza. Ciò che gli interessa davvero è vedere un’idea diventare realtà.
Quando parla del futuro non cita nuovi traguardi professionali. Sorride. Dice che ci sarà una terza vita. Vorrebbe ritrovare più tempo per il mare. Navigare. Immergersi. Continuare a immaginare.
Perché, in fondo, il mare gli ha insegnato molto più di un mestiere. Gli ha insegnato che ogni approdo è soltanto l’inizio della rotta successiva.
Ogni tanto riesce ancora a ritagliarsi una giornata tutta per sé. Sale sulla sua barca a vela. Spegne il telefono. Lascia che sia il vento a fare il suo lavoro.
La sua barca si chiama Infinity. Non sembra una coincidenza. Da bambino guardava la linea dell’orizzonte immaginando tutto ciò che ci fosse oltre. Oggi sa che l’orizzonte ha un’altra funzione. Non serve a dirti dove finisce il mare. Serve a ricordarti che ogni volta che credi di essere arrivato, esiste ancora un luogo verso cui continuare a navigare.
#ToBeContinued
Andrea Bettini