Daniele Frappelli – Costruire ponti

Daniele Frappelli, Founder & President di WAC - World Abroad Connect
Daniele Frappelli, Founder & President di WAC – World Abroad Connect

 

A ventitré anni atterra all’aeroporto di Atlanta con una valigia, un accordo con un’università americana e un’idea che, a raccontarla ai tempi, sembrava quasi impossibile. Vuole portare la porchetta di Ariccia negli Stati Uniti.

Si guarda intorno e pensa una cosa sola. «Stavolta l’ho fatta proprio grande. Adesso dove vado?»

È l’inizio di una storia che, almeno all’apparenza, parla di imprenditoria, di America e di università. Ma sotto la superficie racconta qualcosa di diverso.

Racconta il percorso di una persona che ha passato vent’anni a costruire ponti. Prima tra due Paesi. Poi tra università e imprese. Tra studenti e territori. Tra ciò che si impara in aula e ciò che accade fuori.

Molto prima di attraversare l’oceano, però, Daniele Frappelli immagina un futuro completamente diverso.

Studia Scienze Politiche all’Università Roma Tre. A vent’anni è già consigliere comunale. Collabora con il Ministero degli Affari Esteri. Intorno a lui tutti immaginano una carriera diplomatica o istituzionale. Anche lui ama la politica. Ma dentro di sé coltiva un’idea precisa. Vuole contribuire al proprio Paese senza dipendere dalla politica.

La svolta arriva quasi per caso. Il padre, appena eletto sindaco di Ariccia, sta lavorando per creare una collaborazione con Auburn University, in Alabama. Gli chiede di accompagnarlo negli Stati Uniti. Durante uno degli incontri qualcuno racconta che l’Alabama è una delle grandi terre dell’allevamento americano. Daniele ascolta. Poi fa una domanda.

«Perché non portiamo qui la porchetta di Ariccia?»

I produttori non se la sentono. Lui sì. Parte da solo.

Quando arriva negli Stati Uniti non conosce davvero il mercato americano. L’inglese lo imparerà vivendo lì. Non dispone di grandi risorse economiche. Ha ventitré anni e una convinzione che vale più di qualsiasi business plan: le opportunità non aspettano che ci si senta pronti.

I primi panini con la porchetta finiscono negli stadi del football americano. Poi arrivano i premi internazionali. Le richieste da decine di Stati. Le aziende. Gli errori. Le cadute.

Ci sono settimane in cui tutto sembra funzionare. E altre in cui bisogna trovare il modo di tenere viva l’impresa un giorno in più.

Ripensando a quegli anni sorride. Dice che mangiava «caviale e McDonald’s a settimane alterne».

È la sua maniera di raccontare ciò che ogni imprenditore conosce bene: il successo raramente procede in linea retta.

Proprio mentre costruisce quell’esperienza imprenditoriale, succede qualcosa che cambia la direzione del suo percorso.

L’università con cui collabora non vede più soltanto un imprenditore. Vede qualcuno capace di creare connessioni. I professori iniziano a coinvolgerlo nei progetti internazionali. Gli chiedono aiuto per sviluppare programmi in Italia. Daniele accetta. Non immagina ancora che quella richiesta finirà per cambiare la sua vita molto più della porchetta.

Nel frattempo incontra Candida Zarrelli. Diventerà sua moglie. Ma prima ancora diventa la persona con cui condividere una visione.

Quando nasce il primo progetto dedicato ai programmi universitari internazionali, è lei a prenderne in mano la parte operativa mentre lui continua a svilupparne la direzione strategica.

Da quell’intesa nascerà, negli anni, Knowhow.org. Molti pensano che sia una piattaforma educativa. In realtà è qualcosa di più. È il tentativo di risolvere una domanda che Daniele si porta dietro da anni. Perché ciò che impariamo all’università così spesso rimane separato dal mondo reale?

Negli Stati Uniti scopre un sistema capace di trasformare la ricerca in impresa con una velocità sorprendente. In Italia continua invece a vedere territori straordinari, imprese eccellenti, cultura e creatività che troppo spesso non dialogano abbastanza con chi sta studiando per costruire il proprio futuro.

Non sceglie quale dei due modelli sia migliore. Prova a farli incontrare.

Nasce così un progetto che porta studenti americani a vivere, studiare e lavorare dentro le città europee, collaborando con imprese, istituzioni e organizzazioni del territorio. Non un semplice periodo di studio all’estero. Un’immersione nella complessità. Perché imparare significa anche confrontarsi con modi diversi di vivere, lavorare, decidere.

Nel 2026 quella visione prende finalmente una forma concreta. A Milano inaugura il primo Knowledge Center. Uno spazio progettato per essere molto più di un campus. Un luogo dove università, imprese, cultura e innovazione possano lavorare insieme ogni giorno, trasformando la formazione in esperienza condivisa.

Chi lo ascolta parlare si accorge presto che utilizza spesso una parola. Sistema. La ripete continuamente. Sistema educativo. Sistema imprenditoriale. Sistema Paese. Sistema culturale. Non è un’abitudine linguistica. È la chiave con cui interpreta la realtà.

Anche quando racconta il fare impresa, non parla quasi mai del singolo successo. Parla delle persone che bisogna mettere nelle condizioni di lavorare insieme. Dice che un imprenditore dovrebbe sempre circondarsi di persone più brave di lui. Che le idee valgono solo se qualcuno riesce a trasformarle in realtà. Che bisogna imparare a correggere rapidamente la rotta quando le cose non funzionano e soprattutto, che non bisogna lasciare indietro nessuno.

Per questo, quando gli chiedono quale sia la sua exit strategy, la risposta sorprende.

«Non c’è.»

Del resto, lo dice senza esitazioni: vive per la vittoria di un’idea. Non per quella di un’azienda. Un’infrastruttura della conoscenza non si costruisce per venderla. Si costruisce perché continui a generare valore anche quando chi l’ha immaginata non sarà più al centro della scena.

È anche per questo che, quando gli domandano se gli manca la politica, risponde con una riflessione inattesa. Esistono molti modi di fare politica, spiega. Ci sono le azioni che passano attraverso l’impegno partitico e ci sono le azioni indipendenti, che pure hanno un impatto diretto sulla società. Lui ha scelto le seconde. Occuparsi concretamente di ciò che tiene insieme una società: lo studio, il lavoro, le interconnessioni culturali. Creare i luoghi in cui possano formarsi le persone che sapranno, un giorno, costruire e prendere decisioni importanti per la loro vita, il loro lavoro, i loro Paesi.

A una domanda sul suo viaggio imprenditoriale, sorride.

«Ho appena iniziato.»

Detta da chi ha attraversato due continenti, cambiato più volte mestiere e costruito un progetto che guarda ai prossimi decenni, potrebbe sembrare una frase dettata dall’entusiasmo. Non lo è.

Perché Daniele Frappelli non misura il proprio percorso da ciò che ha costruito. Lo misura da ciò che rende possibile costruire agli altri.

È questa l’idea che lo accompagna da quando, a ventitré anni, è sceso da un aereo ad Atlanta con una valigia e una scommessa apparentemente impossibile.

Allora stava cercando il proprio posto nel mondo. Oggi prova a costruire luoghi in cui siano altri a trovare il loro.

#ToBeContinued
Andrea Bettini