Edoardo Scioscia – Dopo l’ultima pagina

Edoardo Scioscia, tra i soci fondatori e amministratore delegato di Libraccio
Edoardo Scioscia, tra i soci fondatori e amministratore delegato di Libraccio

 

A quattordici anni vende bibite all’Arena Civica di Milano.

È il 1973. La cassa che porta a tracolla pesa quasi quanto lui. Dentro ci sono bottiglie da stappare al volo, bicchieri da riempire, monete da contare. Quel giorno Marcello Fiasconaro stabilisce il record mondiale degli 800 metri. Edoardo Scioscia se lo ricorda ancora. Non tanto per il record. Perché lui era lì. Magro, curioso, già abituato a cercarsi da fare.

Prima ancora aveva verniciato i balconi del quartiere in cui viveva. Poi sarebbero arrivati altri lavori. Il magazziniere. La radio libera. Il venditore di attrezzature industriali per ristoranti e ospedali. Una lunga sequenza di mestieri affrontati con la naturalezza di chi considera il lavoro una forma di esplorazione del mondo.

Il quartiere è Edilnord, a Brugherio. La prima grande realizzazione immobiliare di Silvio Berlusconi. Mille appartamenti, tante famiglie, una comunità. Edoardo vive ancora lì.

Molto è cambiato da allora. Una cosa è rimasta identica: la curiosità. È la stessa che lo accompagna oggi, dopo quasi mezzo secolo trascorso tra libri, librerie e persone.

Perché prima ancora di essere l’amministratore delegato di Libraccio, Edoardo Scioscia è stato un ragazzo cresciuto negli anni in cui la scuola era attraversata da discussioni, assemblee, confronti politici. Gli anni del dibattito sul diritto allo studio, sulla partecipazione, sulla possibilità di rendere la cultura accessibile a tutti. I libri arrivano lì. Non come merce. Come strumento.

Al liceo organizza insieme ad altri studenti un mercatino dei libri scolastici usati. I soldi raccolti servono a finanziare volantini, materiali, attività del movimento studentesco. È un’iniziativa pratica, quasi spontanea. Nessuno immagina che dentro quel piccolo mercatino si nasconda il seme di qualcosa destinato a durare decenni.

Nel 1978 si diploma. L’università lo aspetta. Giurisprudenza. Serve qualche soldo per iscriversi. Un amico lo chiama per dare una mano in un grande mercatino dei libri scolastici che si tiene a Milano, in Piazza Vetra. Edoardo accetta. Si occupa della vendita dei libri nuovi. Ogni mattina carica il furgone, allestisce il punto vendita, passa la giornata tra studenti e famiglie. A fine giornata riporta l’incasso.

È un lavoro stagionale. Eppure dentro quella esperienza c’è qualcosa che lo attrae. Non soltanto i libri. Le persone. Le conversazioni. L’energia che si crea quando qualcuno trova ciò che sta cercando.

L’anno successivo tre suoi amici, Piero, Silvio e Tiko, aprono una piccola libreria specializzata nell’usato scolastico in via Corsico, a Milano.

Edoardo continua a fare altro. Vende macchine per il lavaggio industriale. Le sue giornate scorrono tra ristoranti, mense e ospedali. Nel frattempo però aiuta gratuitamente gli amici nella nuova attività.

È una parola che tornerà spesso nella sua storia: amici. Perché Libraccio nasce come un progetto collettivo. Non dall’intuizione di un singolo fondatore, ma da un gruppo di ragazzi che condividevano idee, passioni e una certa idea di libertà.

Ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, alcuni di quei legami continuano ad attraversare la vita dell’azienda.
Osserva. Impara. Sogna. Più che il negozio, ad affascinarlo è lo stile di vita di quei ragazzi. La libertà. L’idea di costruire qualcosa di proprio. Di non vivere dentro orari stabiliti da altri. Di scegliere una direzione. Così, poco alla volta, lascia gli altri lavori.

Nel 1982 apre un secondo punto vendita insieme ai soci. Poi arriva il primo grande salto.

Nel 1984 affittano un locale molto più grande. Sette vetrine. Quattrocento metri quadrati. Debiti importanti per ragazzi che hanno poco più di trent’anni e molte più idee che certezze.

Nasce la loro prima società. E insieme nasce anche una convinzione. Per rendere sostenibile quel progetto bisogna andare oltre i libri scolastici. Bisogna allargare il catalogo. Bisogna immaginare una libreria che viva tutto l’anno.

Da quel momento la crescita accelera. Milano. Monza. Brescia. Bergamo. Genova.

Poi, all’inizio degli anni Novanta, un’altra decisione che cambia tutto. Acquistano un capannone alle porte di Monza. Diventerà il cuore logistico dell’azienda. Anche quella volta i debiti sono pesanti.

L’inverno del 1991 arriva con poca cassa e molte preoccupazioni. Ci sono prestiti chiesti ai genitori. Conti da far quadrare. Notti in cui il futuro appare meno nitido del solito. Sono passaggi che raramente entrano nelle celebrazioni delle imprese di successo. Eppure spesso è lì che si decide tutto. Nella capacità di continuare a credere in una direzione quando ancora non esistono prove che sia quella giusta. Il tempo, in questo caso, darà ragione a quella scelta.

Negli anni successivi Libraccio continua a crescere.

A metà degli anni Novanta arriva l’incontro con la famiglia Mauri e con Messaggerie Libri. Nasce una collaborazione che attraverserà trent’anni e che porterà, nel 2024, all’ingresso di Messaggerie come socio di maggioranza del gruppo.

Per qualcuno potrebbe sembrare il punto di arrivo. Per Edoardo Scioscia assomiglia di più a un passaggio di testimone. Un modo per garantire continuità a un’idea nata quarantacinque anni prima. Perché alcune imprese vengono costruite per essere possedute. Altre per essere tramandate.

Nel frattempo Libraccio è diventata una delle più importanti realtà librarie italiane. Sessantotto punti vendita. Seicento persone, e un’espressione che gli piace. Seconda vita.

Perché in fondo racconta bene anche la filosofia che ha accompagnato l’azienda fin dall’inizio. Dare una seconda possibilità alle cose. Ai libri. Alle idee. Alle persone.

In un’epoca che corre verso il nuovo, Libraccio ha costruito il proprio successo anche sulla capacità di riconoscere il valore di ciò che esiste già.

Un libro usato non è mai soltanto un libro usato. È una storia che continua il proprio viaggio. È anche per questo che oggi le librerie che immagina sono diverse da quelle del passato.

Meno grandi cattedrali della vendita. Più luoghi di incontro. Spazi di quartiere. Comunità. Luoghi in cui le persone possano fermarsi, ascoltare, partecipare, condividere.

Perché la vera concorrenza dei libri, secondo lui, non è mai stata un’altra libreria. È l’isolamento. È la perdita di attenzione. È l’idea che si possa vivere senza confrontarsi con punti di vista diversi dal proprio.

Per questo continua a credere nel ruolo culturale delle librerie. E continua a investire. Anche quando sarebbe più semplice fare il contrario. Come durante il Covid. Mentre molte aziende rallentano, Libraccio sceglie di accelerare. Nel 2020 i punti vendita sono quarantotto. Oggi sono sessantotto. Un’altra scelta controcorrente. Una delle tante.

A sessantasette anni Edoardo Scioscia continua ad allenarsi ogni giorno. Corre. Va in palestra. Ha ripreso a praticare karate perché vuole conquistare la cintura nera. Viaggia in moto. Visita librerie. Osserva i concorrenti. Studia chi fa meglio. Impara.

La curiosità, dopotutto, è rimasta identica. È la stessa che lo portava a cercare lavori diversi quando era adolescente. La stessa che lo ha spinto a passare da un mercatino studentesco a una libreria. La stessa che ancora oggi lo porta a entrare nelle librerie degli altri, a osservare, a fare domande, a capire.

Alcune persone smettono di imparare quando raggiungono un traguardo. Edoardo Scioscia continua a comportarsi come se il viaggio fosse appena iniziato.

Quando gli si chiede quale sia oggi la responsabilità più grande, non parla di fatturati. Parla di persone. Seicento collaboratori. Migliaia di famiglie. Una comunità che negli anni si è allargata attorno a un’idea semplice e potente. Rendere la cultura più accessibile.

Da ragazzo cercava soprattutto libertà. Libertà di scegliere il proprio tempo. Libertà di costruire qualcosa di suo. Oggi quella libertà si è trasformata in responsabilità.

Per questo, quando parla dell’azienda che ha contribuito a creare quasi mezzo secolo fa, utilizza spesso l’immagine di una nave. Una nave che continua a navigare grazie alle persone che ne fanno parte. E che il suo equipaggio ha il compito di consegnare a chi verrà dopo. Nelle migliori condizioni possibili.

#ToBeContinued
Andrea Bettini