
Di notte, da bambina, Francesca Fiore si addormentava con la musica che attraversava la roccia.
Sopra la collina di Baja Sardinia, dentro quello che per lei era semplicemente casa, il Ritual continuava a riempirsi di voci, bicchieri, risate, bassi che facevano vibrare le pareti di granito. Per arrivare nella parte privata bisognava attraversare il locale. Da una parte la notte. Dall’altra suo padre Andres Fiore, uomo impossibile da confondere con chiunque altro.
All’epoca Francesca non si rendeva conto della stranezza di tutto questo. Non capiva davvero cosa fosse il Ritual. Era la normalità. Quando le chiedevano che lavoro facesse suo padre, rispondeva così: “Ha le chiavi del castello”. In fondo era il modo più preciso per raccontarlo.
Perché Andres Fiore sembrava uscito da una storia difficile da collocare nel mondo reale. Uomo colto, visionario, esteta, curioso in modo quasi compulsivo verso le persone e verso il mondo. Uno di quelli che potevano pranzare con un clochard incontrato per strada o salire su uno yacht in Costa Smeralda con la stessa naturalezza. Religione, esoterismo, architettura, politica, economia: non smetteva mai di studiare.
“Era una persona molto particolare”, racconta Francesca. Poi sorride. “Però era il massimo che potessi desiderare come padre”.
Alla fine degli anni Sessanta, dopo aver vissuto a lungo in Venezuela, dove aveva cercato e commerciato pietre preziose, Andres compra una collina in Sardegna senza nemmeno averla vista. Gli avevano parlato di grotte naturali, granito, vento e mare. Tanto gli basta.
Quando arriva in Gallura trova un territorio ancora selvaggio, lontano dall’immagine internazionale che la Costa Smeralda avrebbe assunto negli anni successivi.
La leggenda racconta che dormì per giorni dentro la grotta che oggi ospita la pista principale del Ritual, aspettando di capire cosa quel luogo volesse diventare. Da lì nasce il Ritual Club: un castello incompiuto scavato nella pietra, sospeso tra architettura organica, simbolismo e scenografia. Andres non amava nemmeno definirlo un progetto architettonico. Per lui era qualcosa di diverso. Un luogo destinato a durare nel tempo.
Francesca cresce dentro questo universo senza percepirne davvero l’eccezionalità. Si addormenta con la musica. Dorme sopra il locale. Vive in mezzo a persone diversissime tra loro. Celebrità, artisti, sconosciuti, amici di passaggio, persone trovate per strada dal padre e invitate a pranzo all’improvviso. “Per me era normale”, dice. Anche la stranezza era normale.
Sua madre Jacqueline, inglese, tra le prime DJ donne in Italia, rappresenta l’altro equilibrio della famiglia. Più pragmatica, più concreta, con quell’impronta anglosassone che Francesca sente ancora oggi molto forte dentro di sé. È lei che tiene insieme una quotidianità impossibile accanto a un uomo come Andres. “Credo fosse il loro equilibrio”, dice Francesca.
Poi arriva il momento in cui la storia cambia direzione. Nel novembre del 2003, Andres muore nel giro di poche settimane, lasciando Francesca ha poco più di vent’anni davanti a una responsabilità enorme. Un figlio piccolo. Nessuna vera esperienza imprenditoriale. E un locale che non sta vivendo il suo periodo migliore.
Il Ritual, intanto, sembra aver perso centralità. La Costa Smeralda sta cambiando. Arrivano nuovi format, nuovi locali, nuove modalità di vivere la notte. I suoi coetanei frequentano altri posti. Quel luogo che negli anni Settanta e Ottanta aveva attirato aristocratici, artisti, imprenditori e personaggi internazionali rischia lentamente di restare prigioniero della propria leggenda. Eppure Francesca non pensa nemmeno per un secondo di lasciarlo andare.
Oggi parla di quel periodo quasi con stupore. Come se quella ragazza lì fosse stata un’altra persona. “Credo di essere stata incosciente”, ammette. Ma dentro quella incoscienza c’era già qualcosa di molto più profondo: un legame viscerale con quel luogo.
Il problema è che, per molto tempo, Francesca continua ad avere la sensazione di essere un’ospite dentro la propria storia. Quando qualcuno le dice: “Brava”. Lei pensa: “Ma io non ho fatto niente. Questo posto l’ha creato mio padre”.
È forse questa la parte più difficile della sua crescita. Non gestire il locale. Non i bilanci. Non i collaboratori. Ma autorizzarsi a esistere accanto a un’eredità così grande senza sentirsi continuamente fuori posto.
“Sono cresciuta insieme al Ritual”, dice. Ed è esattamente ciò che accade. Mentre lei cambia, cambia anche il locale. Lentamente. Senza fretta. Senza inseguire quell’avidità che Francesca dice di vedere spesso nel proprio settore.
Non vuole trasformare il Ritual in un marchio replicabile ovunque. Non vuole moltiplicare il format in altre città. Vuole che resti ciò che è: un luogo con un’anima precisa.
“Forse perché a me basta questo”, dice. “Finché posso vivere bene, far vivere bene la mia famiglia e continuare a far stare bene le persone”.
Per lei il Ritual non è una vetrina. È un posto dove la gente deve sentirsi libera. “Di notte ci si spoglia”, racconta. “Ci si toglie di dosso tutto il resto”.
Ed è forse questo il motivo per cui, ancora oggi, il Ritual continua ad attrarre persone molto diverse tra loro. Nei racconti che ruotano attorno alla storia del locale compaiono nomi come Margaret d’Inghilterra, Aristotele Onassis con Jacqueline Kennedy, Carolina di Monaco e la famiglia dell’Aga Khan. Ma Francesca preferisce parlare delle persone che arrivano per la prima volta e si sentono immediatamente a casa. È quella la soddisfazione che cerca davvero.
Negli anni, intanto, arriva anche il coraggio di trasformare il Ritual senza tradirlo. Nel 2019 apre Le Terrazze, il ristorante rooftop costruito negli spazi che il padre aveva immaginato come giardini pensili. Ma quella scelta, per Francesca, non è soltanto imprenditoriale.
Per realizzarla deve trasformare pezzi della casa privata di Andres. La sua cucina diventa la cucina del ristorante. Il bagno personale viene trasformato in bagno per i clienti. La camera degli ospiti diventa laboratorio di pasticceria. Lo studio un magazzino.
“All’inizio non riuscivo nemmeno a guardare i lavori”, racconta. È come se, mattone dopo mattone, avesse dovuto imparare una lezione difficile: custodire qualcosa non significa lasciarlo immobile. A darle forza, ancora una volta, è soprattutto la madre. “Fallo”, le dice. “È tuo adesso”. Ed è forse lì che Francesca smette davvero di sentirsi ospite.
Oggi anche i suoi figli stanno entrando, in modi diversi, dentro questa storia. Samuele lavora già nel team del Ritual occupandosi dell’accoglienza clienti nella grotta. Matilda studia comunicazione e nuove media per le industrie creative e sogna un futuro nel mondo dell’arte. Ma Francesca su una cosa è irremovibile: non vuole che sentano il peso dell’obbligo. Perché sa bene cosa significhi crescere dentro un’eredità così grande.
Quando la stagione finisce e il silenzio torna a riempire il castello di granito, Francesca non prova malinconia. Piuttosto una stanchezza dolce. Necessaria. “Il Ritual d’inverno riposa”, dice. E mentre lo racconta sembra quasi parlare di una creatura viva. Una creatura che dopo mesi passati a respirare musica, persone e notti ha bisogno di fermarsi, curarsi, aspettare la primavera.
Adesso, però, quella primavera è di nuovo arrivata. I ragazzi stanno tornando. Le luci si stanno riaccendendo. La collina ricomincia lentamente a popolarsi. E da qualche parte, dentro la roccia, il Ritual sta già riprendendo fiato.
Proprio come lei.
#ToBeContinued
Andrea Bettini