
Stefano Tazio ha ventisette anni e una cosa l’ha capita presto: non sempre le strade più importanti cominciano dove immaginiamo. A volte non nascono da un progetto. Nascono da una frattura. Nel suo caso, da più di una.
Da un corpo che, durante l’adolescenza, gli ha ricordato più volte la sua vulnerabilità. Da incidenti seri, mesi di immobilità, fisioterapia, ospedali, visite, cartelle cliniche, parole difficili da comprendere quando si è ancora ragazzi. Da una sensazione precisa: sentirsi fragile, diverso, fuori posto.
Eppure, proprio lì, dove avrebbe potuto restare soltanto il segno di qualcosa che si rompe, ha iniziato lentamente a farsi spazio un’idea: come si ricostruisce una persona?
Stefano è nato a Torino il 10 luglio 1998. Oggi è Amministratore Delegato e co-fondatore di Builtdifferent, una startup health-tech che lavora per rendere più accessibile il benessere in Italia, attraverso percorsi personalizzati che uniscono allenamento, nutrizione e supporto umano mediato dalla tecnologia.
Ma prima dell’impresa, prima della piattaforma, prima della parola startup, c’è un ragazzo che non sapeva ancora che il suo modo di stare al mondo potesse avere un nome: imprenditoria.
Non veniva da un contesto in cui quella parola fosse familiare. Anzi. Per molto tempo, nella sua immaginazione, “azienda” e “imprenditore” erano parole distanti, quasi sospette. Poi ha capito che fare impresa poteva significare altro: vedere un problema, sentirlo sulla pelle, provare a risolverlo anche per gli altri. Non in un ufficio. Non in un pitch. Non davanti a un investitore. Ma dentro un’inquietudine.
Da bambino e poi da adolescente Stefano è creativo, vivace, aggregatore. Uno di quelli che non stanno facilmente fermi, che sentono il bisogno di costruire, di sperimentare, di mettere le mani nelle cose. Non è semplice incasellarlo. E quando non trovi un posto che ti somiglia, spesso finisci per essere percepito come fuori posto.
A scuola questa energia non sempre viene capita. Non è solo una questione di rendimento o di attenzione. È qualcosa di più sottile: è la distanza tra un sistema che chiede linearità e un ragazzo che vive per tentativi, deviazioni, accelerazioni improvvise. Si annoia nella lezione frontale. Ha bisogno di fare. Di muoversi. Di creare. Non accetta facilmente l’autorità quando non percepisce rispetto dall’altra parte. Il rapporto con la scuola diventa burrascoso, e la sensazione è quella di non essere nel posto giusto. In tutto questo, quasi in parallelo, arrivano gli incidenti.
Il primo a dodici anni: un motorino lo investe in una zona pedonale. Due vertebre fratturate, mesi fermo, il corpo improvvisamente percepito come qualcosa che può tradire.
Il secondo pochi anni dopo, mentre attraversa sulle strisce per andare al liceo: un’auto lo travolge, si ritrova a terra, sotto la macchina, con lo sterno fratturato.
Il terzo, tra i diciassette e i diciotto anni, in bicicletta. Sembra inizialmente una caduta più banale. In realtà porta alla luce una condizione più complessa: fratture al polso e allo scafoide, un intervento invasivo, una vertebra e un legamento del collo lesionati.
Per mesi Stefano vive quasi “da cyborg”, come dice lui: gesso, busto rigido, collare. Un corpo alto, magro, adolescente, costretto ancora una volta a fermarsi, e però quel fermarsi produce qualcosa. Lo obbliga ad ascoltare.
La fisioterapia diventa prima necessità, poi curiosità, poi studio. La palestra non nasce come ricerca estetica, ma come tentativo di non sentirsi più vulnerabile. Allenarsi, per lui, significa scoprire che la forza si può costruire. Che un corpo non è soltanto qualcosa da subire. Che può diventare uno spazio da abitare.
Da lì nasce anche la scelta di studiare osteopatia. Non è una decisione teorica. È una risposta concreta a una storia personale. Vuole capire. Vuole dare un senso a ciò che ha vissuto.
In quegli anni scopre qualcosa che gli resterà addosso. Che il corpo non è fatto di compartimenti stagni. Che serve uno sguardo integrato. Che i percorsi funzionano davvero quando le competenze dialogano tra loro. Molto tempo dopo, quell’intuizione tornerà. Dentro un progetto.
Prima, però, c’è un altro Stefano. Quello che a quindici, sedici anni prova già a costruire qualcosa. Un piccolo brand di abbigliamento streetwear. Non sa ancora cosa sia davvero un’azienda. Non conosce bene ricavi, costi, soci, accordi. Però intuisce una cosa: può partire da un bisogno personale.
Gli piace un certo modo di vestire, ma non ha il budget per permetterselo. Così prova a creare un brand bello, accessibile, vicino ai ragazzi come lui. Stampano magliette, le portano in giro, le vendono nei licei, arrivano perfino in qualche negozio locale. È tutto molto artigianale, imperfetto. Ma dentro quell’esperienza c’è già qualcosa di preciso: aggregare persone, creare una piccola comunità, trasformare un desiderio in qualcosa di concreto.
Poi quel progetto si spegne. Ma non si spegne il fuoco. Resta sotto traccia, mentre Stefano studia, lavora, si certifica come personal trainer, entra nel mondo del lavoro.
Nel frattempo, insieme ad altri soci, prende forma anche un primo progetto più strutturato: Axland, un’agenzia di comunicazione e marketing. Nasce da un interesse coltivato negli anni universitari, cresce nel tempo e diventa un modo concreto per accompagnare altre aziende nel raccontarsi. È un passaggio importante, perché segna un’evoluzione: non solo creare per sé, ma aiutare altri a costruire la propria identità.
Poi arriva il Covid, e con esso arriva qualcosa che da tempo gli mancava: il tempo. Tempo che non riempie. Tempo che restituisce. Tempo per fermarsi davvero, questa volta non perché costretto, ma perché possibile. Tempo per chiedersi non solo cosa sa fare, ma cosa ha senso fare.
Durante gli anni della palestra aveva capito quanto fosse difficile, per una persona comune, accedere a un percorso serio di miglioramento fisico. Da un lato professionisti preparati, spesso costosi. Dall’altro un mondo digitale pieno di scorciatoie e improvvisazione. In mezzo, moltissime persone lasciate sole.
Stefano riconosce quel vuoto perché lo ha vissuto. Così nasce l’idea di Builtdifferent. Nel 2022, anche grazie ai risparmi messi da parte lavorando come tutor linguistico, quella intuizione diventa impresa. All’inizio è quasi una risposta personale: rendere accessibile ciò che per lui avrebbe fatto la differenza anni prima. Poi l’idea cresce. Si struttura, e trova un punto chiave. La tecnologia non per sostituire l’essere umano, ma per amplificarlo.
Algoritmi, workflow, intelligenza artificiale diventano strumenti per permettere a nutrizionisti e trainer reali di seguire molte più persone, mantenendo però un’interazione vera. La parte meccanica viene automatizzata per lasciare spazio a ciò che conta davvero: il rapporto umano.
Oggi Builtdifferent si rivolge soprattutto a persone tra i trenta e i quarant’anni, con poco tempo ma una consapevolezza chiara: prendersi cura del proprio corpo non è un lusso, è una responsabilità.
La startup conta una community di oltre 150 mila persone, un team di dieci persone ed è stata selezionata tra le realtà italiane ad alto potenziale per un programma in Silicon Valley. Ma Stefano non racconta questi traguardi come un punto di arrivo. Li vive come una fase.
Builtdifferent è stata ed è una palestra imprenditoriale. Un luogo in cui ha dovuto imparare tutto ciò che non sapeva. Studiare, recuperare, mettere insieme competenze diverse. E nel frattempo crescere. Non solo come imprenditore. Come persona.
Oggi ha ventisette anni. E spesso si ritrova a vivere responsabilità che arrivano prima del tempo. Aprire un’azienda a ventidue, ventitré anni significa accelerare. Significa anticipare passaggi. Significa portarsi addosso entusiasmo e stanchezza, ambizione e fatica.
C’è però un altro passaggio, più silenzioso, che oggi per lui conta sempre di più. Per anni ha costruito. Ha imparato. Ha assorbito. Ha cercato la sua strada dentro contesti sempre nuovi. Oggi, sempre più spesso, si trova dall’altra parte.
Succede quando entra in aula. Quando insegna in ambiti universitari, in master di Economia, Open Innovation, Corporate Governance. Quando si ritrova a condividere ciò che ha imparato con persone che, per età, potrebbero essere suoi pari. E che invece sono all’inizio di un percorso che lui ha già attraversato.
Succede anche fuori da lì. Quando, insieme ad altri, decide di costruire spazi nuovi. Come Club Tosto, un’associazione di promozione sociale nata per creare occasioni di incontro, confronto e crescita tra giovani che vogliono mettersi in gioco e generare valore nei contesti in cui vivono.
Non è un cambio di ruolo. È una maturazione. È il momento in cui ciò che hai attraversato smette di appartenere soltanto a te. Le cadute, le fratture, le notti in cui il corpo sembrava un limite, gli anni in cui sentirsi fuori posto era quasi una condizione naturale.
Tutto, a un certo punto, cambia forma. Diventa impresa. Diventa metodo. Diventa possibilità per altri.
Forse è questo, oggi, il senso più profondo della storia di Stefano Tazio: non aver cancellato le proprie fragilità, ma averle trasformate in una direzione. Perché costruirsi diversi non significa nascere più forti. Significa imparare, un pezzo alla volta, a non lasciare che ciò che si rompe decida per sempre chi possiamo diventare.
#ToBeContinued
Andrea Bettini