
«Perché nessuno mi aveva mai detto che sarebbe successo questo?»
La domanda arriva a trentasei anni, pochi giorni dopo la nascita della sua prima figlia.
Riccarda Zezza aveva letto libri, ascoltato racconti, cercato di prepararsi a quel passaggio. Nessuno, però, le aveva parlato della scoperta che avrebbe cambiato il suo modo di guardare il lavoro, le persone e sé stessa.
Aveva scoperto una capacità di amare che non sapeva di avere. Non era soltanto la nascita di Marta. Era la nascita di un’altra Riccarda.
Fino a quel momento aveva vissuto dentro una traiettoria riconoscibile. Studio, lavoro, carriera, responsabilità. La sensazione di dover essere brava. Di dover dimostrare. Di dover meritare il posto occupato.
Poi arriva una figlia. E qualcosa si sposta. Non fuori. Dentro.
La maternità le consegna una forza che nessun percorso professionale le aveva ancora restituito in quel modo. Le mostra una parte di sé rimasta silenziosa fino a quel momento. Una parte capace di amare, reggere, scegliere, ascoltare, stare.
Quando qualche anno dopo nasce Luca, quella intuizione diventa ancora più chiara. Quell’esperienza non le ha tolto qualcosa. Le ha insegnato qualcosa. Ed è qui che nasce la domanda successiva.
«Se una persona cresce così tanto attraversando la vita, perché il lavoro continua a guardare quella crescita come una parentesi?»
Riccarda perde il lavoro due volte dopo la maternità. Potrebbe fermarsi sulla ferita. Sull’ingiustizia. Sulla frattura. Invece guarda da un’altra parte. Guarda ciò che quell’esperienza ha generato.
È una scelta decisiva, perché dentro quello spostamento di sguardo c’è già tutto quello che verrà dopo.
L’idea è semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: raccontare la maternità come un master. Un’esperienza capace di sviluppare competenze profonde. Non una sospensione dalla vita professionale, ma una forma di apprendimento.
Va da Andrea Vitullo, coach e formatore, e gli propone di costruire insieme un progetto. Nasce MAAM, Maternity As A Master. All’inizio sono workshop. Poi arriva un libro. Poi Riccarda capisce che le aule non bastano.
Se quell’intuizione è vera, deve poter raggiungere molte più persone. Madri, certo. Poi padri. Poi caregiver. Poi chiunque attraversi una transizione capace di cambiare la propria identità.
Così nasce Lifeed. Quasi senza che lei se ne accorga. «La CEO l’ho fatta per caso», racconta. È una frase importante. Perché dice molto del suo percorso. Riccarda non inseguiva un ruolo. Inseguiva una domanda.
Ha fondato un’azienda perché quella domanda aveva bisogno di uno spazio in cui diventare metodo, piattaforma, ricerca, dati, organizzazione.
Il primo grande progetto prende forma con Poste Italiane. Nel 2015 le prime madri iniziano il percorso. Poi Lifeed cresce, entra nelle aziende, raccoglie migliaia di esperienze, lavora con più di cento organizzazioni e con oltre settantamila persone in Italia e nel mondo.
Ma anche quando l’impresa prende forma, Riccarda continua a fare ciò che le riesce più naturale. Studiare. Osservare. Mettere alla prova le intuizioni. Non le basta pensare che la vita sviluppi competenze. Vuole dimostrarlo.
Per questo attraversa anni di ricerca, neuroscienze, psicologia dell’identità, dati raccolti nelle organizzazioni, testimonianze di persone che scoprono di possedere risorse nate altrove.
Una madre che porta nel lavoro una nuova capacità di negoziare. Un caregiver che impara a gestire l’incertezza. Una persona che attraversa una malattia e sviluppa una diversa intelligenza della fragilità. Un volontario che allena responsabilità, ascolto, presenza.
La scoperta, alla fine, è più ampia della maternità. Ogni ruolo ci cambia. Ogni esperienza ci lascia qualcosa. Ogni parte della vita può diventare risorsa per un’altra parte della vita. Il problema è che spesso non lo sappiamo. Oppure nessuno ci ha insegnato a guardare in quel modo.
Riccarda dedica la propria ricerca esattamente a questo: cambiare lo sguardo.
Nel suo ultimo libro, Il potere della transilienza (FrancoAngeli Editore), racconta una scena piccola. Una Panda ferma sulla pista ciclabile. Al volante un’anziana signora. La prima reazione è quella che avrebbero in molti. Fastidio. Nervosismo. Un’auto messa nel posto sbagliato. Poi nota un dettaglio. Sul cruscotto c’è la fotografia in bianco e nero di un uomo. Forse il marito. Forse morto da poco. All’improvviso quella donna al volante smette di essere una persona distratta o arrogante. Diventa una vedova che sta imparando una vita nuova. La scena dura poco. Ma contiene tutto.
Perché basta vedere un pezzo in più della vita di qualcuno per giudicarlo meno e comprenderlo di più. Forse è questo il talento più profondo di Riccarda Zezza. Vedere le persone intere. Non solo professionisti. Non solo madri. Non solo manager. Non solo caregiver. Non solo fragili. Non solo forti. Intere. Con le parti visibili e quelle sommerse. Con ciò che mostrano nelle riunioni e ciò che imparano a casa, nello sport, nella cura, nelle crisi, nei viaggi, nelle relazioni, nelle perdite.
La sua ricerca nasce da qui. Dall’idea che nessuno coincida mai con il ruolo che occupa. Nemmeno lei.
Riccarda è imprenditrice sociale, ricercatrice, autrice, fondatrice e Chief Science Officer di Lifeed. È madre di Marta e Luca. Fa parte del consiglio di amministrazione dell’azienda che ha creato. Tiene conferenze. Scrive. Viaggia spesso da sola. E ogni mercoledì sera gioca a pallavolo.
Proprio quando parla della pallavolo, il tono cambia. «Non sono mai felice come quando gioco.»
È una frase che resta. Perché dopo pagine di ricerca, dati, metodo, organizzazioni e libri, all’improvviso appare una donna che sorride in campo. Senza conseguenze. Senza dover dimostrare. Senza dover essere una sola cosa.
Quella scena dice di lei quanto Lifeed. Forse di più. Perché mostra il punto esatto in cui la teoria torna vita.
Negli ultimi anni Riccarda ha attraversato una nuova stagione. I figli sono cresciuti. La menopausa si è intrecciata con la loro adolescenza. L’azienda ha vissuto passaggi complessi. A un certo punto ha lasciato il ruolo di CEO per dedicarsi alla parte scientifica, quella in cui sente oggi di poter dare il contributo più autentico.
Lo racconta senza retorica. Lifeed non è cresciuta come avrebbe desiderato. Il mercato non sempre è pronto per ciò che arriva troppo presto. Anche questa è una forma di verità. Accettare che un’intuizione possa essere giusta e, nello stesso tempo, difficile da far comprendere.
Così oggi Riccarda prova a rallentare. A restare sulle cose che ha capito. A farle lavorare.
C’è qualcosa di molto adulto in questo passaggio. Dopo una vita passata ad aprire strade, sente il bisogno di abitare meglio quelle che ha già tracciato.
Il potere della transilienza nasce dentro questa maturità. La transilienza è la capacità di trasferire competenze, energie e significati da un ruolo della vita all’altro. Ma, prima ancora di essere un concetto, è una possibilità. Quella di smettere di vivere a pezzi. Quella di riconoscere che la complessità non è soltanto fatica. È superficie più ampia. È patrimonio. È ricchezza identitaria. È il contrario dell’idea che, dopo un cambiamento, si debba tornare come prima.
Riccarda lo dice con chiarezza: gli esseri umani non sono fatti per tornare uguali dopo ciò che li attraversa.
«Essere tutto ciò che siamo e mostrarlo al mondo non è un atto di ego o di vanità. È una presa di responsabilità rispetto a tutto quello che possiamo essere e fare.» È una frase che diventa il fil rouge di tutta la sua storia.
A trentasei anni Riccarda Zezza aveva scoperto, quasi per caso, di essere molto più della professionista che aveva imparato a diventare. Da allora non ha mai smesso di cercare un modo per dimostrare che quella scoperta non riguardava soltanto lei.
Perché ogni persona custodisce competenze che ancora non sa di avere. Ogni passaggio della vita lascia qualcosa in eredità. Ogni ruolo allarga, invece di restringere, ciò che siamo.
È questa la ricerca che continua ancora oggi. Ricordarci che la nostra identità non coincide mai con un titolo, una professione o una stagione della vita. Che siamo sempre più grandi del ruolo che stiamo vivendo. E che proprio in quella parte ancora inesplorata di noi può nascondersi la versione migliore di ciò che diventeremo.
#ToBeContinued
Andrea Bettini