Enrico Zanieri – Quello che resta

Enrico Zanieri, Executive coach, NeNet co-founder e autore di "Leader per scelta"
Enrico Zanieri, Executive coach, NeNet co-founder e autore di “Leader per scelta”

 

Per un po’, tutto sembra andare nella direzione giusta. Le scelte, i risultati, le responsabilità che arrivano. Finché qualcosa, quasi senza farsi notare, comincia a spostare l’equilibrio.

Per Enrico Zanieri, quel momento arriva quando la corsa sembra finalmente prendere velocità. Un percorso costruito con disciplina: l’ingegneria, le multinazionali, i progetti complessi, le responsabilità che arrivano presto.

Poi, senza un vero strappo, qualcosa cambia. È una questione professionale, certo. Ma è anche qualcosa di più profondo. È il momento in cui le regole con cui hai giocato fino a quel punto smettono di funzionare.

Da bambino, il futuro di Enrico aveva già preso forma. Nella cucina di casa, tra costruzioni Lego e pomeriggi passati a immaginare mondi, c’era una voce che tornava sempre uguale: quella della nonna. Per lei, l’ingegnere era più di un mestiere. Era una promessa. Un riscatto possibile.

Crescere significava, in fondo, provare a essere all’altezza di quella promessa. E così, anche quando il percorso prende una curva inattesa — il sogno iniziale di medicina, il test mancato per poco, la scelta di ingegneria quasi per sfida — la direzione resta quella. Studiare. Resistere. Arrivare. Con fatica, più che con naturalezza. Con un’anima che si scoprirà poi più umanista che tecnica. Ma arrivare, comunque.

Il primo impatto con il lavoro ha il sapore di una conquista. General Electric, una grande multinazionale, un contesto internazionale: tutto ciò che un neolaureato potrebbe desiderare. Eppure, basta poco per capire che quello spazio gli sta stretto. Troppo distante dalla realtà. Troppo lontano dalle cose.

Enrico sceglie allora una strada meno scontata: una realtà produttiva nel Mugello, dentro il mondo dell’officina, dove entra in contatto diretto con la materia, con le macchine, con il lavoro concreto. Un ritorno alla sostanza delle cose. La possibilità di misurarsi davvero con il lavoro, con le persone, con i processi, e di vedere davvero l’impatto di ciò che si fa. Un passaggio professionale che diventa una prima forma di allineamento.

Poi arrivano i treni. Enrico entra in Ansaldobreda, oggi Hitachi Rail, e si trova presto coinvolto in progetti complessi, tra cui una commessa che da tempo rappresentava una sfida critica per l’organizzazione. Una situazione che molti preferirebbero evitare. E che, proprio per questo, finisce spesso nelle mani di chi è appena arrivato.

Enrico accetta. Ha poche certezze. Ma decide di provarci comunque. Quello che accade in quei mesi segna un prima e un dopo. Un gruppo di persone stanche, ai margini. Un obiettivo che sembra irraggiungibile. Un tempo limitato. E poi, contro ogni previsione, il progetto viene consegnato. Insieme a un team che ritrova energia, direzione, senso.

In quell’esperienza emerge qualcosa che ancora non ha un nome preciso. La capacità di tenere insieme le persone, di attivare le energie, di creare connessioni anche quando tutto sembra andare nella direzione opposta. Una forma di leadership che passa prima dalla presenza che dal ruolo.

In quel momento, tutto ha ancora un solo nome: carriera. Responsabilità crescenti. Un ruolo importante. La sensazione di essere arrivato. E poi, di nuovo, qualcosa si sposta.

Questa volta in modo più evidente. Un insieme di errori, di eccesso di sicurezza, di contesto che cambia. Dinamiche organizzative più complesse di quanto sembrassero. Un ecosistema che chiedeva una lettura più ampia.

Il risultato è un ridimensionamento. Rapido. Netto. Da un giorno all’altro cambia lo spazio che occupi. Cambiano le persone attorno a te. Cambia, soprattutto, il modo in cui vieni guardato, e ancora di più, il modo in cui inizi a guardarti.

Quello che fino a poco prima sembrava solido, improvvisamente vacilla. Le certezze si riducono. Le domande aumentano. E tra tutte, una resta sospesa più delle altre: dove ho sbagliato?

Alcuni passaggi segnano più di altri. Per Enrico, questo è uno di quelli. Perché quella caduta professionale diventa anche una perdita di fiducia. In quello che si è costruito. In quello che si è in grado di fare. E quando si incrina questa fiducia, la tentazione è quella di reagire subito. Di prendere decisioni per uscire da quella sensazione. Spesso prima ancora di comprendere fino in fondo cosa sta accadendo.

Seguono anni complessi. Tentativi di ripartenza. Nuovi ruoli. Nuove aziende. Ma soprattutto una sensazione che resta lì: quella di non riuscire più a trovare un allineamento. Come un leone in gabbia, direbbe lui. Una tensione continua. Un’energia che c’è, ma non trova direzione. La sensazione di avere ancora qualcosa da dare, senza riuscire a capire dove e come. E nel frattempo, una domanda che torna, insistente: possibile che sia tutto qui?

In quegli anni, però, c’è una presenza che tiene la barra dritta. È sua moglie. Non con risposte, ma con una forma di equilibrio diversa dalla sua. Uno sguardo capace di restare quando tutto dentro si muove.

Col tempo, Enrico capirà quanto quella differenza — quasi opposta alla sua — sia diventata una risorsa. Non solo nella vita, ma anche nel modo di leggere le situazioni, di prendere decisioni, di costruire.

Finché arriva qualcosa di inatteso. Il coaching. All’inizio è una scelta quasi tecnica. Un percorso di formazione, un modo per aggiungere competenze. Poi, poco alla volta, cambia natura. Diventa uno spazio. Uno spazio in cui rileggere tutto quello che è accaduto. Uno spazio in cui riconoscere parti di sé rimaste in sospeso. Uno spazio in cui fermarsi davvero, forse per la prima volta. E da lì, lentamente, qualcosa si riallinea. Non in modo improvviso. Non con una risposta definitiva. Ma con una nuova consapevolezza: il problema non era solo fuori.

Richiede tempo. Molto più tempo di quanto si sarebbe voluto. Ma proprio lì comincia a ricostruirsi qualcosa. Una direzione diversa da quella immaginata all’inizio. Più essenziale. Più personale. Più vera.

Nasce così una nuova traiettoria. Il centro si sposta: dal diventare “il numero uno” al diventare quella figura che lui stesso avrebbe voluto incontrare nei momenti più difficili. Un coach. Un facilitatore. Qualcuno che aiuta altri a orientarsi quando le coordinate sembrano venire meno.

Una scelta che, nel tempo, prende forma anche in un progetto più ampio: NeNet. Una società, certo. Ma anche un’idea di comunità. Un luogo in cui le persone possano fermarsi, confrontarsi, ritrovare direzione.

A questo punto, prende forma anche un libro. Leader per scelta (FrancoAngeli Editore). Un invito a cambiare prospettiva. A spostare l’attenzione dal ruolo alla responsabilità personale. Dall’autorità all’influenza. Dalla posizione all’impatto. Un’idea semplice, ma tutt’altro che scontata: la leadership non è qualcosa che ti viene assegnato. È qualcosa che scegli di esercitare.

Nel mentre, c’è un altro spazio in cui questa trasformazione prende forma. È la paternità. Un terreno in cui tutto ciò che hai capito non resta teoria, ma diventa presenza, ascolto, esempio. Durante una delle prime presentazioni del suo libro, suo figlio decide di esserci. Non è scontato. Il giorno dopo gli dice una frase semplice: “Sono orgoglioso di te. Mi hai regalato un’infanzia stupenda.”Più che una restituzione, è una misura. Di quello che resta davvero.

Oggi, guardando indietro, quel passaggio iniziale assume un altro significato. Più che un errore da evitare, appare come un punto di svolta. Da lì si apre la possibilità di vedere le cose in modo diverso. Di uscire da un modello basato esclusivamente su titoli e riconoscimenti. Di costruire una relazione più autentica con il proprio lavoro e con le persone.

Se si prova a mettere insieme i diversi frammenti — l’ingegnere, il project manager, il coach, l’imprenditore — il rischio è quello di cercare una definizione unica. Ma forse la chiave è altrove.

Oggi Enrico Zanieri è prima di tutto una persona che ha imparato a guidare se stessa. E, proprio per questo, è in grado di aiutare gli altri a fare lo stesso. Anche senza bisogno di un titolo.

#ToBeContinued
Andrea Bettini

  • Roberto Cappiello |

    Enrico è un professionista veramente bravo. Uno che sa aiutarti a tirare fuori il meglio di te. Ho avuto il privilegio di poter lavorare con lui e posso dire che è stata un esperienza davvero straordinaria, illuminante. Mi rivedo moltissimo nella sua storia, perché anche il mio percorso professionale è stato costruito attraverso scelte coraggiose, cambiamenti, errori, cadute e ripartenze. Ho avuto modo di raccontare la mia storia in occasione del ventennale del mio studio, il 28 maggio 2026, ripercorrendo un cammino iniziato molti anni fa e fatto di passione, determinazione e desiderio di costruire qualcosa che fosse realmente al servizio delle persone.
    Il racconto di Enrico, così autentico e umano ci ricorda che dietro ogni successo autentico ci sono sempre una storia, una visione e il coraggio di rimanere fedeli ai propri valori. E lui riesce a trasmettere tutto questo con grande autenticità.
    Grazie Enrico per l’ispirazione e per il contributo che dai a chi ha la fortuna di incontrarti lungo il proprio cammino.

  • Maria Laura Tripodi |

    Bellissima istantanea di un uomo sempre in movimento

  Post Precedente