Antonio Diaferia – La poesia del fare

Antonio Diaferia, ingegnere esperto in architettura tessile e co-titolare di Diaferia Srl
Antonio Diaferia, ingegnere esperto in architettura tessile e co-titolare di Diaferia Srl

 

Da bambino giocava a pallone tra i teloni. Non lo sapeva ancora, ma quella sarebbe diventata la sua prima scuola. Prima dell’università. Prima dell’ingegneria. Prima dei cantieri internazionali, degli stadi, delle coperture leggere, delle membrane in ETFE, PVC e PTFE. Prima di tutto, c’era una bottega. Una casa-bottega, come la chiama lui.

L’azienda di famiglia a Modugno, alle porte di Bari. Il nonno, il padre, poi il fratello. Mani, macchine, tessuti tecnici. Teloni per camion, coperture, gazebo, strutture per circhi, lavori costruiti giorno dopo giorno con quella sapienza concreta che spesso non fa rumore, ma lascia tracce profonde.

Antonio Diaferia cresce lì dentro. Poi prende un’altra strada. Si laurea in ingegneria civile nel 2007 e, poco dopo, lascia la Puglia per Bassano del Grappa. Doveva essere un anno. Diventano quasi diciotto.

Ad attenderlo c’è uno studio di ingegneria che opera proprio nel mondo delle tensostrutture e che negli anni, da piccola realtà specializzata, diventa una delle realtà più importanti e internazionali nel campo dell’ingegneria.

Antonio entra portando con sé qualcosa che nessuna università gli aveva insegnato davvero: la confidenza con la materia.
Perché le membrane non si progettano solo con i calcoli. Bisogna conoscerle. Capire come si tendono, come si tagliano, come si saldano, come reagiscono alla forma, al vento, alla luce, al tempo. Bisogna sapere dove finisce il disegno e dove comincia la fabbricazione.

A Bassano impara il resto. Impara a stare dentro progetti complessi. A parlare con architetti, imprese, ingegneri, installatori, clienti. A passare dal disegno al cantiere. Dall’idea alla soluzione. Dal problema alla responsabilità.

Lavora su coperture leggere, grandi stadi, facciate tessili, sistemi in ETFE. Partecipa a progetti internazionali, costruisce competenze, guida gruppi di lavoro, diventa un riferimento tecnico.

Intanto, però, un filo resta teso. È il filo che lo riporta sempre all’azienda di famiglia. Anche da lontano, Antonio continua a seguirla. A parlarne. A osservare ciò che funziona e ciò che potrebbe diventare. A immaginarne l’evoluzione possibile.

Perché Diaferia non è più soltanto la bottega dei teloni della sua infanzia. Nel tempo è diventata una realtà familiare capace di contribuire a progetti importanti: dal Grand Palais per Parigi 2024 al Santiago Bernabéu di Madrid, da grandi impianti sportivi internazionali a padiglioni espositivi e architetture leggere diffuse in tutto il mondo.

Una realtà familiare pugliese con dentro una competenza che arriva molto più lontano dei suoi confini. Eppure qualcosa, secondo Antonio, può ancora cambiare. Non nella sostanza. Nel passo.

Per anni osserva l’azienda da fuori e si domanda come quel patrimonio di competenze possa esprimere ancora più pienamente il proprio potenziale. Non per ambizione astratta. Non per inseguire la crescita a ogni costo. Ma per dare forma a una possibilità.
Trasformare Diaferia da realtà prevalentemente manifatturiera a partner tecnico capace di accompagnare architetti, imprese e contractor dall’idea alla realizzazione. Portare dentro l’azienda la progettazione, la consulenza, il dialogo con i professionisti. Fare in modo che la manualità artigiana e l’approccio ingegneristico non restino due mondi separati, ma diventino una sola lingua.

Per molto tempo quella domanda resta lì. Poi diventa più forte. Negli ultimi anni Antonio sente che la sua vita professionale è diventata solida, riconosciuta, anche confortevole. Ha un buon ruolo. Una famiglia radicata a Bassano. Tre figli nati lì. Amici, abitudini, una città che è diventata casa.

Tutto sembra al proprio posto. Ed è proprio questo, a un certo punto, a non bastargli più. Non vuole ritrovarsi nello stesso punto, con la sensazione di aver lasciato passare l’unica occasione possibile. Non vuole raccontare ai suoi figli la storia di un uomo che aveva davanti una porta e ha scelto di non aprirla.

Così, quando suo fratello apre finalmente quello spiraglio, Antonio entra. Lascia Maffeis Engineering dopo quasi diciotto anni. Lascia una carriera costruita con pazienza e passione. Lascia Bassano. Vende casa. Prepara il ritorno a Bari insieme alla moglie e ai tre figli.

Non è solo un cambio di lavoro. È uno spostamento di vita. Sua moglie, insegnante di inglese e tedesco, lo accompagna in questa scelta con coraggio. I figli, quindici, tredici e nove anni, si preparano a cambiare città, amici, scuola, orizzonte.

Lo scorso 2 luglio Antonio torna a Bari. Dal giorno dopo comincia un’altra storia.

Non arriva in azienda con un ruolo già scritto. Se lo deve costruire. Perché mentre lui sviluppava il proprio percorso professionale in Veneto, suo fratello dedicava ogni giorno all’azienda il proprio tempo, la propria esperienza e la propria attenzione. Vent’anni trascorsi a conoscere a fondo le lavorazioni, i clienti, le persone e le dinamiche che permettono a una realtà artigianale di crescere e consolidarsi nel tempo.

Antonio lo sa bene. Per questo il suo ritorno non è l’ingresso di chi arriva per cambiare tutto. È il passo di chi sceglie prima di ascoltare, osservare e comprendere.

La visione che oggi condividono nasce proprio dall’incontro di due percorsi diversi e complementari. Da una parte l’esperienza maturata nei cantieri e nei progetti internazionali. Dall’altra la conoscenza profonda di un’azienda costruita giorno dopo giorno.

È da questo equilibrio che Antonio immagina il futuro. Con una consapevolezza precisa. La crescita non dovrà cancellare l’anima artigiana dell’azienda. Perché nel loro lavoro, se si perde il contatto con la materia, si perde tutto.

Lui lo dice in modo semplice. Quando un’azienda comincia soltanto a gestire, a subappaltare, a rincorrere numeri, “si perde la poesia”. E questa, forse, è la frase che racconta meglio Antonio Diaferia. Un ingegnere che parla di poesia. Non come ornamento.
Come misura del lavoro fatto bene.

Perché la poesia, in questo caso, è una saldatura precisa. Un telo tagliato correttamente. Un dettaglio che combacia in cantiere. Un cliente supportato anche quando qualcosa va corretto. Una reputazione costruita negli anni dal padre e dal fratello con serietà, disponibilità e attenzione al lavoro.

Antonio non vuole tradire tutto questo. Vuole portarlo più avanti. Sogna che nei prossimi anni Diaferia diventi un punto di riferimento italiano nell’architettura tessile. Una realtà capace di parlare con i progettisti fin dal primo schizzo. Di spiegare possibilità e limiti di una membrana. Di trasformare una forma leggera in qualcosa che possa davvero stare in piedi, durare, proteggere, accogliere.

Non gli interessa diventare grande perdendo ciò che rende unica l’azienda. Gli interessa diventare più consapevole. Più completa. Più capace di scegliere.

Dentro questa storia, alla fine, il ritorno a casa non ha nulla di nostalgico. Antonio non torna indietro. Torna all’origine per provare ad aprire una direzione nuova.

Porta con sé il Veneto, Bassano, l’A4 tra Venezia e Milano, i colleghi che insieme a lui si sono appassionati all’architettura tessile, i clienti incontrati, i problemi risolti, quelli rimasti addosso.

Porta tutto dentro una bottega nata molti anni prima. Quella dove un bambino giocava a pallone tra i teloni.

Solo che adesso quel bambino è un uomo di quarantasei anni. E davanti a quei teloni non vede più soltanto il passato della sua famiglia. Vede una forma possibile di futuro.

#ToBeContinued
Andrea Bettini