
Prima di fotografare una casa, Adriano Bacchella guarda sempre le finestre.
È lì che capisce se quell’architettura appartiene davvero al luogo in cui è stata costruita. Se il paesaggio entra naturalmente negli ambienti, se ogni apertura diventa un quadro. La casa smette di essere un insieme di muri e comincia a raccontare il modo in cui qualcuno ha scelto di abitare il mondo.
È da quella soglia che osserva da oltre quarant’anni.
Molti lo considerano uno dei nomi di riferimento della fotografia d’autore dedicata all’abitare. Lui sorride, lascia che siano gli altri a scegliere le etichette e continua a parlare di luoghi, di persone, di luce. Ogni casa finisce sempre per assomigliare allo sguardo di chi l’ha immaginata. Fotografarla significa entrare in relazione con quella storia, comprenderla e restituirla senza alterarne l’anima.
Questa ricerca inizia molto lontano dalle ville mediterranee che oggi lo hanno reso uno dei principali interpreti della fotografia di interiors.
Ha diciannove anni quando parte per l’Africa. Nei sei anni successivi attraversa Algeria, Marocco, Tunisia, Niger, Burkina Faso, Ghana, Senegal, Mali, Benin, Camerun, Tanzania, Sudafrica e molti altri Paesi. Da allora tornerà molte volte in Africa. Ogni viaggio aggiunge uno sguardo nuovo. Ogni villaggio gli insegna che l’abitare nasce molto prima dell’architettura. Nasce dal rapporto fra l’uomo, il clima, i materiali, il paesaggio.
Nel deserto comincia davvero a capire che cosa significa abitare un luogo. Lì scopre che la bellezza coincide spesso con l’essenziale. Che una costruzione può essere perfetta anche quando è fatta soltanto di terra e paglia. Che l’intelligenza di una casa si misura dalla sua capacità di appartenere al luogo in cui sorge.
Qualche anno dopo attraversa in canoa le Everglades della Florida. Undici giorni immerso nella più vasta area paludosa degli Stati Uniti, primo italiano a riuscirci. Un’impresa che gli vale la scelta come testimonial nazionale di Vivitar e contribuisce a far conoscere il suo lavoro. Eppure, anche questa volta, il ricordo più vivo non riguarda l’impresa. Riguarda l’esperienza di entrare in un ambiente naturale lasciandosi trasformare da ciò che incontra.
Negli anni la fotografia diventa il suo mestiere. Collabora con le principali riviste italiane e internazionali dedicate all’abitare. Pubblica oltre trenta libri fotografici tradotti in tutta Europa. Entra nelle case progettate dai più importanti architetti e interior designer, osserva dettagli che molti attraversano senza accorgersene, costruisce immagini capaci di raccontare un’atmosfera prima ancora di uno spazio.
Con il tempo, però, qualcosa cambia. Le case smettono di essere soltanto soggetti da fotografare. Diventano luoghi da ascoltare.
Ogni edificio conserva le tracce di chi lo ha costruito, abitato, trasformato. Un muro racconta il lavoro di una famiglia. Una scala rivela un modo di vivere. Una finestra orientata verso il mare custodisce una scelta compiuta molti anni prima. Adriano impara a riconoscere questi segni. È lì che cerca le sue immagini.
A un certo punto accade qualcosa di inatteso. Dopo avere osservato per decenni il lavoro di architetti e interior designer, sente il desiderio di confrontarsi personalmente con gli spazi. All’Elba acquista alcuni ruderi e li riporta lentamente alla vita. Ogni intervento segue la stessa idea che guida le sue fotografie: aggiungere il minimo indispensabile, rispettare ciò che il tempo ha lasciato, permettere al luogo di continuare a raccontare la propria storia.
In fondo cambia soltanto il linguaggio. Per una vita aveva cercato l’armonia attraverso un obiettivo. Adesso prova a costruirla con le proprie mani.
Anche il suo rapporto con l’Elba nasce così. Circa dieci anni fa sceglie di trasferirsi sull’isola. All’inizio è una decisione personale. Poi diventa una ricerca.
La percorre lentamente, stagione dopo stagione. Scopre un territorio che ha saputo preservare un equilibrio raro fra paesaggio e presenza umana. Mentre molte coste del Mediterraneo hanno ceduto alla speculazione edilizia, l’Elba conserva ancora un’armonia fatta di piccoli approdi, muri in pietra, macchia mediterranea, case che sembrano nate insieme alle colline che le ospitano.
Più osserva, più comprende che quel patrimonio rischia di rimanere invisibile. Così prende forma il progetto più ambizioso della sua carriera.
Per anni bussa a porte che nessuno aveva mai fotografato. Entra in ville storiche, rifugi nascosti nella macchia mediterranea, architetture moderne degli anni Sessanta e Settanta, dimore che custodiscono memorie familiari da generazioni. Ogni accesso richiede tempo, fiducia, discrezione.
Nasce così Elba Interiors. Cinquecentocinquanta fotografie, oltre quaranta abitazioni, una prefazione firmata da Gaia Trussardi e i testi di Franco Faggiani. Un libro che racconta l’isola attraverso gli spazi che le persone hanno costruito per viverla, trasformando un patrimonio privato in un racconto collettivo.
Osservandolo parlare del suo lavoro si capisce che la fotografia, in fondo, è sempre stata uno strumento. Quando racconta il passaggio dall’analogico al digitale sorride con la stessa ironia con cui dice di essere “nato maniscalco e diventato meccanico”. Sa bene quanto sia cambiato il mestiere. La tecnologia evolve. Lo sguardo, invece, continua a chiedere la stessa pazienza.
Perché quello che davvero lo interessa è capire come gli esseri umani lasciano un segno nei luoghi che attraversano.
Forse è questa la lezione che quarant’anni di fotografia gli hanno consegnato. Le fotografie fermano un istante. Le case custodiscono una vita.
Fra le une e le altre, Adriano Bacchella continua a cercare la stessa cosa da oltre quarant’anni. Il punto esatto in cui un luogo smette di essere uno spazio e diventa una storia.
È anche per questo che, entrando in una casa, il suo sguardo torna sempre verso una finestra. Perché è lì che comprende se quell’abitazione dialoga davvero con il mondo che la circonda. E, insieme, rivela il modo in cui qualcuno ha scelto di stare al mondo.
#ToBeContinued
Andrea Bettini