
Accessiway Italy
Ogni giorno compiamo decine di gesti senza pensarci. Prenotiamo un treno. Acquistiamo un biglietto per un concerto. Consultiamo un referto medico. Compiliamo un modulo. Ordiniamo una cena.
Per la maggior parte di noi richiedono pochi secondi. Per qualcun altro, invece, quello stesso gesto può trasformarsi in un ostacolo.
È una differenza quasi invisibile. Ed è proprio per questo che Edoardo Arnello ha deciso di dedicarle il proprio lavoro.
Ha ventisette anni. È Executive Vice President e Managing Director Italia di Accessiway, azienda nata a Torino nel 2021 e oggi punto di riferimento europeo nell’accessibilità digitale. Un’impresa che aiuta organizzazioni pubbliche e private a rendere siti web, applicazioni e servizi realmente utilizzabili anche dalle persone con disabilità.
Un tema destinato a diventare sempre più centrale con l’evoluzione della normativa europea, ma che per Edoardo nasce molto prima di qualsiasi obbligo legislativo. Nasce da una domanda: «Chi stiamo lasciando fuori?»
La risposta arriva durante gli anni dell’università. Dopo il liceo inizia a lavorare su alcuni progetti di innovazione sociale. Uno prova persino a cambiare il modo in cui i giovani si avvicinano alla cultura: più spettacoli teatrali frequenti, meno paghi un paio di scarpe. L’idea non funziona. L’esperimento sì.
Per la prima volta comprende che un progetto può generare valore economico senza rinunciare a produrre un impatto positivo. Quella convinzione non lo abbandonerà più.
Arriva poi una startup del mondo education. Impara come nasce un prodotto, come lo si porta sul mercato, come si costruisce un’impresa. Poco dopo incontra il gruppo che sta dando vita ad Accessiway.
Le competenze sono molto diverse tra loro. Imprenditori. Esperti di tecnologia. Figure istituzionali. Generazioni differenti. Eppure c’è un punto sul quale tutti convergono. Il digitale è diventato il punto di partenza della nostra vita. Ogni esperienza comincia lì.
Prima di entrare in un albergo lo scegliamo online. Prima di salire su un treno acquistiamo un biglietto. Prima di andare a cena prenotiamo un tavolo. Prima di entrare in una banca, in un ospedale o in un ufficio pubblico attraversiamo uno schermo. Eppure quasi nessuno si chiede se quello schermo sia davvero accessibile a tutti.
Edoardo racconta un dato che cambia completamente prospettiva. Tra il quindici e il venti per cento della popolazione mondiale convive con una disabilità rilevante nell’utilizzo degli strumenti digitali e circa il novantasei per cento dei siti web presenta ancora problemi di accessibilità.
Numeri importanti. Ma non è questo che lo colpisce di più. È il fatto che continuiamo a considerare l’accessibilità un tema che riguarda gli altri.
«In realtà riguarda tutti noi. È solo una questione di quanto tempo manca.»
Una frase che sembra parlare di tecnologia. In realtà parla della vita. Perché basta una gamba ingessata per scoprire quanto sia importante un ascensore. Basta che la vista cambi con gli anni per accorgersi che quel carattere sullo schermo è diventato troppo piccolo. Basta una limitazione temporanea per capire quanto sia preziosa l’autonomia.
L’accessibilità smette così di essere un tema tecnico. Diventa un modo di guardare le persone.
L’obiettivo non è diventare semplicemente l’azienda più grande. È costruire quella capace di risolvere davvero il problema. La qualità viene prima della scala. Perché rendere l’accessibilità semplice per le imprese senza comprometterne l’efficacia significa permettere a milioni di persone di utilizzare servizi che oggi restano fuori dalla loro portata.
Nel frattempo Accessiway cresce. Si espande in quattro Paesi europei. Entra nel gruppo team.blue. Accompagna migliaia di organizzazioni nel proprio percorso verso un digitale più inclusivo. Continua a investire nella ricerca e nello sviluppo di nuove soluzioni.
Ma ascoltando Edoardo si ha l’impressione che la crescita sia una conseguenza, non il punto di partenza.
Cinque anni di crescita gli hanno lasciato alcune convinzioni molto precise. La prima riguarda la fatica. «Bisogna imparare ad apprezzarla.» Perché costruire qualcosa di nuovo richiede tempo, costanza e la disponibilità a ricominciare ogni volta.
La seconda riguarda le persone. «Sono l’asset più importante che un’azienda possa avere.»
Per questo racconta quanto tempo richieda selezionare il gruppo giusto. Perché basta una persona capace di condividere una visione per cambiare il destino di un progetto. E basta la persona sbagliata per rallentarlo.
È una riflessione che sorprende. A ventisette anni molti parlano del proprio talento. Lui preferisce parlare del talento degli altri.
Tra le convinzioni che accompagnano Edoardo ce n’è una che guarda ai più giovani. A quelli che hanno magari appena terminato la maturità. «A diciannove anni si può diventare qualunque cosa.»
Non è una frase motivazionale. È un invito a non restringere troppo presto il proprio orizzonte. A fare esperienze. A coltivare curiosità. Ad accettare la fatica che ogni percorso richiede.
Fuori dall’ufficio cerca di proteggere uno spazio diverso. Si è sposato da poco. Legge. Scrive. Realizza piccoli filmati di famiglia con una videocamera, perché montare immagini significa costruire ricordi destinati a durare nel tempo. Porta quasi ovunque con sé Botto, il suo cane, presenza fissa anche durante molte riunioni di lavoro. E continua a investire tempo nelle amicizie, convinto che anche le relazioni abbiano bisogno della stessa cura che si dedica a un progetto imprenditoriale.
Alla fine, però, tutto torna lì. Alle porte. Ogni giorno attraversiamo decine di porte digitali senza rendercene conto.
Il lavoro di Edoardo Arnello consiste nel fare in modo che quelle stesse porte si aprano anche per chi, troppo spesso, resta davanti alla soglia. Perché l’innovazione, quando è davvero tale, non crea privilegi. Allarga le possibilità.
#ToBeContinued
Andrea Bettini