
Fino a sei anni voleva lavorare alla NASA.
Sua madre ancora oggi lo prende in giro. Gianpaolo Pezzato si vestiva da astronauta e immaginava lo spazio. Poi quel sogno è passato. La voglia di esplorare, invece, è rimasta.
Gli è sempre piaciuto andare dove non conosce nessuno. Scoprire, osservare, capire che cosa potrebbe accadere. Il futuro lo ha sempre affascinato più del passato. Si sente un esploratore: uno che parte, guarda ciò che ha intorno e torna con qualche idea nuova.
Oggi una parte di quelle idee finisce nella campagna di Villotta di Chions, in provincia di Pordenone.
Fuori dall’atelier di MAARMO ci sono il verde e i vigneti. Dentro, polvere di marmo, grandi impastatrici, stampi, superfici da toccare e tempo. Soprattutto tempo.
Gianpaolo si definisce un sognatore che cerca di concretizzare i sogni «con ordine e metodo». Dice anche di essere innamorato dell’Italia. Di quell’amore sufficientemente adulto da vederne pregi e difetti e continuare comunque a credere nella possibilità di contribuire, nel proprio piccolo, allo sviluppo del Veneto, del Nord-Est, del Paese.
L’impresa fa parte del suo paesaggio fin dall’infanzia. Il padre è imprenditore nel commercio. La madre contribuisce con i fratelli ad avviare un’azienda di arredamento. È un mondo che Gianpaolo respira in famiglia e che, crescendo, comincia a immaginare anche nel proprio futuro: vorrebbe essere parte di un progetto imprenditoriale, senza sapere ancora quale.
Studia Economia aziendale a Ca’ Foscari e si laurea nel 1998. Passa un periodo a Londra, poi torna in Italia.
Entra in una società di consulenza direzionale a Treviso. Macina business plan e sistemi di controllo di gestione, ma la parte più importante del lavoro accade fuori dai numeri. Lavora gomito a gomito con gli imprenditori, entra nelle aziende, ne osserva le dinamiche, comincia a capire come batte il cuore dell’impresa nel Nord-Est.
Poi arriva Auchan, a Mestre. Un’altra scuola, questa volta dentro una grande organizzazione. Di quell’esperienza conserva una battuta: non ha fatto il militare, ma ha fatto l’Auchan. I francesi, ricorda, erano «micidiali».
A un certo punto decide di passare dall’altra parte e provare a costruirne una. Nel 2002 avvia SoloTreviso.it, partendo dall’e-commerce di prodotti enogastronomici trevigiani per approdare successivamente anche al retail fisico. Più avanti incrocia la Fornace dell’Innovazione di Asolo, che dirigerà negli anni in cui diventa uno dei luoghi del territorio dedicati all’innovazione e alle nuove imprese.
Inizia così a trascorrere molto tempo accanto a chi prova a trasformare un’intuizione in impresa. E intanto matura una piccola frustrazione.
Gianpaolo vede ragazzi trascorrere anni a scuola sapendo ancora troppo poco di ciò che accade fuori. Il mondo dell’impresa rimane distante, poco conosciuto, a volte difficile persino da immaginare. Decide di provare ad accorciare quella distanza. Costruisce percorsi con scuole e aziende, dedica tempo ai giovani, porta l’impresa nelle aule e gli studenti dentro l’impresa.
Nel 2017 quell’interesse diventa anche un libro. Con Giampietro Bizzotto firma Impavidi veneti. Imprese di coraggio e successo a Nord Est, pubblicato da Edizioni Ca’ Foscari.
Negli anni, esperienze diverse finiscono per affinare una stessa attitudine: guardare ciò che ha davanti e provare a immaginare come potrebbe diventare. Non gli interessa l’innovazione come esercizio fine a se stesso. Gli interessa quando un’idea trova una direzione, incontra le persone giuste e riesce a prendere forma.
Anche MAARMO entra nella sua vita così.
La incontra seguendo alcune startup. L’azienda è nata nel 2016 attorno a un’intuizione: valorizzare i residui delle lavorazioni delle filiere del Made in Italy, partendo dalla polvere di marmo. Gianpaolo vede un prodotto fatto bene e, insieme a un gruppo di amici e soci, decide di prendere in mano l’azienda e rilanciarla.
La sfida che vede davanti a sé è precisa: trasformare un prodotto in un’impresa con una visione.
Comincia a lavorare sul design, sulla materia, sull’identità. Al marmo affianca progressivamente residui provenienti da altre filiere italiane. Vuole che gli oggetti conservino qualcosa della materia dalla quale provengono, che invitino a toccarla, sentirla, riconoscerla.
Qui una parola come sostenibilità gli sta stretta. La sente ripetere così spesso da rischiare di perdere significato. Gianpaolo preferisce un’altra parola: rispetto. Rispetto delle cose. Della materia. Del lavoro necessario a produrle. Del tempo.
Un blocco di marmo porta con sé milioni di anni. Quando viene lavorato, una parte diventa polvere. Gettare quella polvere significa per Gianpaolo disperdere anche una parte del tempo che la materia custodisce.
Per questo insiste su una distinzione apparentemente piccola. Preferisce parlare di residuo, anziché di scarto, e di riuso, più che di riciclo.
La polvere generata dal taglio del marmo non ha bisogno di essere sottoposta a una nuova trasformazione per poter essere impiegata. È già lì, disponibile a diventare materia prima di un altro processo.
Viene miscelata con acqua e altri ingredienti naturali fino a ottenere un composto che nell’atelier chiamano crema. Viene stesa manualmente negli stampi. Poi occorre aspettare che si consolidi, estrarre il semilavorato e lasciarlo stagionare prima delle lavorazioni successive.
Aspettare. Per un uomo che guarda continuamente avanti, è una parola importante.
La materia impone il proprio ritmo. Può comparire un’ombra, una superficie può richiedere un nuovo intervento, una lavorazione può domandare più tempo del previsto.
«Il tempo è il nostro alleato.»
Non sembra soltanto una frase legata a MAARMO. Gianpaolo torna spesso sul valore dell’attesa anche fuori dall’atelier: sul lasciare alle cose il tempo necessario per acquistare valore, senza forzature.
Da questa disponibilità a sperimentare nascono incontri inattesi tra materie diverse.
Con il modello UbriAAco il marmo incontra i residui della filiera del vino. Servono diciotto mesi di sperimentazione per arrivare a una superficie dalle sfumature vinaccia che, con il calore, restituisce anche una componente olfattiva.
Con AArtichoke entra nell’impasto Karshof®, ingrediente sviluppato da Circular Fiber a partire dagli scarti del carciofo. Marmo e materia vegetale finiscono nello stesso oggetto.
Sono prodotti, ma raccontano soprattutto un modo di procedere. Prendere qualcosa che esiste già. Guardarlo abbastanza a lungo da riuscire a immaginare ciò che ancora non è.
Gianpaolo fa lo stesso esercizio quando pensa a MAARMO tra cinque anni. Non parte dal fatturato e nemmeno dalle dimensioni dell’azienda.
Immagina alcune case italiane. Dentro vede un pezzo MAARMO. Vorrebbe che chi lo ha scelto fosse orgoglioso di mostrarlo, non soltanto perché riscalda o perché è bello, ma perché quell’oggetto esprime qualcosa del suo modo di stare al mondo.
Parla degli italiani «più coraggiosi» e della volontà di allargare la tribù dei MAARMO Lovers, una comunità di persone disposte a uscire da quella che definisce la «melassa» di un mondo sempre più indistinto.
Diventare famoso gli interessa poco. Molto di più gli interessa che quei prodotti riescano a rappresentare i valori nei quali crede.
Il presente, intanto, gli appare meno lineare di qualche anno fa. La strada ha smesso di essere un rettilineo ed è diventata un percorso pieno di curve. Per attraversarle servono, secondo Gianpaolo, visione, coraggio e fatica. La visione per sapere dove andare, il coraggio per seguire quella direzione e la disponibilità ad accettare la fatica che ogni scelta porta con sé.
Oggi Gianpaolo dice di sentirsi «carico». MAARMO sta affrontando una nuova fase di crescita e lui si sente nel posto giusto. Felice.
Alla domanda su quale sia la sua ricetta della felicità non ha bisogno di costruire una teoria.
«Non avere rimpianti.»
Il bambino che voleva lavorare alla NASA non è diventato astronauta. Ha continuato, però, a fare la cosa che gli interessava davvero. Andare a vedere che cosa c’è un po’ più avanti.
#ToBeContinued
Andrea Bettini