
A volte basta un corridoio per misurare un’assenza.
Nella sua casa di Bologna, Giorgia Schvili racconta che, quando aveva un’idea, attraversava il corridoio per raggiungere il marito Emmanuel nel suo studio. Succedeva anche quando arrivava una bella notizia. Una nipote aveva preso un bel voto a scuola, un progetto aveva trovato una soluzione, qualcosa meritava di essere condiviso. Bastavano pochi passi.
Oggi le capita ancora di avviarsi in quella direzione. Poi si ferma.
Emmanuel è scomparso nel novembre del 2024. Avevano trascorso insieme oltre cinquant’anni, cresciuto cinque figli e costruito un marchio capace di portare il loro nome nelle principali vie dello shopping internazionale.
Quella casa, in via Arienti 44, custodisce adesso un patrimonio di abiti, disegni, fotografie, ricami, cataloghi e ricordi. Giorgia lo ha trasformato nell’Emmanuel Schvili Archive House. Un archivio che somiglia poco a un museo e molto alla donna che lo ha immaginato.
Per comprenderne il significato bisogna tornare indietro, a quando Giorgia non pensava affatto di occuparsi di moda.
Da ragazza corre i cento metri, gioca a pallacanestro, ama i go-kart. Frequenta le magistrali e immagina di iscriversi all’ISEF di Modena. Vorrebbe insegnare educazione fisica. Suo padre, uomo dalle idee piuttosto tradizionali, considera già un problema l’eventualità che una delle sue tre figlie debba lasciare Bologna per studiare.
Giorgia è la maggiore. Ha un carattere indipendente, ama stare in compagnia, organizzare, prendere iniziative. Lo sport le piace anche per questo: permette di muoversi, incontrare persone, mettersi alla prova.
La moda, intanto, entra nella sua vita senza che lei se ne renda conto. Non acquista quasi mai un abito già confezionato. Cerca tessuti, recupera scampoli, frequenta sarte e artigiani. Conosce una ragazza il cui padre commercia pellami e va a scegliere personalmente quelli che le piacciono. Poi si rivolge a un calzolaio di Strada Maggiore, a Bologna, per farsi realizzare scarpe su misura. Francesine blu, gialle, bianche.
Per i vestiti funziona allo stesso modo. Trova un tessuto, immagina come potrebbe diventare, lo porta dalla sarta. A volte ritaglia fotografie dalle riviste per spiegare quello che ha in mente. Nessuno le ha insegnato a fare la stilista. Semplicemente, le piace inventare.
L’incontro destinato a cambiare la sua vita avviene a Riccione.
Emmanuel Schvili è nato a Ramat Gan, nell’area di Tel Aviv, e ha trascorso buona parte della giovinezza all’estero. Ha studiato tra Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti, formandosi in ingegneria nucleare. Immaginava una carriera universitaria americana, ma il padre, impegnato in attività commerciali, lo ha richiamato in Italia per aiutarlo a seguire gli affari di famiglia.
È un giovane serio, riservato, abituato a osservare prima di parlare.
Giorgia, al contrario, socializza con tutti. Anche in spiaggia, quando arriva qualcuno che non conosce, cerca di coinvolgerlo nei giochi e nella compagnia.
A Riccione si incontrano, si frequentano per qualche tempo, poi le loro strade si separano.
Passano un paio d’anni. Un’amica propone a Giorgia una vacanza a Capri. Suo padre si oppone e si rifiuta di darle i soldi. Lei trova un lavoro serale, mette da parte quanto le serve e parte ugualmente.
Un giorno, al porto, vede un ragazzo con un cappellino da marinaio. È Emmanuel. Accanto a lui una giovane svedese con la quale sta trascorrendo le vacanze.
Non si erano dati appuntamento. Non avevano neppure mantenuto i contatti.
Giorgia racconta ancora quell’incontro con il divertimento di chi conosce il seguito della storia. Emmanuel comincia a invitarla a colazione. Lei compra un piccolo vocabolario d’inglese per riuscire a conversare anche con la ragazza svedese.
La sera, però, Giorgia si presenta con abiti che attirano l’attenzione. Ha già un gusto personale, un modo tutto suo di interpretare l’eleganza.
Quando arriva il momento di ripartire, Emmanuel le propone di rimanere ancora qualche giorno. Si offre di pagarle il biglietto aereo per tornare a casa. Lei rifiuta: suo padre la aspetta insieme alle amiche con le quali è partita.
Torna a Bologna. Questa volta Emmanuel la raggiunge. La loro storia comincia davvero.
All’inizio le differenze tra le rispettive famiglie e le convenzioni dell’epoca rendono la relazione tutt’altro che semplice. Il padre di Giorgia non vede di buon occhio che la figlia frequenti un ragazzo che vive a Milano. Anche nella famiglia di Emmanuel la relazione incontra qualche resistenza.
I due continuano a frequentarsi. A un certo punto decidono di fare qualcosa insieme.
Giorgia ha già cominciato a realizzare piccoli capi di abbigliamento. Nasce un laboratorio che porta il suo nome, Confezioni Giorgia. All’inizio lavorano lei e una sarta. Qualche volta i tessuti vengono tagliati persino sul tavolo di casa.
Le idee arrivano osservando le persone, le vetrine, le fotografie. Giorgia parte da un’immagine, da un materiale, da qualcosa che le accende la curiosità.
Durante i viaggi di Emmanuel a Roma per seguire gli affari del padre, lo accompagna con una valigia piena di campioni. Mentre lui lavora, lei entra nelle boutique più interessanti della città, mostra quello che ha realizzato e riesce anche a venderle.
Emmanuel osserva quella ragazza capace di trasformare un’intuizione in qualcosa che le persone desiderano acquistare. Comprende che dietro il suo gusto personale potrebbe nascere un’attività molto più grande. Arrivano i primi negozi.
A Bologna aprono uno spazio in via Oberdan, una sorta di bottega dove una sarta realizza capi che possono trasformarsi grazie a un particolare sistema di elastici. Una gonna può diventare un vestito. Il negozio diventa un luogo di ritrovo, soprattutto per i giovani.
A Milano nasce Bibas, un punto vendita ispirato anche all’atmosfera della celebre Biba londinese.
Giorgia continua a cercare idee ovunque. A Londra frequenta Kensington Market. Scopre pantaloni di velluto dipinti a mano e li porta in Italia. Realizza kilt utilizzando tessuti destinati agli strofinacci da cucina. Li indossano anche signore della società milanese, incuriosite da quella ragazza che propone qualcosa di diverso da quanto si trova abitualmente nelle boutique.
L’attività cresce. Emmanuel assume un ruolo sempre più importante.
Giorgia lo descrive come un uomo dotato di una straordinaria capacità di fare impresa. Lui si occupa degli investimenti, dei contratti, dell’organizzazione commerciale. Individua i negozi, sceglie le posizioni, tratta con i proprietari degli immobili. Ha una regola: i punti vendita devono trovarsi negli angoli migliori delle strade più importanti.
Lei segue la creatività, le collezioni, gli allestimenti, le vetrine, i cataloghi. Ma la divisione dei ruoli non è mai così rigida. Emmanuel possiede un gusto raffinato, conosce i tessuti e ha una sensibilità particolare per gli accostamenti cromatici. Giorgia, dal canto suo, partecipa a ogni aspetto della vita aziendale.
Quando visitano insieme i fornitori di tessuti a Parigi, possono innamorarsi dello stesso motivo floreale immaginandone però due destinazioni completamente differenti. Lei lo vede su un piumino, lui su una camicia. La loro diversità diventa una risorsa.
Negli anni Settanta arriva anche una sfilata al Circolo della Stampa di Milano. Giorgia ricorda ancora l’emozione di quella presentazione e la presenza tra il pubblico di Franca Sozzani.
La ragazza che voleva insegnare ginnastica ha trovato una strada che non aveva previsto.
Il marchio Emmanuel Schvili, fondato nel 1969, sviluppa progressivamente un’identità riconoscibile. Camicie, abiti, gonne, ricami e stampe raccontano un’idea di eleganza che lascia spazio all’ironia, alla fantasia, al piacere di distinguersi.
La filosofia è racchiusa in poche parole.
«Vestirsi per divertirsi.»
Il ricamo diventa uno degli elementi distintivi delle collezioni. Ogni applicazione, ogni bottone, ogni accostamento di materiali contribuisce a dare personalità a un capo.
Il successo arriva anche attraverso una scelta imprenditoriale che anticipa una tendenza destinata a diventare molto importante nella moda: le collaborazioni con i grandi marchi dell’intrattenimento.
Emmanuel intuisce le potenzialità dei personaggi dei cartoni animati applicati all’abbigliamento. Si muove personalmente per ottenere le licenze. Nel 1990 arriva Warner Bros, seguita da Disney nel 1993. Bugs Bunny, Titti, Silvestro, Topolino e altri personaggi entrano nelle collezioni. Le camicie diventano riconoscibili, desiderate, capaci di attraversare generazioni differenti. Il mondo dei cartoon incontra la qualità della manifattura italiana.
Giorgia ed Emmanuel non si limitano a stampare un personaggio su un tessuto. Lo reinterpretano attraverso ricami, applicazioni, lavorazioni e dettagli. Una camicia può richiedere numerose prove prima di raggiungere il risultato desiderato.
L’azienda cresce mantenendo una forte attenzione alla dimensione artigianale. Le collezioni si allargano all’uomo, alla donna, ai bambini e ai neonati. Si sviluppa una rete di negozi che arriva a comprendere una ventina di punti vendita, tra Italia ed estero. Bologna, Milano, Roma, Modena, Pavia, Varese, Taormina. Poi Saint-Tropez e Londra.
Giorgia ricorda in particolare l’emozione di arrivare con il loro marchio nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano e in via Condotti a Roma. Eppure, quando ripensa ai luoghi che meglio rappresentano quella storia, il primo che nomina rimane via Oberdan. È lì che tutto ha cominciato a prendere forma.
Negli anni del successo la vita familiare e quella professionale continuano a intrecciarsi.
Giorgia ed Emmanuel hanno cinque figli. I ragazzi crescono tra la casa, gli uffici, i negozi, le fotografie delle campagne pubblicitarie e i viaggi. Qualche volta partecipano anche agli shooting. In alcuni cataloghi compaiono i figli, gli amici, persone incontrate durante le vacanze.
Tra le fotografie che Giorgia conserva negli album ce n’è una che racconta quella stagione meglio di molte parole. Sono ritratti tutti e sette: lei, Emmanuel e i loro cinque figli, ancora ragazzi.
Sorridono, si stringono, sembrano divertirsi. Ma a colpire è soprattutto la naturalezza di quell’immagine. Nessuno sembra essersi messo in posa per apparire felice. Quella felicità appartiene alla loro vita, prima ancora che alla fotografia.
Giorgia la guarda e ritrova l’energia di quegli anni. Un’esistenza nella quale il lavoro, la famiglia, i viaggi e le occasioni per stare insieme si intrecciavano continuamente.
«L’abbiamo vissuto in una maniera così esplosiva.»
La fotografia ha fermato un istante. Quell’energia, invece, ha continuato ad accompagnarli.
Per Giorgia è naturale coinvolgere tutti. Le piace organizzare, inventare situazioni, creare occasioni per stare insieme. Emmanuel ha un carattere differente. È il punto di riferimento della famiglia, un uomo presente, protettivo, capace di assumersi responsabilità e prendere decisioni. Crede nell’importanza di far conoscere il mondo ai figli e offre loro la possibilità di studiare e vivere esperienze all’estero.
Sul lavoro può essere esigente, persino accentratore. Giorgia riconosce che questa sua caratteristica ha reso talvolta difficile il coinvolgimento dei figli nell’impresa. Nessuno di loro, alla fine, raccoglierà direttamente il testimone del marchio. Giorgia conserva però soprattutto il ricordo di un’esistenza vissuta intensamente.
Quando apre i vecchi cataloghi, le fotografie restituiscono molto più delle collezioni. Raccontano i luoghi nei quali sono stati realizzati, le persone coinvolte, le vacanze trasformate in occasioni creative, gli imprevisti risolti insieme.
«Mi fa gioia. Gioia, gioia.»
È la risposta che dà ripensando a quelle immagini.
Anche quando il marchio attraversa nuove fasi, Giorgia continua a cercare strade differenti. Lavora a progetti per altri marchi, sperimenta materiali, realizza capsule collection. Collabora con realtà come Superga e K-Way, portando la propria esperienza in contesti diversi.
La ripetizione le sta stretta. Le piace cambiare prospettiva, cercare materiali, immaginare applicazioni inedite.
Poi arriva la malattia di Emmanuel. Il Parkinson cambia progressivamente le abitudini della famiglia. Giorgia comincia a ridurre gli impegni e a chiudere alcune attività, anche per evitare che le responsabilità quotidiane e le preoccupazioni del lavoro aggravino le condizioni del marito.
È un passaggio difficile, che modifica un equilibrio costruito nel corso di decenni. Emmanuel muore nel novembre del 2024. Giorgia si ritrova a convivere con un’assenza che riguarda ogni aspetto della sua vita.
Le manca il marito, il padre dei suoi figli, il compagno di una lunga storia e la persona con la quale confrontarsi su ogni intuizione, discutere una scelta, condividere una soddisfazione.
Per un periodo la malinconia è costante.
Nella parte inferiore della casa è conservato molto del materiale accumulato durante gli anni dell’attività. Giorgia decide di riportarlo alla luce.
Comincia a spostare scatole, esaminare documenti, selezionare abiti, sistemare fotografie. Fa costruire ripiani, organizza armadi, cataloga ricami e materiali. Un lavoro enorme, affrontato con la stessa meticolosità con la quale aveva seguito le collezioni e le vetrine dei negozi. Nasce così l’Emmanuel Schvili Archive House.
Le stanze custodiscono decenni di creatività. I ricami sono raccolti in un centinaio di faldoni. Accanto agli abiti trovano posto bozzetti, cartelle colori, cataloghi, progetti di negozi, etichette, confezioni e materiali pubblicitari.
Una parte del patrimonio storico del marchio era già stata donata nel 2016 alla Fondazione Fashion Research Italy. Giorgia ha continuato a prendersi cura del resto, fino a trasformare la propria abitazione in uno spazio aperto alla condivisione.
Ogni oggetto ha una storia. Giorgia li mostra con entusiasmo, li prende in mano, ne racconta i dettagli. Ricorda chi ha realizzato un particolare ricamo, dove è stata scattata una fotografia, perché è stato scelto un determinato tessuto.
A colpirla, oggi, è soprattutto la possibilità che quel patrimonio possa diventare utile a qualcun altro.
Vorrebbe aprire sempre di più l’archivio agli studenti, alle scuole di moda, ai giovani designer, ai professionisti. Non teme che qualcuno possa riprendere una sua idea. Anzi, lo considera uno dei motivi per cui vale la pena conservare tutto.
«Io chi vuole copiare, che copi. Proprio non mi interessa niente. Io voglio aiutare i giovani.»
Il suo desiderio è offrire occasioni, condividere conoscenze, aiutare chi sta cercando la propria strada.
È un’attitudine che ha accompagnato anche altre esperienze della sua vita. Giorgia racconta con particolare affetto il rapporto costruito con i ragazzi dell’associazione L’Aliante, per i quali ha organizzato iniziative e raccolte di fondi. Ricorda i piccoli regali scelti pensando ai gusti di ciascuno, le feste, il piacere di farli sentire parte di qualcosa. La stessa attenzione che mette nei dettagli di un abito la ritrova nel rapporto con le persone.
Quando ripensa a ciò che l’ha spinta a fare tante cose, Giorgia trova una risposta precisa.
«Per me è la curiosità. La curiosità, non l’ambizione.»
Le interessava vedere un’idea prendere forma, scoprire qualcosa di nuovo, realizzare ciò che prima esisteva soltanto nella sua immaginazione.
È ancora così. Continua a progettare, studiare capsule collection, cercare nuove applicazioni per materiali e lavorazioni. Osserva la moda contemporanea con uno sguardo critico, ma senza perdere il desiderio di partecipare.
Nella casa di via Arienti riceve visitatori, studenti, persone incuriosite dalla storia del marchio. Le piace offrire un caffè, fermarsi a parlare, magari condividere un piatto di spaghetti. Perché ha voluto creare un archivio che fosse anche una casa. Un luogo nel quale le persone possano sentirsi accolte, conoscere un patrimonio creativo e trovare nuove idee.
Il progetto nasce dal desiderio di rendere omaggio a Emmanuel. Ma, attraverso gli incontri e le nuove collaborazioni che Giorgia continua a immaginare, sta diventando anche qualcosa che guarda avanti.
Oggi Giorgia si dice felice della vita che ha vissuto. Lo racconta senza nascondere che alcune giornate siano più difficili di altre.
Le manca Emmanuel, soprattutto nei piccoli gesti. Un’idea da raccontare. Una notizia da festeggiare. Una decisione sulla quale confrontarsi.
Per tanti anni bastava attraversare un corridoio.
Oggi, nelle stanze della loro casa, Giorgia continua a custodire ciò che hanno costruito insieme e a immaginare quello che potrebbe ancora nascere da quelle idee, da quei ricami, da quella storia.
Perché un archivio può essere anche questo. Un luogo dal quale ricominciare.
#ToBeContinued
Andrea Bettini