
Alla Giudecca, dove Venezia è prima di tutto un posto in cui vivere, Alberto Narduzzi impara a guardare.
Non è un apprendistato dichiarato. È una frequentazione. Lo zio Renzo fotografa artisti, Biennale, Mostra del Cinema. In studio passano persone, opere, storie. E lui resta lì, ai margini, a osservare.
All’inizio fa la gavetta come si faceva una volta. Commissioni, piccoli lavori, anche i “condoni”: camini da fotografare, uno dopo l’altro, per pratiche edilizie. Un esercizio di pazienza più che di talento. Poi, ogni tanto, succede qualcosa.
Un giorno si ritrova da solo davanti a Emilio Vedova. Deve fare un ritratto. È uno dei primi lavori veri che gli restano addosso. È terrorizzato. Ma in quel momento capisce una cosa che non dimenticherà più: guardare non basta. Bisogna reggere lo sguardo.
La fotografia diventa il suo mestiere. Ma non il suo confine.
A un certo punto quello che fa — riproduzioni d’arte, still life — gli sta stretto. È perfetto, ma immobile. Vuole la pubblicità. Vuole il movimento. Si sposta. Milano, Londra. Poi, quasi per caso, il Sudafrica. Per sedici anni lavorerà anche lì, entrando in produzioni più grandi, con clienti internazionali, dentro un sistema che gli permette di pensare prima ancora di scattare.
È un tempo largo. Una fotografia ogni due giorni e mezzo. Si prepara, si discute, si costruisce. E nell’attesa — quella vera, quella della pellicola che si sviluppa — si incrociano persone, idee, visioni. È un periodo che lui stesso definisce “fantasmagorico”. Eppure, a distanza di anni, resta una sensazione sottile: di aver inseguito troppo, senza trattenere abbastanza. Non per mancanza di occasioni. Per eccesso di curiosità.
Poi il mondo cambia. E questa volta cambia davvero. Arriva il digitale. E con lui qualcosa che non è solo tecnologico. È la fine di un equilibrio. La filiera si accorcia, il tempo si comprime, il mestiere si democratizza. Chiunque può scattare. Tutto diventa veloce. Replicabile. “C’erano più fotografi che tassisti a Milano”, ricorda.
Per chi ha costruito il proprio lavoro sulla lentezza e sulla precisione, è una frattura, e anche una caduta. Economica, prima ancora che professionale. Una di quelle che non puoi aggirare. Una di quelle che ti costringono a ricominciare. E che, nel suo caso, hanno avuto il volto di alcune persone che hanno continuato a credere in lui. Amici. Direttori di banca. Clienti. Persone che, nei momenti più difficili, gli hanno concesso tempo, fiducia e nuove possibilità. Anche per questo, oggi, quando guarda indietro, non racconta quelle ripartenze come una prova di forza individuale. Le considera piuttosto il risultato di una rete di relazioni che ha scelto di non lasciarlo cadere.
È lì che Alberto cambia forma. Chiude Venezia. Passa per Mestre. Si ferma a Treviso. E da fotografo diventa qualcos’altro. Non smette di fare immagini. Ma comincia a entrare dentro le aziende, a lavorare sull’identità, a costruire sistemi di senso prima ancora che contenuti.
Nasce così Multistudio. Non come un’intuizione astratta. Come una necessità concreta: cosa fai quando il tuo mestiere, così com’era, non esiste più?
Col tempo diventa una struttura ibrida, capace di attraversare linguaggi, media, formati. Oggi sono oltre quarant’anni di esperienza, centinaia di progetti, decine di aziende accompagnate. Ma più dei numeri, resta una posizione. In un mercato dove tutto si assomiglia, non vince chi comunica di più. Vince chi riesce a lasciare un segno. E questo, per lui, parte sempre da lì: dall’identità. Dallo stesso sguardo con cui ha imparato a riconoscere la bellezza.
Non è una teoria. È un riconoscimento. La bellezza non si spiega. Si sente. Sta in una proporzione che non torna. In un dettaglio fuori posto. In qualcosa che rompe un equilibrio. Come quando rifai un packaging e ti accorgi che un tappo, anche solo leggermente diverso, fa “stonare” tutto. Sono variazioni minime. Ma decisive. È una questione di accordi. Di sensibilità allenata nel tempo.
Intorno, però, il mondo continua a muoversi. Tecnologia, dati, intelligenza artificiale. Quello che una volta lo ha messo in difficoltà, adesso non lo spaventa più. Perché ha capito che il problema non è mai la tecnologia. È la visione.
Oggi anche i piccoli possono usare gli stessi strumenti dei grandi. Senza la loro lentezza, senza i loro silos. L’asimmetria non è più nelle risorse. È nelle idee, e nello stile con cui riesci a renderle vive.
Poi ci sono le moto. Non come passione laterale. Come linea continua.
Da bambino fotografa le gare di rally con la macchina del padre. Da adulto inizia a correrle. Non una disciplina sola. Quasi tutte. Passando dalle quattro ruote fotografate alle due ruote corse. Enduro, ghiaccio, speedway. Fino alla Sei Giorni, conclusa nel 2021, a quasi sessant’anni. Un traguardo che, per chi lo vive, vale come una vetta.
Non lo fa per dimostrare qualcosa. Lo fa perché gli serve. Perché in quel punto, tra velocità, rischio, concentrazione, tutto si riduce all’essenziale. Come in una fotografia fatta bene.
Oggi lo studio è pieno di giovani. Persone diverse da lui. Più veloci, più ordinate, forse meno inclini a disperdersi, e per questo fondamentali. Da loro impara quotidianamente. Strumenti, linguaggi, nuovi modi di leggere il mondo. A loro prova a lasciare qualcosa che non si insegna facilmente: la curiosità. Quella che non ha uno scopo preciso. Quella che ti porta dentro i mondi degli altri senza sapere cosa ci troverai. Perché è lì che questo lavoro cambia davvero. Quando nello stesso giorno passi a relazionarti con cinque identità diverse e scopri che non esiste un punto di vista solo.
E poi ci sono i figli. Tre. In mezzo a una vita fatta di deviazioni, tentativi, ripartenze, sono il punto che resta. Non perché semplifichino le cose. Ma perché le rendono più vere. Con loro ha capito che non tutto può essere condiviso. Che anche nei legami più forti serve una distanza giusta. E che crescere non significa trattenere, ma lasciare spazio. Forse è anche lì che la sua curiosità ha smesso di essere solo voglia di inseguire, e ha iniziato a diventare responsabilità.
Quando gli chiedono chi è, non costruisce una definizione. Dice che non è capace di guadagnare davvero. Che si disperde. Che si appassiona troppo in fretta. E probabilmente è vero. Ma è la stessa cosa che gli ha permesso di non fermarsi mai. Di attraversare mondi diversi senza irrigidirsi. Di cambiare forma quando serviva. Di restare curioso anche quando sarebbe stato più semplice smettere.
Alla fine, Alberto Narduzzi non è quello che ha fatto. È quello che continua a cercare. Per questo non si è mai sentito arrivato.
#ToBeContinued
Andrea Bettini