Gianluca Cinquepalmi – Restare rilevanti

Gianluca Cinquepalmi, Advisor, Speaker, Autore e Founder di Creativeldrs
Gianluca Cinquepalmi, Advisor, Speaker, Autore e Founder di Creativeldrs

 

Hong Kong, quando cala la sera, sembra una città che non dorme mai davvero. Le insegne continuano a lampeggiare. I grattacieli restano accesi. Le persone si muovono veloci dentro un equilibrio sottile tra controllo e caos. È una città che pretende lucidità. Visione. Resistenza. Ed è forse anche per questo che Gianluca Cinquepalmi, a Hong Kong, ci è rimasto. Doveva essere un progetto. È diventata casa.

Ci arriva nel 2009, inseguendo un’intuizione nata quasi per ostinazione. L’idea di portare il design italiano in Asia, quando ancora in pochi guardavano davvero verso Oriente. Con altri professionisti apre 1.618, uno studio nato per unire branding, strategia e design in un mercato che sembrava pronto a esplodere.

All’inizio, però, la realtà si rivela molto diversa dall’immaginazione. L’essere italiani non apre automaticamente nessuna porta. Il portfolio costruito in Europa non basta. Ogni credibilità va conquistata da zero. Cliente dopo cliente. Riunione dopo riunione. Errore dopo errore.

Eppure, col tempo, proprio quella distanza diventa una scuola. Perché Hong Kong obbliga Gianluca a fare una cosa che fino ad allora aveva fatto solo in parte: smettere di identificarsi con un ruolo.

Ingegnere. Designer. Direttore creativo. Imprenditore. Professore. Nessuna di queste definizioni, da sola, basta davvero a raccontarlo. Quando gli viene chiesto chi sia oggi, la prima risposta che gli viene naturale è quasi disarmante nella sua semplicità: “Lo sto ancora scoprendo”.

Per anni, infatti, la sua vita è sembrata un continuo attraversamento di mondi diversi. Prima l’ingegneria gestionale. Poi il design. Poi l’impresa. Poi l’insegnamento. Poi la formazione executive. Nel mezzo, aziende internazionali, premi, università, programmi di innovazione, libri, workshop, consulenze strategiche.

Ma guardando indietro, il filo conduttore non è mai stato davvero il design. Né il business. Né la leadership. Il filo conduttore è sempre stato un altro: capire come aiutare le persone a esprimere il proprio massimo potenziale. Non nel senso performativo del termine. Non per diventare “migliori degli altri”. Ma per arrivare a una forma di completezza. È una consapevolezza che Gianluca riconosce pienamente solo col tempo. Anche perché la partenza non ha nulla di lineare.

Cresce dentro una situazione familiare complessa. Il padre è una figura importante, brillante, imprenditoriale. Ma anche profondamente difficile da gestire. Una presenza forte, segnata dalla malattia e da una complessità che in casa pesa ogni giorno. E allora, molto presto, dentro di lui nasce qualcosa che assomiglia a una fame silenziosa. La voglia di dimostrare. Di farcela. Di riscattarsi.

Per anni è quella forza a spingerlo avanti. Corre. Studia. Costruisce. Si mette alla prova continuamente. Vuole capire come funzionano le cose. Vuole capire se può riuscirci. Vuole capire fino a dove può arrivare. È anche per questo che, nel tempo, sviluppa un rapporto quasi ossessivo con il miglioramento. Non gli interessa tanto sentirsi arrivato. Gli interessa capire se esiste ancora uno spazio in cui crescere.

È una tensione che attraversa tutta la sua carriera. La si vede quando fonda studi di design. Quando lavora tra Europa e Asia. Quando entra nel mondo accademico. Quando diventa Associate Chair alla SCAD di Hong Kong, una delle università creative più prestigiose a livello internazionale. Quando guida programmi tra branding, UX, business design e innovazione. Ma soprattutto la si vede nel modo in cui vive l’insegnamento. Perché è lì che succede qualcosa che cambia profondamente il suo sguardo sulla leadership.

Durante un corso si trova davanti a una situazione che inizialmente lo destabilizza. In classe c’è uno studente autistico. Gianluca si sente impreparato. Frustrato. Persino inadeguato. Ha sempre avuto standard molto alti. Classi esigenti. Ritmi intensi. E improvvisamente si accorge che tutte le sue competenze tecniche non bastano. Così inizia a lavorare con quel ragazzo uno a uno. Piano piano. Senza formule. Senza scorciatoie.

Alla fine del trimestre succede qualcosa che non dimenticherà più. Durante la presentazione finale del progetto, quel ragazzo riesce a parlare davanti a una ventina di persone per circa quaranta secondi. Per molti potrebbe sembrare poco. Per lui no. Per i genitori di quel ragazzo no. Per i colleghi presenti in aula no. Perché in quei quaranta secondi Gianluca capisce una cosa che gli resterà addosso per sempre: aiutare qualcuno a raggiungere il proprio massimo potenziale non significa portarlo dove vuoi tu. Significa creare le condizioni perché possa arrivare dove può arrivare lui. È lì che la leadership smette di coincidere con il controllo e inizia a diventare responsabilità.

Negli anni successivi questa intuizione prende sempre più spazio. Nasce così CreativeLdrs, il progetto che oggi occupa gran parte della sua ricerca. Una piattaforma educativa internazionale dedicata alla Creative Leadership, dentro cui convivono formazione, workshop, consulenza, executive program e sperimentazione. Ma anche qui il punto non è insegnare tecniche. È lavorare sul modo in cui le persone imparano a leggere sé stesse, gli altri e il cambiamento.

Perché secondo Gianluca il problema più grande delle organizzazioni contemporanee non è la mancanza di competenze. È il senso di impotenza. Quel pensiero silenzioso che si insinua ovunque: “Non dipende da me”. “Non posso cambiare niente”. “Non è il mio ruolo”. Ed è proprio lì che, secondo lui, le persone smettono lentamente di guidare.

Per questo oggi insiste molto su un concetto: il leader moderno non sarà semplicemente qualcuno capace di comandare. Sarà qualcuno capace di costruire. Qualcuno che pensa come un designer e agisce come un imprenditore. Qualcuno capace di orientarsi anche quando non esistono ancora risposte chiare. Perché il mondo che sta arrivando — e che in parte è già arrivato — obbliga tutti a ridefinirsi continuamente.

L’intelligenza artificiale, per lui, non è soltanto una rivoluzione tecnologica. È una rivoluzione identitaria. E la cosa più interessante è che Gianluca non ne parla mai dalla posizione di chi si sente al sicuro. Anzi. Negli ultimi anni si è rimesso a studiare quasi da zero. Si è fatto una domanda che considera inevitabile: “Ma sono ancora rilevante?”

È una domanda che riguarda lui. Ma anche il suo mestiere. Il design. La formazione. La scrittura. La leadership stessa. Se una macchina può generare immagini, testi, strategie e presentazioni, allora cosa resta davvero umano?

La risposta che si sta dando, giorno dopo giorno, non passa dalla nostalgia. Passa dal punto di vista. Dalla capacità di leggere il contesto. Dalla sensibilità. Dall’ascolto. Dalla qualità delle domande.

Perché forse, dentro un mondo in cui tutto rischia di assomigliarsi, il vero valore non sarà più soltanto produrre contenuti o soluzioni. Sarà riuscire a dare senso. Ed è forse anche per questo che Gianluca Cinquepalmi continua ancora oggi a considerarsi in ricerca. Nonostante i libri scritti. Nonostante i premi. Nonostante le aziende internazionali. Nonostante Hong Kong.

Perché alcune persone, più che trovare una definizione definitiva di sé stesse, sembrano destinate a restare in dialogo continuo con ciò che stanno diventando.

#ToBeContinued
Andrea Bettini