
A Venezia esiste una piccola calle che collega Campo San Barnaba alla fermata del vaporetto di Ca’ Rezzonico. Una calle silenziosa, attraversata da un ritmo diverso rispetto a quello che domina il resto della città. È lì, nel sestiere di Dorsoduro, che Gabriella Scarpa ha costruito il luogo che per anni aveva immaginato soltanto nei suoi pensieri: uno spazio dedicato alla cultura del tè, alla degustazione, allo studio, al tempo lento.
Dentro Ar-Tea Academy si entra quasi sempre per curiosità. Poi si resta per qualcos’altro. Per l’atmosfera, certo. Per la bellezza degli oggetti. Per il profumo delle foglie. Ma soprattutto per il modo in cui Gabriella racconta il tè: come una geografia umana, una pratica di ascolto, un esercizio di presenza.
Oggi è Tea Sommelier certificata presso la UK Tea Academy di Londra, trainer autorizzata per l’Italia, giudice internazionale per “The Leafies” — il premio organizzato dalla UK Tea Academy insieme a Fortnum & Mason — e da anni forma professionisti e appassionati provenienti da tutta Italia. Eppure il cammino che l’ha condotta fin qui si è costruito per stratificazioni, deviazioni, intuizioni improvvise.
Per quasi vent’anni Gabriella lavora al Casinò di Venezia. Prima nelle pubbliche relazioni e nel marketing, poi anche come croupier. Un ambiente distante anni luce da quello che rappresenta oggi. Oppure no. Perché mentre il lavoro occupa le giornate, una parte più profonda continua a cercare altro.
La creatività, per esempio, è sempre stata lì. Fin da bambina. Disegnare, costruire, lavorare con le mani. Le noci trasformate in barchette, le perle, la maglia, gli oggetti inventati partendo da qualsiasi materiale disponibile. Studia all’Istituto d’Arte, poi a Ca’ Foscari con indirizzo artistico. Intanto cresce anche dentro la cultura inglese della madre, dove il tè appartiene alla quotidianità molto prima che alla degustazione: una presenza familiare, un gesto semplice, quasi naturale.
Accade però attraverso la ceramica il passaggio decisivo. Quando Gabriella si avvicina alla tecnica Raku, antica pratica giapponese legata alla cerimonia del tè. E mentre studia le forme, le cotture, le superfici materiche delle tazze, capisce che dietro quegli oggetti esiste un universo molto più vasto. Una cultura millenaria fatta di ritualità, estetica, silenzio, stagioni, disciplina sensoriale.
Da quel momento inizia a studiare il tè con ostinazione. Libri, corsi, degustazioni, viaggi. In Italia, più di quindici anni fa, quasi nessuno parlava di specialty tea o di cultura contemporanea del tè. I riferimenti erano pochi, le informazioni frammentarie, molti testi ancora introvabili in lingua italiana. Gabriella continua ugualmente. Più approfondisce, più comprende che il tè non è semplicemente una bevanda. È un linguaggio.
Dentro una tazza convivono storia, geografia, botanica, artigianato, filosofia, memoria. L’imperatore Shen Nong e la medicina tradizionale cinese. I monaci buddhisti che portarono il tè dalla Cina al Giappone. Sen no Rikyū e il wabi-sabi. Le rotte commerciali inglesi, le Guerre dell’Oppio, il Boston Tea Party. E poi i territori, le mani dei coltivatori, le raccolte stagionali, il lavoro invisibile dietro ogni foglia. Il tè, lentamente, diventa il suo modo di leggere il mondo.
Per anni, quasi come un gioco, durante i viaggi con Carlo Tinti — designer, compagno di vita e presenza fondamentale dentro questa storia — Gabriella ripete una frase: “Un giorno avrò una sala da tè”. In Inghilterra, negli Stati Uniti, osservano luoghi pieni di luce, oggetti belli, conversazioni lente. Luoghi che in Italia faticano a trovare. Poi quel pensiero prende forma davvero.
Nel 2014 lascia il Casinò di Venezia e apre a Treviso la sala da tè Ar-Tea. Una scelta che sposta completamente il baricentro della sua vita. Da una parte la sicurezza di un lavoro stabile e riconosciuto. Dall’altra un progetto fragile, quasi incomprensibile per molti. Perché aprire una sala da tè a Treviso, in quegli anni, significa introdurre un immaginario ancora estraneo alla maggior parte delle persone. Eppure quel luogo riesce a diventare qualcosa di raro.
Una sala da tè, certo. Ma anche associazione culturale, galleria, spazio aperto ad artisti, fotografi e scrittori. Un luogo progettato da Carlo e costruito insieme, dove ogni dettaglio — gli arredi, gli oggetti, le luci, l’atmosfera — contribuiva a costruire quella sensazione di quiete e bellezza. Gabriella costruisce la cultura del tè, Carlo contribuisce a costruire lo spazio che rende quella cultura abitabile. Ancora oggi, a distanza di anni dalla chiusura, ci sono persone che cercano Gabriella ricordando quel luogo come un piccolo spazio sospeso dentro la città. Forse perché lì il tè non veniva semplicemente servito. Veniva raccontato.
Gabriella introduce tè artigianali provenienti da Cina, Giappone, Taiwan, India, Sri Lanka, Africa, Vietnam e altri territori storici della coltivazione del tè. Specialty tea prodotti in piccole quantità, legati a territori e raccolti specifici. Tè che richiedono tempo, attenzione, spiegazione. Ogni degustazione diventa un modo per accompagnare le persone dentro un’esperienza culturale e sensoriale completamente nuova. Ed è proprio in quegli anni che comprende qualcosa di importante.
La sua strada non è soltanto preparare tè per gli altri. È insegnare. Studiare. Trasmettere. Così Ar-Tea evolve ancora una volta.
Gabriella si certifica a Londra presso la UK Tea Academy, diventa trainer autorizzata e torna a Venezia, dove fonda Ar-Tea Academy: uno spazio dedicato alla formazione professionale, alla divulgazione e alla degustazione contemporanea del tè. Oggi da lei arrivano sommelier del vino, professionisti dell’hospitality, ristoratori, studenti, appassionati, viaggiatori. Alcuni percorrono centinaia di chilometri per partecipare a una degustazione domenicale.
Perché il tè, quando qualcuno riesce davvero a raccontarlo, smette di essere una semplice abitudine. Diventa un’esperienza.
Gabriella parla del tè come si parla di qualcosa che continua ancora a insegnare. Lo definisce quasi un guru. Una presenza che apre porte, amplia lo sguardo, costringe ad affinare i sensi.
Negli anni ha studiato anche degustazione sensoriale e frequentato corsi da sommelier del vino per trovare linguaggi capaci di raccontare meglio la complessità aromatica delle foglie. E forse proprio qui si trova uno dei punti più profondi della sua storia: nel modo in cui il tè le ha permesso di riconoscersi.
“Quando mi guardo allo specchio mi vedo, prima non ci riuscivo”, racconta a un certo punto della conversazione. Dentro quella frase c’è probabilmente tutto.
C’è la donna che per anni ha custodito una parte creativa mentre svolgeva un altro mestiere. C’è il coraggio di lasciare una sicurezza per qualcosa di ancora indefinito. C’è la pazienza dello studio. C’è la costruzione lenta di un’identità finalmente coerente con la propria natura. E forse c’è anche il motivo per cui il tè continua ad affascinare così tante persone. Perché obbliga a rallentare.
“Bere un tè velocemente è impossibile”, dice Gabriella. La preparazione richiede attenzione. La degustazione richiede presenza. Il tempo cambia sapori, profumi, temperatura, percezione. Ogni tazza invita ad abitare davvero quell’istante.
In un’epoca che spinge continuamente verso l’accelerazione, Gabriella Scarpa ha scelto invece di costruire un mestiere attorno all’attenzione. Foglia dopo foglia. Tazza dopo tazza. Giorno dopo giorno.
#ToBeContinued
Andrea Bettini