
Due velocità opposte. Da una parte, sistemi progettati per durare decenni. Dall’altra, collezioni che cambiano ogni due mesi e non torneranno più. In mezzo, una persona che ha imparato a stare dentro entrambe.
Maria Claudia Sanarelli parte da lì. Da un luogo che, almeno all’apparenza, non ha nulla a che fare con la moda. Liceo classico. Poi il Politecnico di Milano. Ingegneria fisica. Nano-ottica e fotonica. Sono gli anni della struttura, della complessità, dei sistemi che richiedono tempo per essere compresi e ancora di più per essere governati.
Subito dopo la laurea entra in Leonardo, nel programma radar dell’Eurofighter. Lavora su progetti che devono funzionare per decenni, in contesti dove l’errore non è contemplato e il tempo si misura in anni. È lì che si forma uno sguardo. Una visione lunga. Un modo di pensare che non rincorre l’urgenza, ma costruisce architetture. Poi, improvvisamente, il cambio di traiettoria.
Nel 2017 rientra nell’azienda di famiglia, una realtà della maglieria d’alta gamma fondata dai nonni nel 1956. Un mondo completamente diverso. Qui i problemi non sono complessi. Sono immediati. Se prima aveva anni per risolverli, adesso avrebbe dovuto farlo ieri. Ogni due mesi cambiano collezioni, materiali, lavorazioni. E quello che hai appena finito, non tornerà più.
È uno shock di ritmo prima ancora che di contenuto. Ma proprio lì qualcosa si allinea. Perché Maria Claudia non porta nel manifatturiero del lusso una competenza tecnica in senso stretto. Porta un metodo. Porta la capacità di leggere un processo, di scomporlo, di renderlo comprensibile. Di trasformare qualcosa che vive nella sensibilità delle mani in una sequenza trasmissibile. Non per irrigidirla. Ma per salvarla.
La storia della sua famiglia è una storia che appartiene profondamente al modo italiano di fare impresa.
Un’azienda nata da una donna, sua nonna, che parte da una valigia di cartone e arriva fino a Parigi, riuscendo a ottenere il primo ordine alle Galeries Lafayette parlando un francese perfetto, imparato vivendo lì da ragazza, e inventandosi un appuntamento che non esisteva.
Poi la seconda generazione. Il padre Marco e la zia Elena. E infine quel momento che ogni impresa familiare, prima o poi, deve attraversare. Quando le idee divergono. Il rischio, in quei casi, non è soltanto il conflitto. È il blocco.
“Quando in famiglia ci sono idee diverse, si sta fermi”. Non è una teoria. È qualcosa che hanno vissuto. E proprio da lì parte la terza generazione. Tre sorelle. Tre competenze diverse. Tre ruoli distinti.
Maria Claudia entra dalla produzione. Impara da dentro. Poi allarga il perimetro: operation, processi, cambiamento. Maria Elena presidia lo sviluppo prodotto, la materia, il dialogo con la parte creativa. Maria Laura porta la sua competenza nell’industrializzazione del fatto a mano, in quella zona delicata dove il gesto deve diventare produzione senza perdere anima.
Non si sovrappongono. Si completano. E questo fa la differenza.
Nel giro di pochi anni, quella che poteva essere una storia di continuità diventa qualcosa di diverso. Un salto. Mely’s Maglieria è tra le aziende fondatrici di Gruppo Florence, nato nel 2020 per aggregare eccellenze manifatturiere italiane al servizio dei grandi brand internazionali del lusso. Ma prima ancora che un’operazione industriale, per la famiglia Sanarelli è una scelta culturale.
Perché entrare in un progetto del genere significa accettare di ridiscutere equilibri, abitudini, autonomia. Significa capire che il mercato sta cambiando e avere il coraggio di non difendere il passato soltanto perché ha funzionato fino a quel momento.
Ed è qui che emerge con forza la figura del padre, Marco Sanarelli. Una persona curiosa. Aperta. Capace di mettersi continuamente in discussione. Maria Claudia lo dice chiaramente: senza quella mentalità, probabilmente tutto questo non sarebbe mai successo. Perché Gruppo Florence, all’inizio, era insieme una visione entusiasmante e qualcosa di profondamente “spaventoso”. Una scelta che avrebbe potuto cambiare tutto.
Non è scontato, per un imprenditore cresciuto dentro un’impresa familiare costruita in decenni di lavoro, decidere di condividere una parte di quella storia dentro un progetto più grande. Molti avrebbero difeso il perimetro. Lui ha scelto di allargarlo. Non una rete. Non una vendita. Una costruzione. Una holding in cui gli imprenditori restano. Reinvestono. Continuano a guidare.
Oggi Gruppo Florence è una piattaforma industriale che tiene insieme decine di aziende e migliaia di persone, con l’obiettivo di dare più forza, più struttura e più futuro alla manifattura italiana d’eccellenza. Ma la sfida non è diventare grandi. È restare riconoscibili.
“La costellazione funziona se ogni stella continua a brillare”. È una frase che potrebbe sembrare poetica. In realtà è una delle questioni più complesse da governare. Perché mettere insieme imprese eccellenti è relativamente semplice. Farle brillare tutte, senza spegnerle, è un lavoro quotidiano.
Maria Claudia si muove esattamente lì. In quel punto di equilibrio. Tra artigianalità e industria. Tra libertà e regole. Tra finanza e mestiere. Un ruolo ibrido, che richiede di conoscere il dettaglio e allo stesso tempo tenere insieme il sistema.
Nel gruppo ha un doppio sguardo. Da un lato è imprenditrice di una delle aziende fondatrici. Dall’altro è Business Line Director Knitwear, responsabile del comparto maglieria, che comprende cinque aziende e circa cinquecento persone. Questo significa stare continuamente sulla soglia. Ascoltare il linguaggio delle mani e quello dei numeri. Comprendere la sensibilità di chi produce e le esigenze di chi governa. Proteggere la specificità di ogni realtà e, nello stesso tempo, costruire una grammatica comune. Perché una costellazione non nasce cancellando le stelle. Nasce trovando una forma capace di tenerle insieme.
C’è però un altro passaggio che definisce il suo contributo. E riguarda le persone. La maglieria è un mestiere di mani. Di sensibilità. Di tempo. Ma oggi quel tempo non è più quello di una volta. Non esistono più cinque o sei anni per formare qualcuno. Il ricambio generazionale delle maestranze chiede strumenti nuovi, linguaggi più chiari, processi capaci di rendere trasmissibile ciò che per molto tempo è passato quasi solo per imitazione, vicinanza, esperienza.
I processi, per Maria Claudia, servono anche a questo. A rendere insegnabile qualcosa che prima si imparava solo stando accanto a qualcuno. A permettere a una nuova generazione di entrare più velocemente. Senza perdere qualità. È qui che la sua formazione torna, senza bisogno di essere dichiarata. Nel modo in cui ordina. Nel modo in cui ascolta. Nel modo in cui prova a portare cambiamento senza rompere ciò che ha valore. Anche per questo, nella sua idea di impresa, il benessere delle persone non è un tema accessorio.
L’azienda di famiglia è una realtà a forte trazione femminile. La madre Daniela, figura tecnica centrale, continua ancora oggi a essere uno dei principali punti di riferimento nella campionatura e nella costruzione del prodotto. È una presenza che racconta bene cosa significhi davvero tramandare un mestiere: non solo trasferire competenze, ma custodire uno sguardo, una sensibilità, un modo di leggere la materia.
Dentro questa storia di donne, lavoro e competenze, Maria Claudia ha portato anche la propria esperienza di madre. Da lì nascono attenzioni concrete: conciliazione, organizzazione, cura delle condizioni che permettono alle persone di restare, crescere, sentirsi parte di un luogo.
Tra queste, anche la nascita di un nido aziendale creato dalla Fondazione Sanarelli, a cui Gruppo Florence ha messo a disposizione gli spazi. Un progetto che nasce da una sensibilità familiare prima ancora che organizzativa, e che prova a rispondere in modo concreto a uno dei temi più delicati del lavoro contemporaneo. Perché il futuro della manifattura non passa solo dalle macchine. Passa dalle persone che hanno ancora voglia di imparare un mestiere, e da qualcuno capace di creare le condizioni perché quel mestiere non si interrompa.
Poi c’è il tema della crescita. Quello più scomodo. Entrare in un gruppo significa perdere una parte di indipendenza. Accettare una governance più complessa. Rinunciare alla velocità decisionale tipica dell’impresa familiare. Ma significa anche un’altra cosa. Contare di più.
In un mercato in cui i clienti sono grandi gruppi globali, la dimensione non è un dettaglio. È una condizione. Serve per presidiare la filiera. Per garantire tracciabilità. Per attrarre competenze. Per rispondere a richieste che una singola impresa, da sola, rischierebbe di sostenere con troppa fatica.
La vera alternativa, allora, non è tra restare soli o entrare in un gruppo. È tra restare piccoli o diventare rilevanti. Maria Claudia lo sa. E lo sa perché ha vissuto entrambi i mondi. La libertà rapidissima dell’impresa familiare, dove una decisione può nascere anche durante un pranzo. E la complessità di un gruppo più grande, dove ogni scelta deve trovare una forma, un processo, una mediazione. Nessuna delle due dimensioni è perfetta. La sfida è farle dialogare.
Se oggi guarda a Gruppo Florence, Maria Claudia usa una formula che non ha nulla di finanziario. “Le aziende sommate del nostro gruppo hanno circa duemila anni di storia”. Non è un numero. È un peso. Il peso di una tradizione fatta di mani, competenze, passaggi generazionali. Di un patrimonio che non può essere semplicemente scalato. Può solo essere custodito. Organizzato. Traghettato. Verso nuovi clienti. Nuove generazioni. Nuove richieste. Nuove forme di responsabilità.
Nel suo percorso c’è un movimento continuo tra due estremi. La precisione dell’ingegneria e l’imperfezione necessaria dell’artigianato. La visione lunga e l’urgenza del presente. La struttura e la sensibilità. Maria Claudia non li mette in opposizione. Li tiene insieme. Ed è forse lì che si gioca davvero il suo ruolo. Nel riuscire a dimostrare che, anche in un mondo che cambia ogni due mesi, esistono cose che devono durare molto più a lungo. E che, per farlo, hanno bisogno di qualcuno capace di tradurle. Dalle mani ai processi. Dalla famiglia al gruppo. Dalla memoria al futuro.
#ToBeContinued
Andrea Bettini