
Non ama parlare di sé. Lo dice subito, quasi a voler spostare il fuoco altrove. Preferisce l’azienda, il lavoro, i risultati. Eppure, quando comincia a raccontarsi, si capisce presto che il suo percorso non è quello lineare che si potrebbe immaginare guardando soltanto il ruolo che ricopre oggi.
Federico Odella cresce in una famiglia di medici. Il padre è chirurgo, la madre nutrizionista, la sorella ha seguito la stessa traiettoria sanitaria. A casa, il lavoro entra nelle conversazioni di ogni giorno. Non come status, ma come presenza concreta nella vita degli altri. È un contesto che lascia il segno, anche se la sua strada prende un’altra direzione.
Studia Economia Aziendale alla Bocconi. Poi arriva Henkel. L’inizio non assomiglia all’idea che aveva del proprio futuro: niente marketing, niente progettualità teorica, ma scaffali, auto, vendite, relazione diretta col mercato.
Eppure è proprio lì che scopre una dimensione che non si aspettava. Il rapporto umano, la concretezza, la misura immediata di ciò che funziona e di ciò che non funziona. È un apprendimento che passa dall’esperienza, più che dai modelli.
In realtà, il tema dell’imprenditorialità era emerso prima. All’università, partendo da una conversazione con il padre, prova a trasformare un’intuizione in un progetto concreto. Sviluppa un dispositivo medico monouso, lo brevetta e riesce a venderne i primi pezzi. Un’esperienza breve, ma sufficiente a capire quanto sia complesso costruire qualcosa da zero. Quella tensione non si spegne.
Il passaggio in L’Oréal accelera il percorso. L’ambiente è esigente, veloce, competitivo. Le responsabilità aumentano, così come l’esposizione a contesti diversi. Prima in Italia, poi in Francia, Federico Odella attraversa una fase di crescita intensa, in cui prende forma anche una dimensione internazionale del lavoro.
In quegli anni si confronta con mercati differenti, modelli diversi, interlocutori che decidono mettendo in gioco direttamente le proprie risorse. È un passaggio che lascia un’impronta precisa nel suo modo di leggere il business.
Quando gli propongono l’estero, si trova davanti a una scelta meno scontata di quanto possa sembrare. La carriera da una parte, la vita personale dall’altra. Dice no alla Russia. Poi arriva Parigi, e le due dimensioni trovano un equilibrio.
Cinque anni, un ruolo globale, esperienze che si accumulano. Tra queste, anche il lavoro sull’e-commerce in una fase iniziale, quando molte delle regole dovevano ancora essere definite.
Nel 2016 rientra in Italia in Mars come direttore vendite Multisales, per poi assumere la responsabilità del brand BE-KIND nel Sud Europa. Con BE-KIND ritrova una dimensione più essenziale. Un team ridotto, maggiore autonomia, responsabilità diretta sul business. Dalla gestione di strutture ampie a un perimetro più snello, dove le decisioni hanno un impatto immediato. È qui che il rapporto tra risultati e significato prende una forma più chiara. Il profitto resta centrale, ma non esaurisce il senso del lavoro. Le due dimensioni iniziano a convivere, senza sovrapporsi.
Nel 2022 diventa CEO di Bonduelle Italia. Nel suo ruolo è chiamato a guidare un percorso di trasformazione che mette insieme sostenibilità, innovazione, sviluppo del brand e maggiore centralità del cliente.
Bonduelle è un gruppo nato nel 1853, oggi presente in numerosi paesi, con una filiera agricola estesa e un posizionamento sempre più orientato verso un’alimentazione ricca di vegetali. In Italia opera attraverso due stabilimenti, a San Paolo d’Argon e Battipaglia, con centinaia di collaboratori. Nel 2023 Bonduelle Italia è diventata B Corp, rafforzando un orientamento già definito verso responsabilità, sostenibilità e attenzione all’impatto.
Il lavoro che trova non è semplice. C’è da riorganizzare l’azienda, migliorarne la profittabilità, renderla più vicina al consumatore. Il percorso passa da scelte concrete: revisione del portafoglio prodotti, innovazione, rafforzamento delle competenze, evoluzione del modello organizzativo.
Nel suo modo di raccontarlo, però, torna sempre lo stesso punto. I risultati. Non come ossessione, ma come condizione necessaria. Perché senza risultati non c’è continuità. E senza continuità non c’è nemmeno spazio per costruire qualcosa nel tempo.
Accanto a questo resta un’altra dimensione, meno visibile ma altrettanto presente. La domanda su quale tipo di impatto sia possibile avere attraverso il proprio lavoro. Non tanto attraverso il prodotto in sé, quanto attraverso il modo in cui si lavora, le persone che si scelgono, l’ambiente che si crea. L’idea che un’azienda possa essere anche questo: un luogo in cui le persone stanno meglio, e non peggio.
Oggi Federico Odella guida un’organizzazione fatta di centinaia di persone. Non usa toni enfatici per descriverlo. Parla piuttosto di responsabilità, di consistenza, di credibilità. E in fondo il punto resta quello da cui è partito. Trovare un modo, nel lavoro che fa, per avere un impatto reale sulla vita degli altri.
Non è una dichiarazione. È una direzione.
#ToBeContinued
Andrea Bettini