
Sul tavolo c’è una bottiglia di vino piemontese.
Costa venti, trenta, forse quaranta euro. Dario Casalini è a cena con gli amici del liceo. È il 2013. Da un paio di mesi ha lasciato l’insegnamento universitario ed è entrato nell’azienda di famiglia.
A un certo punto guarda quella bottiglia.
«Questa ce la finiamo in un’ora.»
Poi pensa a quello che produce. Un capo di intimo. Nessuno degli amici seduti a quel tavolo sarebbe disposto a pagarlo quanto il vino. Eppure durerà molto più a lungo. Dario scherza. Dice di avere ancora addosso un capo dai tempi del liceo.
La cena finisce. La domanda rimane.
Se non riesce a spiegare il valore di ciò che produce ai suoi amici, come potrà spiegarlo a un mercato che neppure lo conosce?
Quella sera pensa a Carlin Petrini. Al cibo. Alla strada fatta da Slow Food. Alla capacità di insegnare alle persone a chiedersi da dove arrivi ciò che mangiano, chi lo abbia prodotto, come sia stato fatto. Perché con ciò che indossiamo non accade lo stesso?
Quando gli si chiede chi sia, Dario torna ancora oggi al mestiere che ha lasciato.
«Penso di essere rimasto un professore universitario.»
Gli piace studiare, scrivere, analizzare. Davanti a ciò che fa ha bisogno di capire che cosa gli stia intorno. Si definisce più un pensatore che un imprenditore. Poi aggiunge qualcosa che aiuta a comprenderlo meglio.
«Forse la cosa più importante è dare un significato a quello che faccio.»
Da ragazzo ama la letteratura e la scrittura. Fa volontariato, anche con persone detenute. Si accorge che aiutare qualcuno richiede presenza, continuità. Si procede una persona alla volta.
Comincia allora a chiedersi se esista un modo per incidere su qualcosa di più grande.
Sceglie Giurisprudenza. Diventa un giurista di diritto pubblico. Studia il bene comune. Una delle sue ultime ricerche universitarie riguarda l’acqua e la possibilità di considerare alcune risorse essenziali qualcosa da sottrarre alla semplice logica della proprietà privata.
Poi, nel 2013, lascia l’università e cade “nella trappola”. È lui a chiamarla così. La trappola è l’azienda di famiglia.
L’azienda di famiglia è Maglificio Po. Nasce a Torino nel 1936. Oscalito è il suo marchio. Dario appartiene alla terza generazione. Nessuno lo ha cresciuto dicendogli che un giorno avrebbe dovuto occuparsene. In famiglia sono stati lasciati liberi.
Poi arriva il momento in cui proprietà e gestione di un’impresa familiare si incontrano. Qualcuno deve entrarci. Questa volta è lui.
Dario arriva in fabbrica con la testa del professore. Per qualche anno osserva. Scopre che suo nonno aveva costruito un’azienda completamente integrata. Comprava il filato. All’interno si facevano la tessitura, il finissaggio, il taglio, la confezione. La ragione era semplice: la qualità.
Decenni dopo Dario ritrova in quel modo di produrre molti dei principi che sta cercando.
«Io non ho fatto nulla. Ho solo preso e rinarrato una storia che c’era già.»
Impara l’azienda e capisce che alcune delle domande che si portava dietro dall’università possono entrare anche in una fabbrica. Le persone. Le risorse. Il territorio. Le conseguenze di ciò che si fa. Produrre e vendere, da soli, non gli bastano. Vuole capire dove si colloca tutto il resto.
In montagna Dario si fa un orto. Prende una zappa. Lavora la terra. Gli vengono le mani segnate dalla fatica. Da quel momento cambia il modo in cui guarda persino un finocchio. Non butta più le parti esterne o le punte. Le taglia e le mette nella minestra. Adesso sa quanta fatica c’è dietro.
Dario usa un’espressione per descrivere ciò che, invece, abbiamo progressivamente perduto.
«La distanza tra produzione e consumo è siderale.»
Compriamo senza sapere più chi abbia prodotto ciò che abbiamo davanti. Quanto lavoro sia servito. Da dove venga la materia. Quali passaggi abbia attraversato.
Quella distanza cancella una parte del valore e quando il valore scompare, rimane soprattutto il prezzo.
Dario lo vede accadere anche dentro la propria filiera. Quando entra in azienda dispone di numerosi fornitori per alcune materie prime. Negli anni li vede diminuire. Alla fine rimangono poche realtà storiche capaci di realizzare i filati adatti alle lavorazioni e alle macchine di Oscalito.
Se scompaiono loro, rischia di scomparire anche una parte di ciò che la sua azienda sa fare. È in quel momento che la dimensione si allarga. Salvare un’impresa non basta se intorno si impoverisce tutto ciò che le permette di esistere.
Dario guarda con diffidenza un modello fondato soltanto sulla competizione. Preferisce immaginare imprese specializzate, ciascuna capace di fare molto bene ciò che conosce, disposte a collaborare.
Se qualcuno gli chiede ciò che Oscalito non sa fare, preferisce indicargli chi lo sa fare meglio. Non gli interessa diventare tutto. Gli interessa che continuino a esistere competenze diverse.
Intanto la domanda nata durante quella cena con gli amici continua a lavorare.
Dario non ha rapporti con Slow Food. Ne conosce il pensiero. Comincia a immaginare che il percorso compiuto da Carlin Petrini con il cibo possa suggerire qualcosa anche al tessile.
Nel 2021 pubblica con Slow Food Editore Vestire buono, pulito e giusto. Poi incontra Petrini. Poche volte. È proprio questo a rendere significativo il ricordo.
Petrini non conosce il tessile. Se lo fa raccontare. Ascolta. Accoglie l’idea con curiosità. Dà fiducia a quelle persone senza pretendere di spiegare loro ciò che devono fare.
«Voi fate. Noi vi seguiamo.»
Dario conserva soprattutto un insegnamento.
«Non deve essere mai un sacrificio la rivoluzione.»
Il cambiamento, per Petrini, poteva essere felice. Persino gioioso. Dario fa propria quell’idea. Conoscere meglio non significa necessariamente rinunciare. Può voler dire imparare a scegliere diversamente.
Nel 2022 nasce Slow Fiber dall’incontro tra Slow Food e alcune imprese italiane della filiera tessile.
Alle parole buono, pulito e giusto si aggiungono sano e durevole. Perché un tessuto entra in contatto con la pelle e perché un prodotto che dura più a lungo impiega più tempo a diventare un rifiuto.
Anche la bellezza, allora, assume un significato diverso. Un prodotto non è bello soltanto per come appare. Conta anche la storia che lo ha portato fin lì.
Oggi Dario vorrebbe che Slow Fiber crescesse. In Italia e fuori. Ma c’è un pensiero che va oltre il tessile.
Vorrebbe che anche in altri settori tornasse centrale una domanda: che cosa produce un’impresa, oltre ai prodotti che vende? Che cosa lascia alle persone che vi lavorano? Al territorio nel quale vive? Alla filiera dalla quale dipende?
Per Dario la sostenibilità comincia prima del riciclo. Riguarda quanto produciamo, quanto dura ciò che produciamo, il modo in cui lo facciamo e le persone coinvolte.
Perché continuare a produrre senza misura, confidando poi nella possibilità di riciclare, non risolve la domanda iniziale. La rimanda.
Nel frattempo è successa una cosa che Dario non aveva previsto. È tornato in aula.
Alla Sapienza di Roma insegna Innovation in Fashion Materials. Davanti a lui siedono studenti provenienti anche da Cina, Bangladesh, Sri Lanka, India, Turchia. Paesi che occupano un posto centrale nella geografia contemporanea del tessile. Dario porta in aula ciò che ha imparato entrando in fabbrica. Ma soprattutto ascolta.
Alcuni ragazzi, dopo avere cominciato a lavorare, continuano a chiamarlo. Gli raccontano la fatica di trovarsi dentro organizzazioni delle quali ora riescono a vedere anche le contraddizioni.
Lui da quelle conversazioni esce con una convinzione. La sua generazione ripete spesso di voler ascoltare i giovani. Poi finisce per dire loro che cosa devono fare.
«Gli abbiamo creato il problema e gli diciamo come risolverlo.»
Dario vorrebbe provare a invertire la direzione.
«Sono in una fase in cui traggo la linfa dalle generazioni più giovani.»
Ha tre figli. Dice che fare il papà gli piace moltissimo. Cerca di stare con loro quanto può, dentro giornate che spesso durano dodici ore.
Suo padre, a ottantadue anni, continua ad andare in ufficio. Ogni tanto gli rimprovera di occuparsi troppo di Slow Fiber e troppo poco dell’azienda. La trappola è ancora lì. Solo che nel frattempo Dario ha trovato il modo di abitarla.
Nel 2013 aveva lasciato l’università per entrare in un maglificio. Pensava di avere cambiato mestiere. Tredici anni dopo è di nuovo davanti a degli studenti. Studia ancora. Fa domande. Ascolta.
Alla prima domanda di questa storia aveva risposto senza pensarci troppo:
«Penso di essere rimasto un professore universitario.»
Probabilmente non aveva mai smesso di esserlo.
#ToBeContinued
Andrea Bettini