Silvano, Paola e Anna Ongaro – Dare un senso

Silvano Ongaro, fondatore di Prisma con le figlie Anna e Paola
Silvano Ongaro, fondatore di Prisma con le figlie Anna e Paola

 

Silvano Ongaro ha una definizione semplice per raccontare chi è.

«Il contadino che nasce contadino.»

Poi aggiunge:

«Sono rimasto quello che ero una volta. Niente di più, niente di meno.»

Intorno a lui, nel frattempo, sono successe parecchie cose.
Due stabilimenti. Circa centoquaranta persone. Centinaia di tonnellate di acciaio lavorate ogni anno. Cucine professionali per navi da crociera, yacht, hotel, ristoranti. Pezzi che nascono uno diverso dall’altro perché ogni impianto viene progettato per un cliente, un luogo, un’esigenza. E due figlie, Paola e Anna.

Prisma nasce nel 1983 a San Polo di Piave, in provincia di Treviso.

Prima Silvano lavora alla Mareno. È responsabile della parte tecnica. A un certo punto l’azienda decide di cambiare il proprio modello produttivo, introducendo il just-in-time. Silvano pensa che quel sistema, efficace per produzioni in grandi lotti, sia meno adatto a una realtà che realizza prodotti diversi e personalizzati. Le visioni non coincidono più. Non ne fa una questione personale. Del titolare di allora parla ancora come di «un secondo papà». Semplicemente, decide di provare a fare ciò che pensa di saper fare.

Ha una moglie, due figlie e una liquidazione, che anziché portarla a casa, la investe nell’azienda.

«È stata una sfida. Però le sfide sono le cose che piacciono.»

Tre anni dopo arriva il primo incarico con Fincantieri. Nel mondo navale le regole sono severe. Gli impianti devono rispettare standard igienici precisi, sopportare condizioni che sulla terraferma non esistono. Prisma sviluppa una soluzione innovativa per pareti e soffitti che permette anche di ridurre i tempi di montaggio.

Qualche anno più tardi Silvano si trova coinvolto nelle realizzazioni per Crown Princess e Regal Princess, le navi progettate da Fincantieri con il contributo di Renzo Piano. Ricorda di aver avuto modo di lavorare con lui. È uno dei primi salti. Ne seguiranno altri.

Silvano ha una convinzione che nel tempo diventa quasi una regola aziendale.

«Mai dire no.»

Non significa promettere qualsiasi cosa. Significa non dichiarare impossibile qualcosa prima di aver provato a capire come farla.

«Se uno ti fa una richiesta, vuol dire che hai una possibilità di vedere qualcosa. Perché non provare a farla?»

Prisma cresce così. Senza un prodotto da replicare migliaia di volte. Ogni impianto nasce per un luogo, un cliente, un’esigenza e finisce lì. Il successivo ricomincia quasi da capo.

Paola definisce l’ufficio tecnico «come uno dei punti cardine di Prisma».

La tecnologia, intanto, continua ad avanzare. Nel 2023 Prisma amplia la sede di San Polo di Piave e introduce un sistema produttivo sviluppato con Salvagnini. Taglio laser, separazione e gestione dei componenti vengono integrati in un processo automatizzato pensato per aumentare precisione ed efficienza e ridurre gli sprechi. Poi tornano le mani.

Perché l’acciaio deve essere piegato, saldato, rifinito. Perché una macchina può rendere un processo più preciso, ma qualcuno deve sapere che cosa chiederle e perché, quando ogni realizzazione è diversa dalla precedente, l’esperienza continua ad avere un peso.

Prisma sta anche lì: tra ciò che una macchina riesce a fare e ciò che una persona ha imparato a vedere.

Silvano parla di innovazione come di un’attitudine.

«L’immobilismo è la cosa più sbagliata. Devi sempre fare qualcosa di diverso. Magari sbagli e riparti, però non rimanere fermo.»

Hanno provato anche cose che non hanno funzionato. Non importa. Per lui conta il movimento. Conta avere il coraggio di percorrere una strada sapendo che potrebbe essere quella sbagliata. Perché ciò che oggi sembra un errore, un giorno potrebbe rivelarsi una delle cose più giuste fatte dall’azienda.

Anche Paola e Anna entrano in Prisma senza un percorso già scritto. Silvano non chiede alle figlie di lavorare nell’impresa di famiglia. La porta è aperta. La decisione deve essere loro. C’è però una condizione. Le lingue.

Paola è a Londra. Quando decide di tornare e gli dice che vorrebbe entrare in Prisma, suo padre è contento. Poi le dice di riprendere la valigia. Germania. Deve imparare il tedesco.

Entra in azienda nel 1996. Il tedesco non è un capriccio paterno. La Germania è già uno dei mercati più importanti per Prisma e in quegli anni, per lavorare davvero con i tedeschi, bisogna parlare la loro lingua.

Paola comincia a occuparsi del mercato. Quando le viene chiesto che cosa abbia portato a Prisma, esita.

«Domanda difficile questa.»

Poi parla dello sviluppo commerciale, della crescita avvenuta negli anni. Quando invece deve dire che cosa abbia ricevuto, la risposta arriva da ciò che esisteva prima di lei: un’azienda con un valore riconosciuto, una reputazione costruita.

In Germania, racconta, Prisma viene indicata nei capitolati. La strada era già stata aperta. A lei anche il compito di continuare a percorrerla.

Proprio dalla Germania arriva una delle storie che Silvano ricorda meglio.

Prisma viene coinvolta da un’azienda tedesca nella realizzazione di un grande impianto. Le parti più complesse vengono affidate agli italiani. Durante il lavoro muore improvvisamente il titolare dell’azienda partner. Poco dopo muore anche la moglie.

Il progetto resta senza chi avrebbe dovuto portarlo avanti. Silvano ha però dato la propria parola al direttore tecnico del cliente finale. Prisma continua a produrre. Senza avere ancora un ordine diretto.

Quando il direttore generale lo scopre, gli domanda perché stiano lavorando senza un ordine. Silvano risponde che aveva promesso che avrebbero consegnato. Il giorno dopo arriva l’ordine.

Due anni più tardi Prisma si trova nuovamente davanti allo stesso cliente per un’altra commessa. Il prezzo degli italiani non è il più basso. Qualcuno, però, ricorda. Ricorda che due anni prima quell’azienda italiana aveva costruito un impianto sulla parola. Prisma ottiene nuovamente il lavoro.

Silvano racconta l’episodio senza trasformarlo in una lezione. La parola data era la parola data.

Anna arriva più tardi. Nel 2007. Si laurea in Architettura, con indirizzo Restauro. Quel mondo le piace, ma ne avverte i ritmi lontani da quelli ai quali è cresciuta. Perché l’impresa, in casa Ongaro, è sempre stata presente.

«Siamo cresciute respirando l’aria dell’acciaio.»

Anna entra in Prisma e trova qualcosa che conosce da sempre e che, allo stesso tempo, deve ancora imparare.

Poi arriva Abimis, il marchio dedicato alle cucine residenziali in acciaio. Quel progetto le permette di avvicinare il mondo dal quale proviene a quello dell’impresa di famiglia: architettura, progetto, materia, fare.

Paola e Anna sono diverse. Hanno modi differenti di lavorare e competenze che si incrociano. Anna usa un’immagine semplice.

«Viaggiano su strade parallele.»

Una compensa l’altra, e in mezzo c’è ancora Silvano.

Non è un passaggio generazionale nel quale qualcuno deve necessariamente uscire perché qualcun altro possa entrare. Assomiglia di più a una convivenza tra esperienze, caratteri e sguardi differenti. Anche perché per Silvano il comando non è mai stato il punto.

«Qui siamo tutti allo stesso livello.»

Il titolare, dice, è una delle persone che stanno dentro l’azienda. Deve decidere. Deve assumersi responsabilità. Ma un’idea imposta vale meno di un’idea condivisa.

Silvano ha una sua aritmetica. Se imponi qualcosa a un collaboratore, magari ti darà cinquanta. Se ne parli con lui, se costruite insieme la soluzione, può darti duecento. Lo chiama gioco di squadra. Ed è probabilmente la stessa logica con cui la famiglia attraversa anche i passaggi più delicati.

Prisma, fin dalla fondazione, è una storia condivisa anche nella proprietà. Silvano la avvia insieme ad altri due soci, che negli anni successivi lasciano l’azienda. Nel 2016 la famiglia Ongaro ne acquisisce l’intera proprietà. Paola e Anna, intanto, hanno imparato una regola che il padre ha cercato di trasmettere loro.

I problemi dell’azienda rimangono in azienda. Non sempre ci riescono. Lo dicono loro. Ma il principio rimane. A Natale non si parla di Prisma.

In questa storia entra allora un’altra persona. Fernanda. La moglie di Silvano. La madre di Paola e Anna. Non ha un ruolo operativo nell’azienda. È rimasta fuori dalla gestione e, proprio per questo, in alcuni momenti ha saputo stemperare situazioni difficili, ricucire, riportare le cose alla loro dimensione.

Una volta Paola e Anna le cambiano i programmi per il pranzo così tante volte che, tornando a casa, trovano un cartello. Il ristorante da Fernanda è chiuso. Finiscono tutti a ridere. Anche questo, in fondo, è un modo di tenere insieme una famiglia che fa impresa.

Oggi Prisma realizza impianti che devono rispondere contemporaneamente a esigenze diverse. Funzionare. Durare. Essere belli.

Nel terrestre l’acciaio spesso quasi scompare. Rimane sotto. È la struttura, il cuore. Sopra arrivano pietra, legno, vetro, finiture. Il lavoro tecnico deve entrare nell’architettura senza imporsi.

Nel navale accade qualcosa di diverso. L’acciaio deve resistere. Umidità, salsedine, vibrazioni, sollecitazioni. Su una grande nave o su uno yacht che attraversa l’oceano, ciò che è stato costruito deve continuare a funzionare.

Silvano, intanto, continua a parlare di terra. Acciaio e terra sembrano lontani. Eppure entrambi chiedono di conoscere la materia. Di capire fino a dove la si può portare. Di non smettere di imparare.

Quarantatré anni dopo aver investito la propria liquidazione in un’azienda che ancora non esisteva, Silvano Ongaro continua a considerarsi un contadino. Paola e Anna continuano a lavorare al suo fianco. Prisma continua a cambiare. Le macchine diventano più sofisticate. I mercati più lontani. I progetti più complessi. Rimane quella regola. Davanti a qualcosa che sembra difficile, non dire subito che non si può fare.

Prima prova. Se sbagli, riparti. L’importante è non rimanere fermo.

#ToBeContinued
Andrea Bettini