
Francesco Favaro ha imparato a riconoscere una sensazione che molti cercano di evitare. Quella di trovarsi fuori equilibrio.
Per lui è diventata una condizione da ricercare. Significa confrontarsi con qualcosa che ancora non conosce, accettare il rischio di sbagliare, imparare a muoversi in situazioni nelle quali le competenze acquisite potrebbero non bastare.
«La carriera è determinata da una serie di sì che si dicono lungo la strada.»
Sì a opportunità che mettono alla prova. A esperienze che costringono a rivedere le proprie certezze. Ogni volta, racconta, si raggiunge un livello diverso di conoscenza, dal quale diventa possibile ripartire.
È una convinzione maturata attraversando mondi professionali differenti. Dall’ingegneria alla finanza, dalle infrastrutture alla Silicon Valley, fino alla fondazione di Crosscourt Ventures, il fondo di venture capital che oggi guida a San Francisco insieme ad Anup Goel.
Un percorso che ha un filo conduttore preciso: la curiosità.
Francesco nasce a Treviso e studia ingegneria all’Università di Padova, dove si specializza nell’ambito dell’elettronica e della robotica. Fin dall’inizio è attratto dalla tecnologia quando incontra il mondo fisico. Gli interessa capire come funzionano le cose, ma soprattutto come sia possibile costruirle.
«A me è sempre piaciuta questa intersezione tra la tecnologia e le cose tangibili.»
Il software, considerato da solo, gli appare troppo astratto. Preferisce confrontarsi con sistemi che devono funzionare nella realtà, sottoposti alle leggi della fisica, ai limiti dei materiali e alle condizioni dell’ambiente.
È un interesse che lo accompagna nelle prime esperienze professionali e che, molti anni dopo, diventerà anche il principio attorno al quale costruirà la propria attività di investitore.
Terminati gli studi, dopo una prima esperienza nell’azienda di famiglia, entra nel gruppo Eni e comincia a lavorare allo sviluppo di giacimenti offshore in acque profonde. Prima come ingegnere, poi come responsabile di progetto.
Il lavoro lo porta lontano dall’Italia. Vive in Gran Bretagna, passa per l’Egitto, raggiunge l’Australia. Trascorre anche alcuni mesi a Singapore, avendo l’opportunità di conoscere buona parte del Sud-est asiatico.
Paesi, culture, modi di lavorare differenti, e progetti nei quali le difficoltà tecniche richiedono competenze elevate e capacità di confrontarsi con situazioni complesse.
Durante quegli anni Francesco comincia a interessarsi anche a ciò che rende possibile realizzare grandi infrastrutture. I capitali necessari, le decisioni economiche, la gestione finanziaria dei progetti.
La curiosità lo spinge verso un territorio che ancora conosce poco.
Decide di conseguire un MBA a Sydney, presso l’AGSM della University of New South Wales. È il passaggio che gli apre le porte della finanza.
Entra in Macquarie, gruppo internazionale specializzato negli investimenti e nella gestione di infrastrutture. Si occupa di progetti che spaziano dalle autostrade alle ferrovie, dai tunnel agli impianti di energia rinnovabile, fino ai sistemi di accumulo energetico, quando le batterie non avevano ancora assunto la centralità di oggi. Tutto ciò per Francesco significa osservare gli stessi problemi da una prospettiva nuova.
Conosce già le difficoltà tecniche della costruzione di grandi opere. Ora deve comprenderne anche la sostenibilità economica, i rischi finanziari, le condizioni che rendono possibile un investimento.
Il lavoro è intenso. Racconta che nella finanza d’investimento si può imparare in due anni ciò che altrove richiederebbe molto più tempo. Anche perché le ore sono tante, le decisioni continue e le responsabilità crescenti. Ma arriva nuovamente il momento di cambiare.
Nel 2017 si trasferisce a San Francisco. Uber lo chiama per occuparsi di strategia, sviluppo del business e operazioni societarie di Uber Freight, l’attività dedicata al trasporto merci.
L’obiettivo è applicare alla logistica un modello simile a quello che Uber ha introdotto nel trasporto delle persone: una piattaforma digitale capace di mettere in relazione domanda e offerta.
Sulla carta il principio è semplice. Nella realtà, costruire quel mercato di quelle dimensioni si rivela estremamente complesso. Servono aziende che abbiano merci da trasportare. Servono operatori disponibili a trasportarle e ciascuna delle due parti ha bisogno dell’altra per trovare conveniente utilizzare la piattaforma. Il classico problema dell’uovo e della gallina, moltiplicato per le dimensioni di un settore industriale.
Francesco partecipa allo sviluppo dell’attività, alla costruzione delle partnership e all’integrazione di nuove tecnologie, dai sistemi di connettività dei veicoli fino al trasporto autonomo.
Nei cinque anni e mezzo trascorsi in Uber Freight contribuisce alla crescita di un’organizzazione che arriva a superare i quattro miliardi di dollari di fatturato.
Quando ripensa a quel periodo, sorride.
«Se vedi qualche capello bianco sulla mia testa, lo devo a quel periodo lì.»
Costruire un’impresa da zero, racconta, è probabilmente una delle cose più difficili che si possa fare.
Dopo aver lavorato come ingegnere, sviluppatore di infrastrutture e finanziatore, si confronta direttamente con la complessità di far crescere un’attività imprenditoriale. I problemi cambiano continuamente. Una soluzione che funziona oggi può diventare insufficiente domani. Ogni risultato apre nuove difficoltà. È anche durante queste esperienze che comincia a investire personalmente in startup.
Il lavoro in Macquarie e successivamente in Uber Freight gli permette di conoscere imprenditori impegnati nello sviluppo di tecnologie avanzate, soprattutto nella robotica, nella logistica e nei sistemi autonomi. Francesco comprende di poter offrire loro qualcosa che va oltre il capitale.
Conosce i mercati nei quali operano. Ha costruito relazioni con grandi gruppi industriali. Può aiutarli a individuare opportunità commerciali, affrontare decisioni strategiche, superare difficoltà che ha già incontrato nel proprio percorso.
All’inizio investe come business angel. Progressivamente questa attività assume un peso maggiore, fino a diventare una nuova direzione professionale.
Insieme ad Anup Goel, investitore con una lunga esperienza nella Silicon Valley, fonda Crosscourt Ventures.
Li unisce una convinzione: alcune delle più importanti opportunità tecnologiche dei prossimi anni nasceranno dalla soluzione di problemi profondamente radicati nel mondo fisico. Energia, industria, trasporti, robotica, spazio, difesa. Settori nei quali l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie possono contribuire a superare limiti che per molto tempo hanno frenato lo sviluppo.
Crosscourt investe in aziende che lavorano proprio su queste frontiere. Tra le società del portafoglio figurano Figure AI, impegnata nella robotica umanoide, Aalo Atomics, che sviluppa tecnologie nucleari, e altre realtà attive nei sistemi autonomi, nello spazio e nella logistica.
Il primo fondo viene interamente investito. Nel giugno 2026 Crosscourt completa il primo closing del secondo fondo, dando avvio a una nuova fase di raccolta di capitali per sostenere le tecnologie applicate al mondo fisico. Ma Francesco tiene a sottolineare un aspetto. Il capitale, da solo, spesso non basta a distinguere un investitore.
Le startup migliori possono trovare finanziamenti da molti soggetti. Più difficile è trovare qualcuno che comprenda davvero il settore nel quale operano e sappia aiutarle a crescere.
Per questo Crosscourt cerca di costruire anche un collegamento tra l’ecosistema tecnologico della Silicon Valley e quello industriale europeo, in particolare italiano. Un ponte che permette agli investitori di conoscere tecnologie emergenti e alle startup di avvicinarsi a imprese capaci di trasformare quelle innovazioni in applicazioni concrete.
Francesco continua a tornare regolarmente in Italia. Per lavoro, per incontrare gli investitori e, insieme alla famiglia, per ritrovare i genitori a Treviso.
Osserva il nostro Paese da una prospettiva particolare. Conosce la cultura industriale italiana, ma vive da anni in un ambiente nel quale il rischio viene considerato parte integrante della costruzione di nuove imprese. Ed è proprio il rapporto con il rischio uno degli aspetti sui quali torna più spesso.
Quando parla delle persone che hanno costruito aziende di successo, Francesco parte dalla curiosità. La voglia di conoscere, di scoprire, di mettersi continuamente in gioco. Poi aggiunge un’altra qualità: la capacità di concentrarsi.
Secondo lui, uno degli errori più frequenti consiste nel cercare di affrontare troppi problemi contemporaneamente.
Un’impresa deve imparare a riconoscere quale sia, in un determinato momento, il principale ostacolo alla propria crescita e concentrare lì le energie.
Può essere la mancanza di clienti. Una difficoltà tecnica. Un problema organizzativo. La necessità di trovare nuovi capitali. La priorità cambia, ma il metodo rimane. Risolvere il problema più importante, poi passare al successivo.
«La visione è una cosa che emerge nel tempo, non è una cosa dalla quale parti.»
È un’affermazione interessante, soprattutto pronunciata da chi investe in imprese chiamate a immaginare il futuro. Per Francesco la visione prende forma attraverso il confronto continuo con la realtà. Si costruisce imparando, ascoltando i clienti, risolvendo problemi concreti.
Lo stesso principio attraversa anche il suo modo di interpretare la vita.
Arrivato intorno ai quarant’anni, comincia a interrogarsi più profondamente sul significato dell’esistenza.
È una ricerca che lo porta a scrivere On the Gradient Descent of Being, un testo nel quale prova a mettere in relazione concetti della fisica, della teoria dell’informazione e dei sistemi complessi con una domanda antica quanto l’uomo: quale significato ha la nostra presenza nel mondo?
La sua interpretazione parte dall’entropia, un concetto fondamentale della termodinamica, e si sviluppa attorno all’idea che l’evoluzione della vita e delle società possa essere letta come un processo di crescente complessità.
Dalle particelle alle molecole, dagli organismi alle comunità umane, fino alle tecnologie che continuiamo a sviluppare.
È una riflessione personale, attraverso la quale Francesco arriva a una conclusione. Il significato della vita risiede nella partecipazione a questo processo. Costruire, imparare, cooperare, contribuire alla nascita di qualcosa che possa andare oltre la nostra esistenza individuale.
Nel suo scritto torna anche alle origini venete della famiglia. Ricorda la saggezza dei contadini della generazione dei nonni, abituati a convivere con l’incertezza dei raccolti. Potevano preparare il terreno, seminare, lavorare con attenzione. Ma sapevano che il risultato sarebbe dipeso anche da fattori impossibili da controllare.
Una consapevolezza che, secondo lui, il mondo contemporaneo rischia di aver dimenticato.
Siamo abituati a pensare che conoscenza e tecnologia possano permetterci di governare ogni risultato. Eppure continuiamo a vivere all’interno di sistemi complessi, nei quali molte conseguenze delle nostre azioni rimangono imprevedibili. È una riflessione che assume un significato particolare quando il discorso arriva all’intelligenza artificiale.
Francesco ne riconosce le straordinarie possibilità, ma anche i rischi. La tecnologia può contribuire a risolvere problemi enormi, dall’energia alla produzione industriale. Può però generare conseguenze difficili da prevedere, accentuare squilibri sociali e mettere in discussione il ruolo stesso dell’essere umano. Per questo ritiene che gli investitori abbiano una responsabilità.
Finanziare l’innovazione significa anche interrogarsi sulle conseguenze di ciò che si contribuisce a costruire. Una responsabilità che Francesco cerca di tradurre nelle scelte di Crosscourt, sostenendo tecnologie che considera capaci di produrre benefici concreti per la società.
Rimane una domanda. Se il progresso ci ha messo a disposizione possibilità e comodità che le generazioni precedenti non avrebbero nemmeno immaginato, perché tutto questo sembra non renderci proporzionalmente più felici?
Francesco riconosce la contraddizione.
Il progresso produce opportunità, ma anche nuovi problemi, e il benessere materiale, da solo, non basta a dare significato all’esistenza. La felicità, nella sua interpretazione, nasce dal sentirsi parte attiva di qualcosa.
«La felicità non è mai un traguardo, è il viaggio che ti porta verso il traguardo.»
Negli Stati Uniti utilizza spesso una parola per descrivere questo concetto: purpose. Avere uno scopo. Sentire che ciò che si fa contribuisce a qualcosa che supera il proprio interesse immediato. È un significato che ciascuno deve trovare e costruire attraverso le proprie scelte.
Francesco lo cerca continuando a imparare, a investire, a confrontarsi con problemi nuovi e vorrebbe che soprattutto in Italia più persone trovassero il coraggio di fare altrettanto. Di assumersi rischi. Di abbandonare percorsi apparentemente sicuri. Di accettare quella sensazione di instabilità che accompagna ogni esperienza realmente nuova. Perché, secondo lui, proprio lì possono nascere le opportunità più importanti.
La sua vita sembra essersi sviluppata seguendo questa convinzione. Dall’università di Padova alle piattaforme offshore. Dalla finanza australiana alla Silicon Valley. Dalla costruzione di un’impresa alla scelta di sostenere quelle degli altri. Ogni passaggio gli ha chiesto di confrontarsi con qualcosa che ancora non conosceva.
Quando prova a definire se stesso, Francesco torna alla curiosità, al desiderio di imparare, alla necessità di dedicarsi completamente a ciò che lo mette alla prova.
«Una persona curiosa che vuole sempre sentirsi fuori equilibrio.»
È così che si racconta. E forse è proprio questo il messaggio che vorrebbe lasciare: imparare a considerare l’incertezza come una possibilità, anziché soltanto come un rischio da evitare.
#ToBeContinued
Andrea Bettini