
Federico Stefani vorrebbe guardare tutto.
Un professore olandese, durante il master, gli spiega perché è impossibile.
«Tu devi scegliere dove mettere la tua curiosità, Federico. Se metti la curiosità dappertutto, non sei curioso di niente. Il tutto è uguale al niente.»
Federico continuerà a tornare su quelle parole. È curioso da sempre. Delle persone, prima di tutto. Gli piace parlare con loro, scoprire cosa custodiscono dietro ciò che mostrano. È cresciuto in mezzo alla natura, dentro una famiglia numerosa, con l’idea che ogni cosa possa diventare un’occasione per capire qualcosa in più.
Un anno a Santo Domingo. Poi il Giappone. Gli studi in International Management, Bruxelles, due anni alla NATO. Ogni spostamento aggiunge un punto di vista.
A Bruxelles sta bene. Molto bene. È convinto che tutti dovrebbero trascorrere almeno qualche mese fuori dal proprio Paese. Serve a capire che quello che consideriamo normale è soltanto uno dei modi possibili di guardare le cose. Lo scopre anche davanti al caffè preparato da un amico montenegrino. L’amico lo considera il migliore del mondo. Federico lo assaggia e arriva a una conclusione differente. Rimangono amici.
Per Federico uscire significa soprattutto questo: scoprire che esistono altri punti di vista.
Un luogo dal quale partire, però, ce l’ha. È nato a Trento nel 1991 ed è cresciuto a Pergine Valsugana.
Del Trentino parla come si parla delle cose alle quali apparteniamo davvero: senza idealizzarle.
«Amo e odio il mio territorio. Amo e odio l’Italia.»
Le montagne per lui significano bellezza, pace, natura, famiglia. Portano con sé anche una forma di chiusura, «metaforica e reale». Quando torna in Italia, il Trentino gli sembra troppo piccolo, poco attraversato da quella contaminazione culturale che continua a cercare. Sceglie Torino.
Nel frattempo, sulle sue montagne, è accaduto qualcosa.
Il 28 ottobre 2018 la tempesta Vaia attraversa le Dolomiti. Milioni di alberi finiscono a terra. Un paesaggio conosciuto dall’infanzia cambia volto in poche ore.
Federico decide di mettere lì la propria attenzione.
Insieme ai suoi co-founder prova a guardare quel legno da una prospettiva differente. Una materia che ha improvvisamente perso valore può acquisirne uno nuovo. Da questa intuizione nasce VAIA, che oggi Federico guida insieme ad Alessandro Dietre, e prende forma il VAIA Cube, un amplificatore naturale per smartphone realizzato con il legno recuperato dagli alberi abbattuti e lavorato dagli artigiani del territorio. A ogni VAIA Cube corrisponde un nuovo albero piantato sulle Dolomiti.
All’inizio Federico immagina di poter costruire tutto questo continuando ad andare altrove. Poi la traiettoria cambia.
A Torino l’esperienza con un incubatore si interrompe. I soldi scarseggiano. Federico torna a Pergine e chiede ai genitori di ospitarlo. Rimane sei mesi. Successivamente prende un piccolo appartamento insieme ai suoi co-founder. Vivono e lavorano insieme per due anni e mezzo.
Casa e azienda finiscono per occupare gli stessi metri quadrati. È in quel periodo che Federico misura quanto tempo serva per costruire qualcosa. Aveva immaginato una crescita più rapida. Milano, Berlino, viaggi, nuovi luoghi dai quali lasciarsi contaminare. La realtà gli insegna un’altra misura.
«Mi sono reso conto che io non sono un genio e sono molto umano.»
Si stanca. Ha bisogno di fermarsi. Arriva a sera esausto perché continua a pensare. Scopre soprattutto che le relazioni hanno tempi difficili da comprimere.
Un artigiano va convinto a utilizzare quel legno in un modo diverso da quello al quale è abituato. Qualcuno gli suggerisce di farne un tagliere. Federico vuole provare altro. Per lui innovare significa reinterpretare.
Lo stesso esercizio richiederà anni quando VAIA deciderà di uscire dalle Dolomiti.
L’idea della Puglia comincia a prendere forma nel 2021. Arriverà sul mercato nel 2026. Cinque anni per incontrare agricoltori, costruire relazioni, fare ricerca, coinvolgere università e imprese, creare una filiera.
Dalle fibre del legno degli ulivi colpiti dalla Xylella nasce Olive Matter, un nuovo materiale biobased. La sua prima applicazione è una cover per smartphone interamente prodotta in Italia. Ogni cover venduta contribuisce alla rigenerazione di un metro quadrato di macchia mediterranea a Specchia, nel Salento.
Cinque anni possono sembrare tanti. Federico ha imparato che costruire richiede tempo. Lo dice persino parlando dell’Europa. Dividere è immediato. Costruire è molto più difficile.
Per Federico costruire un’impresa significa assumersi una responsabilità. «L’imprenditore ha un ruolo sociale.»
Per capire da dove arrivi questa convinzione bisogna tornare ancora una volta in Trentino.
Federico cresce in oratorio, incontra sacerdoti giovani capaci di lasciare spazio e responsabilità ai ragazzi. A dodici anni comincia a occuparsi di associazioni di teatro e giovanili. Intorno vede i vigili del fuoco volontari, l’AVIS, la festa dell’albero.
Conosce una terra nella quale boschi e risorse sono stati amministrati per generazioni attraverso forme collettive. La parola comunità, per lui, viene da lì.
Anche la famiglia ha dimensioni da comunità. Una settantina di persone tra parenti e cugini. Federico è il più piccolo dei cugini, quello che ha studiato fuori, in qualche modo la pecora nera. Quando VAIA organizza il suo primo evento ci sono tutti.
Ancora oggi, passeggiando per Pergine, ogni pochi metri qualcuno lo saluta. C’è persino chi continua a chiedergli se sia appena tornato da Santo Domingo. Sono trascorsi più di quindici anni. Federico sorride.
Il legame con quel luogo convive con il bisogno di partire. Ha bisogno di contaminazioni, di incontrare persone, di mettere in discussione le proprie idee. Vorrebbe una vita capace di conservare il Trentino come base e, insieme, permettergli di muoversi. Perché i territori, nella sua visione, evolvono proprio quando vengono attraversati da ciò che arriva da fuori.
Nel frattempo ha scoperto che fare impresa aggiunge alla parola comunità un’altra parola: responsabilità.
La comprende quando servono trentamila euro e qualcuno deve firmare per ottenerli. La comprende alla fine di ogni mese, quando gli stipendi devono essere pagati. La comprende quando una decisione riguarda altre persone oltre a lui.
Per qualche mese la incontra persino dall’altra parte di una cattedra. Un istituto professionale gli chiede di sostituire un insegnante di marketing. Federico accetta pensando che poche ore ogni qualche settimana possano entrare facilmente nel resto delle giornate. Scopre quanto sia difficile insegnare. E quanto sia semplice giudicare un mestiere osservandolo da fuori.
Da imprenditore prova a fare lo stesso esercizio con i territori: guardarli abbastanza da vicino da riconoscere ciò che rischia di essere trascurato.
Nelle Dolomiti era il legno abbattuto dalla tempesta e, successivamente, quello degli alberi colpiti dal bostrico. In Puglia sono gli ulivi segnati dalla Xylella. Domani potrebbero essere la lana, la Posidonia, altre materie sottoutilizzate, altre periferie.
È proprio dalle periferie che Federico immagina il futuro di VAIA.
«In un mondo dove l’innovazione sembra l’intelligenza artificiale, l’innovazione è anche la relazione che crei nelle periferie.»
La sua idea è partire da luoghi nei quali esistono materie poco valorizzate o problemi ambientali, recuperare quelle risorse, attivare competenze locali, trasformarle attraverso ricerca e design in oggetti capaci di accompagnare la quotidianità e restituire parte del valore generato ai territori dai quali provengono.
Una cover. Un amplificatore. Un oggetto per ascoltare musica, lavorare, concentrarsi.
Federico immagina un giorno persino un negozio VAIA. Entrandoci, vorrebbe trovare oggetti belli prima ancora che sostenibili. La qualità, per lui, viene prima dell’alibi della buona causa. Oggetti dei quali conoscere la materia, il luogo di provenienza, le persone che li hanno costruiti e ciò che contribuiranno a rigenerare.
Un modo per riconnettere le persone con ciò che hanno intorno e, prima ancora, con ciò che conta.
Proprio il 19 settembre, giorno in cui viene pubblicato questo ritratto, sul Monte Panarotta la quinta edizione della Foresta degli Innovatori parte da una domanda: dove metti l’attenzione?
La giornata che Federico e VAIA hanno immaginato ha una struttura semplice. Prima si ascolta. Voci diverse, punti di vista differenti. Poi si fa. Mille nuovi alberi da mettere a dimora insieme. Infine arriva la musica, con gli Ex-Otago.
Ascoltare, fare, stare insieme. Tre momenti che raccontano anche il modo in cui Federico intende la comunità: le parole acquistano senso quando diventano gesti e i gesti quando vengono condivisi.
In fondo sta ancora facendo i conti con quella frase ascoltata anni fa dal suo professore.
La curiosità lo porterebbe dappertutto. Vorrebbe viaggiare di più, incontrare persone, vivere altri luoghi. Il Trentino continua qualche volta a stargli stretto e contemporaneamente rimane il posto nel quale ci sono la sua famiglia, le sue montagne, una bicicletta pronta per salire verso i boschi.
Ha trentacinque anni e si definisce una persona felice. Dice anche una cosa che finisce per spiegare molto del percorso compiuto fin qui: «Posso creare il mondo che vorrei.» Subito dopo ridimensiona quel mondo. Gli amici. La famiglia. Le persone che incontra. Quello che gli sta intorno.
Il professore olandese gli aveva insegnato a scegliere dove mettere la curiosità. Federico, negli anni, ha scelto dove mettere la propria. Per andare lontano, sta imparando a partire dalle periferie.
(ph. Credits: Gianluca Colonnese)
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Andrea Bettini