
A diciotto anni Giulia Di Tomaso ha un problema.
Non è la matematica. Non è la fisica. Non sono nemmeno le materie scientifiche, nelle quali eccelle. Il problema è l’inglese.
I voti sono quelli che fanno scuotere la testa agli insegnanti e preoccupare i genitori. Suo padre, imprenditore, la guarda e le dice una cosa semplice: non è possibile essere così brava in certe materie e avere un rapporto tanto complicato con una lingua che apre le porte del mondo.
Molti avrebbero scelto un modo diverso per studiare l’inglese. Lei sceglie un’altra strada. Parte.
Va a Cambridge per un breve periodo di studio. Due settimane che avrebbero dovuto servire a migliorare l’inglese. Tornano invece con un effetto collaterale imprevisto: si innamora dell’Inghilterra. Dei college. Dell’atmosfera. Dell’idea stessa di studiare lì.
Quando rientra a Roma annuncia che vuole frequentare l’università nel Regno Unito.
Sembra una follia. E in effetti, per certi versi, lo è. Perché il suo inglese continua a essere molto lontano dagli standard richiesti dalle università britanniche. Ma Giulia ha una caratteristica che la accompagnerà per tutta la vita: quando qualcosa la appassiona, difficilmente la lascia andare.
Studia. Legge. Guarda film in lingua originale. Ascolta musica. Si immerge completamente in quella che considera una missione personale. L’obiettivo è ottenere il punteggio necessario per essere ammessa.
Quando arriva il risultato dell’esame IELTS, sul foglio compare esattamente il punteggio che le serve. 7.5. Né più né meno. È il biglietto per Londra. È il primo di una lunga serie di traguardi raggiunti inseguendo qualcosa che all’inizio sembrava fuori portata.
Alla University College London si iscrive a Ingegneria Meccanica con un percorso che integra business e finanza. È una studentessa brillante, curiosa, determinata. Eppure qualcosa continua a non convincerla del tutto. Finché un giorno, durante una lezione, ascolta una professoressa raccontare che una delle pompe più straordinarie mai progettate non è stata costruita dall’uomo. È il cuore. Un organo capace di svilupparsi, adattarsi, funzionare per decenni senza interruzioni.
Per Giulia è una rivelazione. Improvvisamente l’ingegneria smette di riguardare motori e macchine. Inizia a riguardare le persone.
Da quel momento orienta il proprio percorso verso la bioingegneria. Cerca quella docente, insiste per lavorare con lei e finisce per dedicare la tesi alla modellistica matematica dell’arteriosclerosi. È l’inizio di una direzione che non abbandonerà più.
Arriva il dottorato in ingegneria biomeccanica. La ricerca. I laboratori. Le collaborazioni con i medici. Le prime esperienze a stretto contatto con il mondo clinico. La traiettoria sembra ormai definita. Poi la vita cambia le regole del gioco.
Sua madre si ammala di leucemia mieloide acuta. È un momento che divide il prima dal dopo.
Giulia si trova nel pieno del dottorato a Londra. Ogni tre settimane prende un aereo e torna a Roma. Vive tra due città e due vite. Da una parte la ricerca. Dall’altra l’ospedale. Insieme al fratello Alessandro diventa parte integrante del percorso di cura.
Quello che fino a poco tempo prima era il normale rapporto tra fratello e sorella si trasforma progressivamente in qualcosa di diverso. Una squadra. Una squadra che studia, osserva, raccoglie informazioni, cerca di capire. Una squadra che impara quanto sia importante avere le informazioni giuste al momento giusto.
Giulia affronta la malattia come affronta tutto il resto: cercando risposte. Costruisce fogli di lavoro. Organizza dati. Registra parametri. Cerca schemi. Prova a mettere il metodo scientifico al servizio dell’amore. Ma in quegli anni comprende anche un’altra cosa. Dietro ogni dato c’è una persona. Dietro ogni parametro c’è una storia. Dietro ogni studio clinico c’è qualcuno che aspetta una risposta.
La madre oggi sta bene. Grazie alle cure. Grazie ai medici. Grazie alla ricerca. Grazie al trapianto di midollo reso possibile dalla donazione del fratello Alessandro. Grazie anche a quella componente imprevedibile che lei stessa riconosce con lucidità e gratitudine.
Molte persone, dopo una vicenda simile, voltano pagina. Giulia e Alessandro fanno l’opposto. Decidono di restituire.
Nasce lì il seme di quello che qualche anno dopo diventerà Heremos. Prima, però, c’è ancora strada da fare.
Terminato il dottorato, Giulia lavora nel mondo della ricerca e si trasferisce negli Stati Uniti. A New York entra in Philips Research per approfondire un aspetto che fino a quel momento aveva osservato soltanto da lontano. Vuole capire da dove arrivano i dati. Vuole passare dalla modellistica alla loro origine. Dagli algoritmi ai sensori. Dalle formule ai segnali.
Perché sempre più chiaramente si convince che il futuro della medicina passerà dalla capacità di raccogliere informazioni migliori e interpretarle nel modo corretto.
Mentre costruisce il proprio percorso internazionale, continua a mantenere un ponte aperto con l’Italia. Quel ponte conduce al Campus Bio-Medico di Roma. Ed è proprio dall’incontro tra ricerca accademica, competenze tecnologiche e vissuto personale che prende forma Heremos.
La startup, fondata insieme al fratello Alessandro e sviluppata come spin-off del Campus Bio-Medico, nasce con un obiettivo preciso: aiutare la ricerca clinica a comprendere meglio ciò che accade ai pazienti attraverso nuovi biomarcatori digitali.
Detta così sembra una definizione tecnica. In realtà significa qualcosa di molto umano. Significa cercare di vedere prima. Capire meglio. Rendere visibile ciò che oggi sfugge. Offrire a medici, ricercatori e aziende farmaceutiche informazioni che possano contribuire allo sviluppo di terapie sempre più efficaci.
È un lavoro che richiede competenze avanzate, pazienza e capacità di muoversi in un settore in cui l’innovazione procede con la stessa cautela con cui si maneggia qualcosa di prezioso. Perché quando al centro ci sono le persone, la velocità da sola non basta. Serve affidabilità. Serve rigore. Serve fiducia.
Oggi Heremos sviluppa soluzioni che combinano sensori, dati fisiologici, intelligenza artificiale e biomarcatori digitali. Un percorso che negli ultimi anni ha iniziato ad attirare l’attenzione di istituzioni, centri di ricerca e importanti realtà del mondo della salute. Ma quando Giulia racconta il proprio lavoro, raramente parte dalla tecnologia. Parte dalle persone. Sempre. Forse perché sa bene cosa significhi stare dall’altra parte. Aspettare un referto. Attendere una risposta. Sperare che qualcuno trovi un modo per capire qualcosa prima.
Fuori dall’azienda continua a convivere con molte delle passioni che l’hanno accompagnata fin da ragazza. Ha studiato pianoforte al conservatorio. Ama Rachmaninoff, Chopin e Liszt. Passeggia nel verde. Abbraccia gli alberi senza particolare imbarazzo. Condivide le giornate con una cagnolina che considera a tutti gli effetti parte del team e che, scherza, ha il compito di distribuire coccole nei momenti in cui ce n’è più bisogno.
Sono dettagli apparentemente marginali. Eppure raccontano molto.
Perché aiutano a comprendere come dietro la ricercatrice, l’ingegnera e l’imprenditrice continui a vivere una persona capace di guardare il mondo con stupore.
La stessa che anni fa aveva scelto un’università anche perché le piaceva il colore del suo logo. La stessa che continua a credere che i dati siano importanti. Ma che sa altrettanto bene che il loro valore più grande emerge soltanto quando aiutano a migliorare la vita di qualcuno. Forse è questo il filo che tiene insieme tutta la sua storia.
Da ragazza cercava risposte in una lingua che non riusciva a padroneggiare. Poi le ha cercate nella matematica. Nella ricerca. Nei segnali del corpo umano. Oggi continua a cercarle nei dati. Con la stessa convinzione di allora. Perché sa che, da qualche parte, dietro ogni numero, c’è una persona che le sta aspettando.
#ToBeContinued
Andrea Bettini