
Esistono persone che, davanti a ciò che accade, si chiedono immediatamente una cosa.
«Perché?”»
Serena Moretti, invece, sembra farsene un’altra.
«E adesso, che cosa possiamo farne?»
È una differenza sottile. Eppure cambia tutto.
La ritrovi nel modo in cui racconta il proprio lavoro. La ritrovi quando parla della famiglia. La ritrovi nel ricordo di suo marito Fabrizio Carretti. Perfino quando descrive una fondazione nata da una delle prove più difficili che la vita possa consegnare.
Ogni volta il suo sguardo si sposta. Dal problema alla possibilità. Dalla perdita alla responsabilità. Da sé agli altri.
Quando le chiedono da dove viene, sorride. La risposta potrebbe durare pochi secondi. Invece diventa quasi un viaggio. I genitori sono liguri. È nata in Sardegna. L’infanzia in Brianza. L’università a Pisa. Gli anni in Toscana. Il lavoro a Milano. Una nonna siciliana. Un nonno piemontese.
Alla fine conclude sempre allo stesso modo. «Mi sento italiana.»
Sembra una risposta geografica. In realtà è una dichiarazione di identità. Perché Serena non sembra appartenere ai luoghi. Appartiene alle responsabilità che sceglie di assumersi.
Anche il diritto, probabilmente, lo sceglie per questo. Molti immaginano l’avvocato come colui che interpreta le regole. Lei racconta con entusiasmo ciò che viene prima delle regole. Le persone. Le mediazioni. Gli equilibri.
Durante gli anni in Confindustria Moda scopre che una legge non nasce mai dalla penna di una sola persona. Nasce da un confronto continuo tra interessi, visioni e sensibilità diverse. È un lavoro silenzioso. Quasi invisibile. Ma indispensabile.
Poi la vita le chiede di affrontare una prova di tutt’altra natura.
Arriva il dicembre del 2017. Un fine settimana a Courmayeur. Un malore improvviso. La corsa in ospedale. La diagnosi. Glioblastoma di quarto grado.
Ci sono parole che sembrano interrompere il tempo. Per Fabrizio, invece, diventano l’inizio di una scelta.
La prima cosa che dice a Serena è semplice. «Noi dobbiamo vivere con la speranza.»
Non è una frase pronunciata per rassicurare. È una direzione. Ed è quella direzione che accompagna ogni decisione successiva. Le cure. Le sperimentazioni. Il percorso psicologico affrontato insieme e poi individualmente. Le due figlie ancora piccole da accompagnare dentro qualcosa che nessun genitore vorrebbe spiegare. E, soprattutto, una domanda. Che cosa possiamo fare perché tutto questo sia utile anche a qualcun altro?
Durante quel percorso Fabrizio scopre una realtà poco conosciuta. Molti giovani neurochirurghi, terminata la specializzazione, devono finanziare autonomamente la propria formazione avanzata. I laboratori sono pochi. I simulatori costano. Gli stage all’estero sono spesso irraggiungibili. Per lui quella scoperta diventa un impegno.
Nel 2018 nasce così un piccolo comitato destinato a trasformarsi, negli anni, in Fondazione ASINO.
Quando qualcuno propone di cambiare quel nome, troppo insolito per un progetto così serio, è proprio lui a fermare tutti.
«No. Dobbiamo tenerlo.»
Perché dietro quell’acronimo — Associazione Italiana Neurochirurgia Oncologica — convivono rigore e ironia. Le stesse qualità con cui aveva scelto di affrontare la vita.
Oggi la Fondazione sostiene la formazione dei giovani neurochirurghi, finanzia borse di studio, progetti di ricerca e collaborazioni con importanti centri scientifici italiani. Serena ne è presidente. Ma ascoltandola parlare succede una cosa curiosa.
Ogni volta che potrebbe raccontare sé stessa, sceglie qualcun altro. I medici. I ricercatori. I giovani specialisti. Le persone che verranno. Perfino quando parla di Fabrizio evita di trasformarne il ricordo in un punto d’arrivo. Desidera che quella visione continui a camminare con le proprie gambe. Perché ci sono eredità che chiedono di essere custodite. E altre che chiedono di continuare a generare futuro.
Mentre la Fondazione continua a crescere e a consolidare il proprio impegno, arriva anche una nuova sfida professionale.
Serena entra in Herno come Head of Legal. L’azienda è in piena crescita e un ufficio legale, semplicemente, non esiste. C’è tutto da costruire. Le procedure. Il metodo. Il team. Una cultura condivisa. Ricorda quei primi mesi con un sorriso.
«Sono arrivata un po’ come la Rottermeier.»
Ride. Perché l’ironia, in lei, non alleggerisce i problemi. Li rende affrontabili.
Con il tempo quel reparto cresce insieme all’azienda. Herno continua il proprio percorso di sviluppo, acquisisce Montura e le responsabilità aumentano.
Per Serena è un’altra occasione per fare ciò che, quasi senza accorgersene, ha sempre fatto. Costruire. Costruire un ufficio legale. Costruire una squadra. Costruire una Fondazione capace di camminare con le proprie gambe. Costruire occasioni perché altri possano imparare, crescere, curare.
Ripensando alla nostra conversazione, mi accorgo che tutto il suo percorso sembra nascere dalla stessa domanda.
“E adesso, che cosa possiamo farne?”
Non è una domanda che compare in un curriculum. Non si legge nelle biografie. Eppure è quella che tiene insieme ogni pagina della sua vita.
Perché Serena Moretti sembra sapere una cosa che spesso dimentichiamo. Ciò che accade cambia la nostra storia. Ciò che decidiamo di costruire cambia anche quella di qualcun altro.
#ToBeContinued
Andrea Bettini