Igor Efrem Zanti – L’arte di non prendersi troppo sul serio

Igor Efrem Zanti, storico dell'arte, curatore e consulente tra arte, imprese e formazione
Igor Efrem Zanti, storico dell’arte, curatore e consulente tra arte, imprese e formazione

 

C’è una forma di leggerezza che non ha nulla a che fare con la superficialità. È una leggerezza che arriva dopo. Dopo aver attraversato, perso, ricostruito. Dopo aver capito che prendersi troppo sul serio può diventare una trappola.

Igor Efrem Zanti quella leggerezza se l’è guadagnata.

Per anni è stato dentro il cuore di una delle istituzioni più importanti della formazione creativa in Italia, lo IED – Istituto Europeo di Design. A Venezia prima, poi a Firenze, fino a un ruolo globale. Una traiettoria solida, costruita nel tempo, contribuendo al rilancio e alla crescita di sedi complesse, dentro un sistema che gli ha chiesto molto e a cui lui ha dato molto.

Era, a tutti gli effetti, un costruttore. Eppure, se si torna indietro, la traiettoria non è mai stata lineare. Laurea in Lettere Moderne, indirizzo storia dell’arte. L’idea iniziale di una carriera accademica. Poi, quasi all’improvviso, una deviazione. Non teorica, ma concreta. Fisica.

Per fare l’antichista bisogna passare ore negli archivi, leggere documenti, decifrare scritture. Igor capisce presto che quello non sarà il suo percorso. Non per mancanza di interesse, ma per una difficoltà visiva importante, che rendeva estremamente faticoso il lavoro d’archivio. È uno di quei momenti in cui la vita non ti chiede cosa vuoi fare, ma ti obbliga a cambiare direzione. E da lì inizia altro.

L’ingresso nel mondo dell’arte contemporanea, le gallerie, la scrittura critica, la curatela. E poi un’intuizione condivisa, nata quasi per caso insieme a Beatrice Susa, che nel tempo diventa una piattaforma internazionale per artisti emergenti: il Premio Arte Laguna, che accompagna per molti anni come curatore e figura chiave nel suo sviluppo.

È il primo segnale di un tratto che tornerà più volte: la capacità di vedere possibilità dove ancora non sono evidenti.

Poi arriva lo IED. Un ingresso che ha il sapore delle storie impreviste: una battuta, una telefonata, un colloquio il giorno dopo. E una vita che cambia direzione. Venezia diventa un laboratorio. Non solo di crescita, ma di energia condivisa, di squadra, di possibilità.

“Ci divertivamo, ma facendo cose belle e utili”. Forse è questa la sintesi più precisa di quel periodo.

Poi qualcosa cambia. Cambiano gli equilibri, le persone, le condizioni. Firenze, il consolidamento. E infine Milano, che doveva essere un passaggio di crescita e si rivelerà invece un punto di rottura.

Nel 2024 termina la sua collaborazione con IED, la fine di un ciclo. Ma non è quello il momento più difficile.

Il momento più difficile arriva prima. Arriva dentro una concatenazione di eventi personali e professionali che si sovrappongono: la morte della madre, lo stress, il burnout, una fragilità che non è improvvisa, ma ha radici profonde.
Igor ne parla senza abbassare lo sguardo. Senza cercare scorciatoie. Parla di depressione come si parla di una condizione reale. Parla del tentato suicidio senza trasformarlo in racconto eroico né in tabù.

“È come inciampare e rompersi una gamba”. Non c’è retorica. C’è una posizione. Quella di chi rifiuta lo stigma e sceglie di esporsi. E forse è proprio qui che il racconto cambia direzione.

Perché da quel punto in avanti, Igor Efrem Zanti non prova a tornare a quello che era prima. Non rincorre un ruolo. Non cerca di rimettere insieme i pezzi com’erano. Si sposta.

Torna a una dimensione più libera, più personale. Inizia a scrivere. Immagina nuovi progetti, e soprattutto prova a dare forma a un’idea che tiene insieme tutto quello che ha attraversato: mettere l’arte al servizio delle imprese. Non come ornamento, ma come leva.

Accompagnare le aziende – soprattutto le piccole e medie imprese – a scoprire il valore culturale e strategico dell’arte: lavorare sugli archivi, costruire musei d’impresa, attivare collaborazioni con artisti, generare relazioni, posizionamento, senso.

Un’idea che nasce da anni di esperienza, ma che guarda avanti. E che si intreccia con un’altra intuizione, più profonda: che anche la filantropia può avere un ruolo dentro questo percorso. Non come gesto isolato, ma come parte di una visione. Come possibilità concreta per le imprese di contribuire a qualcosa che va oltre il proprio perimetro.

Non è un caso che tra i suoi riferimenti ci sia chi ha fatto di questo una missione. Perché in fondo, dentro questa fase della sua vita, non c’è solo una ripartenza professionale. C’è una ridefinizione del senso.

E poi succede qualcosa di ancora più inatteso. Sale su un palco. E inizia a fare stand-up comedy. Non per reinventarsi una carriera. Non per dimostrare qualcosa. Ma per un bisogno più semplice e radicale: cambiare sguardo.

“La comicità mi ha aiutato a prendermi ancora meno sul serio”. È un passaggio chiave. Perché dentro quella frase c’è tutto: la distanza dalle aspettative, la libertà di fallire, la possibilità di essere imperfetti.

E allora quella parola che usa per definirsi – “cazzone” – smette di essere provocazione. Diventa una dichiarazione. A vent’anni, dice, lo era senza saperlo. Oggi lo è in modo diverso: con più consapevolezza, più competenze, ma senza voler perdere quella leggerezza.

“Prendersi troppo sul serio uccide qualsiasi possibilità di sviluppo del pensiero”. Non è una battuta. È una forma di resistenza.

Forse è questo il punto più interessante della sua storia. Non quello che ha costruito, che pure è tanto. Non quello che ha perso, che pure pesa. Ma quello che ha scelto di non diventare. Un uomo irrigidito, prigioniero del proprio ruolo.

Igor Efrem Zanti oggi è altro. È un professionista che riparte senza nascondere le crepe. Un curatore che continua a immaginare nuovi spazi tra arte e impresa. Un comico che usa il palco per rimettere le cose nella giusta prospettiva. E, forse, qualcosa di ancora più raro. Una persona che ha capito che la leggerezza non è l’opposto della profondità. È una delle sue forme più difficili.

E allora sì, forse ha ragione lui. Il punto non è smettere di essere un “cazzone”. Il punto è diventarlo nel modo giusto. Con la consapevolezza di chi ha visto abbastanza da sapere che, alla fine, non prendersi troppo sul serio è una cosa tremendamente seria.

 

Ph. Credits: Settimio Benedusi

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Andrea Bettini