Vincenzo Papes – Continuare a correre

Vincenzo Papes, fondatore di Centro di medicina
Vincenzo Papes, fondatore di Centro di medicina

 

Il semaforo è quello sulla strada verso San Vendemiano.

Vincenzo Papes lo ricorda ancora. Sta andando in albergo, la squadra deve partire per il ritiro. Si ferma e sente dei brividi.
Non ha voglia di andare a giocare. Per un calciatore è il segnale peggiore.

Arriva in albergo, trova un telefono e chiama sua moglie Anna. I cellulari ancora non ci sono. Le dice che ha deciso: a fine stagione smetterà.

Lei quasi non ci crede. Vincenzo ha una trentina d’anni e il calcio è stato fino a quel momento una parte importante della sua vita. Ha giocato fino alla Serie C, passando per Conegliano, Ospitaletto e Carpi, prima di tornare sui campi del Veneto.
Gioca a centrocampo. Mediano incontrista, precisa lui. Uno di quelli che deve recuperare palloni, misurarsi con qualcuno, arrivare prima.

Quando gli chiedono se avesse potuto spingersi più in alto, non cerca alibi.

«Ognuno arriva dove merita. Un po’ più su, un po’ più giù. Ci vuole fortuna, ma la fortuna bisogna andare a prendersela.»

Quel giorno, davanti a un semaforo, capisce semplicemente che una partita è finita. La corsa, invece, è appena cominciata.

A Conegliano sua sorella Graziana ha avuto qualche anno prima un’intuizione. Durante un viaggio in Germania vede dei solarium ad alta potenza. Cerca di capire se esistano anche in Italia, scopre una realtà a Milano, va a vederla.

Nel 1982 decide di investire in un centro di medicina estetica a Conegliano. Ha undici anni più di Vincenzo. Lui, in quel momento, ammette di avere «la testa nel pallone, in due sensi». Ha vent’anni, gioca a calcio e l’impresa immaginata dalla sorella appartiene a un mondo che sente ancora distante.

Poi la socia di Graziana decide di tirarsi indietro. Vincenzo ascolta il racconto e le dice, più o meno: perché cercare qualcun altro? Ci sono io.

Continua a giocare. Quando può torna. L’attività cresce. Qualche anno dopo rilevano un’altra struttura a Conegliano, dove alla medicina estetica si affiancano fisioterapia, palestra e attività sanitaria.

Quando Vincenzo lascia definitivamente il calcio, cambia il tempo che può dedicare all’impresa e cambia la velocità.

Si accorge che per crescere bisogna diventare più grandi. Lo vede anche nel rapporto con i medici: una singola struttura possiede una forza contrattuale limitata. Più sedi significano più possibilità, maggiore capacità di investimento, un’organizzazione diversa.

Prende la macchina e va a parlare con i proprietari di due piccoli centri della zona. Li acquisisce. Da quel momento il ritmo diventa quasi una formula.

«Acquisire, aprire. Acquisire, aprire. Acquisire, aprire.»

Feltre, San Donà di Piave, Villorba, Mestre, Padova. Poi il Friuli Venezia Giulia, l’Emilia-Romagna, la Lombardia, la Toscana.
Centro di medicina diventa un gruppo con oltre cinquanta sedi.

Negli anni le strade imprenditoriali di Vincenzo e Graziana finiscono per separarsi. Lei sente di essere arrivata al punto in cui vuole fermarsi. Vincenzo rileva la sua parte e continua a correre. Graziana morirà nel 2018. Ma all’origine di tutto rimane la sua intuizione.

Vista da oggi, quella traiettoria potrebbe sembrare il risultato di un disegno immaginato fin dall’inizio. Vincenzo Papes la racconta diversamente. Alla parola “visionario” preferisce un’altra spiegazione.

«Più che un visionario sono stato costretto.»

Parla di fame. Di quella condizione che obbliga a correre per andare a prendere ciò di cui si ha bisogno. Riconosce di avere intuito prima di altri quale fosse il percorso, ma preferisce ricondurlo alla necessità di trovare ogni volta una soluzione.

Il suo modo di imparare è altrettanto concreto. Quando comincia a costruire le prime strutture, la domenica va nei cantieri con Anna. Misura gli spazi. Guarda. Chiede. Cerca di capire.

Incontra un giovane architetto appena rientrato da Milano e comincia a lavorare con lui. Vincenzo ha già una sensibilità quasi istintiva per l’estetica, l’architetto gli insegna a leggere gli spazi e la progettazione.

«Se vuoi crescere devi vivere con gente che ha esperienze diverse dalle tue.»

Decenni dopo, quella lezione è ancora visibile.

Nella nuova clinica di Mestre, Vincenzo cammina e indica continuamente qualcosa. Un rivestimento. Una parete. La luce. I salottini davanti agli ambulatori. Le tende della sala dove si fanno le mammografie. Le camere.

Ogni particolare ha una ragione. Un materiale può costare di più oggi e conservarsi meglio domani. Una sala d’attesa più raccolta restituisce intimità. Un ambiente curato può contribuire ad alleggerire la tensione di chi entra per un esame.

Per Vincenzo una struttura sanitaria deve cominciare a prendersi cura del paziente prima ancora che arrivi il medico. Lo dice a modo suo: è la struttura che deve dialogare con la persona, non la persona con la struttura.

Anche le macchine raccontano la stessa attenzione.
A Mestre ci sono due risonanze magnetiche. Vincenzo spiega perché: vuole che chi telefona possa sentirsi rispondere «domani», non «fra dieci giorni».

Tecnologia, spazi e organizzazione finiscono dentro lo stesso modello.
Le strutture possono essere diverse per dimensione, ma procedure e apparecchiature tendono a essere le stesse. Un professionista che si sposta da una sede all’altra deve ritrovare strumenti e modalità di lavoro che conosce.

È uno dei modi con cui Vincenzo ha cercato di rendere replicabile ciò che all’inizio passava quasi interamente dalle sue mani.
Perché per molto tempo quelle mani sono state dappertutto.

Ancora oggi il sabato mattina lo dedica ai progetti con architetti e tecnici. La domenica, spesso, ricomincia a lavorare nel pomeriggio. Eppure quando parla del lavoro usa una parola apparentemente distante dalla fatica. Gioco.

«Per me questo è un gioco.»

Giocare, nella sua idea, non significa prendere qualcosa alla leggera. Significa essere abbastanza concentrati da riuscire nella giocata. Esattamente come nello sport e soprattutto significa divertirsi.

Il denaro, dice, non è ciò che lo fa correre. Per anni gli utili prodotti dall’impresa sono rimasti dentro l’impresa, trasformandosi in strutture, acquisizioni, apparecchiature. Lo sintetizza con una battuta.

«Siamo partiti con zero lire e oggi abbiamo zero lire». Poi ride.

Uno stipendio, certo, perché bisogna vivere e possibilmente vivere bene. Il resto preferisce lasciarlo lì.

«Sono dentro la mia azienda, che è il futuro del mondo e cosa vuoi di più della vita?»

Dietro quella leggerezza c’è una precisa idea di impresa: ciò che viene prodotto serve prima di tutto a costruire il pezzo successivo. Anche perché il pezzo appena costruito perde rapidamente il suo fascino.

Vincenzo racconta che quando realizza una nuova struttura sente l’adrenalina crescere fino all’inaugurazione. Poi succede qualcosa. L’obiettivo è raggiunto e comincia quasi ad annoiarsi. Serve un’altra meta.

Questa inquietudine aiuta a comprendere la crescita di Centro di medicina, ma anche il modo in cui Vincenzo Papes guarda alla sanità.

La tecnologia corre. Le possibilità diagnostiche aumentano. Gli interventi cambiano. Le strutture devono adeguarsi. Eppure proprio mentre tutto accelera, individua un confine.

«La sanità non deve diventare un’industria. Deve essere industrializzata, sì, ma non un’industria.»

Industrializzare significa organizzare meglio, costruire procedure, utilizzare la tecnologia, ridurre inefficienze. Diventare industria significherebbe rischiare di dimenticare che dall’altra parte esiste una persona.

Vincenzo torna spesso sulla qualità. È convinto che in molti settori si stia progressivamente abbassando. Nella sanità questa perdita assume un peso diverso, perché dietro un numero, un esame o un’immagine diagnostica può esserci la vita di qualcuno.

La crescita, allora, deve riuscire a tenere insieme due dimensioni: diventare abbastanza grandi da essere efficienti e rimanere abbastanza vicini alle persone da continuare a vederle.

Da solo, ormai, sarebbe impossibile. Quando parla delle persone che lo affiancano, Vincenzo dice di avere attorno una decina, forse quindici figure che lo «sorreggono». Amministrazione, legale, organizzazione: competenze che lui non possiede.
Dice che sono tutti più bravi di lui.

«Se non fossero più bravi di me, che senso ha che li tengo?»

Il calciatore riappare ancora. Oggi, dice, il suo mestiere assomiglia un po’ a quello dell’allenatore. La squadra deve sapere giocare anche senza che lui tocchi ogni pallone. Vale soprattutto guardando avanti.

Quando suo figlio gli dice che non vuole fare la sua vita, Vincenzo rimane in silenzio. All’inizio non sa come rispondere. È Anna a suggerirgli di cambiare approccio. Vincenzo, che per tutta la vita ha accelerato, con suo figlio scopre che deve fare il contrario.

Il ragazzo fa un’esperienza fuori, poi entra gradualmente in azienda. Vincenzo prova a ricostruire per lui qualcosa del percorso che ha avuto la fortuna di fare: imparare un pezzo alla volta, conoscere prima di dirigere e soprattutto decide di non chiedergli più nulla. Osserva.

Il figlio comincia a fare domande, a visitare le aziende con il responsabile commerciale, a interessarsi. Quando si presenta, però, chiede che non dicano chi è suo padre. Non vuole essere «il figlio di Papes». Vincenzo considera anche questo un buon segnale.

Nel frattempo continua a pensare alla prossima partita.

Centro di medicina ha ormai poliambulatori, diagnostica, chirurgia e cliniche. Vincenzo vorrebbe farlo crescere ancora, arrivare a strutture più importanti e soprattutto costruire un gruppo capace di funzionare sempre meno grazie alla sua presenza.

Per spiegare dove vuole arrivare torna, inevitabilmente, al calcio.

«Dobbiamo andare in Champions.»

A sessantaquattro anni continua anche a giocare. Il venerdì si ritrova per una partita di calcetto. Ma la partita che sembra divertirlo di più è ancora l’altra. Quella nella quale un’acquisizione assomiglia a un corteggiamento, una nuova struttura a un obiettivo da raggiungere e ogni traguardo dura soltanto il tempo necessario per scorgerne un altro.

Alla fine, dopo oltre quarant’anni di impresa e una rete cresciuta fino a superare le cinquanta strutture, Vincenzo Papes continua a descriversi senza ricorrere a nessuna di queste cose. Torna all’inizio. A quel ragazzo.

Quello che ha bisogno di misurarsi, che quando vede qualcuno davanti sente l’istinto di raggiungerlo. Quello che un giorno, fermo a un semaforo sulla strada per il ritiro, ha capito che non aveva più voglia di correre dietro a un pallone, ma non aveva ancora capito quanto avrebbe continuato a correre.

#ToBeContinued
Andrea Bettini