
Paola Gianotti sta pagaiando davanti a Posillipo quando decide di fare il giro del mondo in bicicletta.
Non lo aveva programmato. Non è una ciclista professionista. Non sa neppure cambiare una camera d’aria.
Lo dice all’amica e alla sorella che sono con lei. Loro ridono. Paola no.
Ha trentadue anni e la società che aveva fondato quattro anni prima è fallita. Intorno a lei vede persone che sembrano avere trovato una direzione: un lavoro, una famiglia, un percorso avviato. Lei sente di essere tornata al punto di partenza.
Quell’idea arriva mentre pagaia. La descrive ancora oggi come una visione e racconta che, nel momento stesso in cui la pensa, è come se l’avesse già realizzata.
Il giro del mondo, però, è soltanto una parte del progetto. Paola vuole cambiare vita.
È nata a Ivrea nel 1981. Lo sport entra presto nelle sue giornate, insieme ai viaggi. I genitori la portano in montagna, nei rifugi, le insegnano la fatica prima ancora che lei sappia darle un nome. Da bambina immagina che un giorno lo sport possa diventare il suo lavoro. Poi arrivano le scelte che sembrano più ragionevoli.
La madre la indirizza verso Economia. Paola studia, supera gli esami velocemente, ma senza passione. Appena può parte. Viaggiare le interessa più di quello che trova sui libri.
Dopo la laurea entra in PricewaterhouseCoopers e si trasferisce a Milano. È una scelta che oggi racconta con una certa ironia: dopo Economia, lavorare in una grande società di consulenza sembrava la cosa giusta da fare. Solo che quel mondo le appartiene poco.
Lo capisce anche chi lavora con lei.
Paola organizza attività per i colleghi, li porta a fare rafting, inventa occasioni per stare insieme fuori dall’ufficio. Le interessa vedere cosa succede quando un ruolo professionale lascia spazio alla persona. Un responsabile le fa notare che forse non è quello il lavoro per cui è tagliata.
Paola lascia la consulenza, torna a Ivrea e apre una società di eventi e team building. È il 2008. Quattro anni dopo la società chiude.
La chiusura arriva in un momento in cui Paola ha già imparato a guardare le vite degli altri per misurare la propria. Da ragazza si definisce insicura, indecisa, facilmente influenzabile. Ha seguito strade che altri consideravano sensate. Adesso deve decidere cosa fare quando una strada semplicemente finisce.
La risposta arriva davanti a Posillipo. Il giorno dopo comincia a lavorare al giro del mondo.
L’obiettivo diventa preciso: circumnavigare il pianeta in bicicletta e provare a diventare la donna più veloce a riuscirci.
Nel 2014 parte. Percorrerà oltre 29 mila chilometri in 144 giorni. Di quel viaggio, a distanza di anni, sceglie tre immagini.
La prima è il deserto di Atacama. Non avrebbe dovuto attraversarlo. Un terremoto e uno tsunami lungo la costa cilena la costringono a cambiare itinerario e a spostarsi verso l’interno. Trova caldo, fatica e un paesaggio che ancora ricorda per i colori. Pedala anche di notte, ascoltando musica, mentre il deserto cambia con la luce e il tramonto diventa rosa.
La seconda immagine interrompe tutto. Negli Stati Uniti un automobilista la investe. Paola si frattura la quinta vertebra cervicale. Fino a quel momento ha costruito la propria impresa sulla capacità di andare avanti. L’incidente le mostra il limite di quella convinzione: esistono cose che non dipendono dalla volontà.
Rimane ferma quattro mesi. Poi riparte.
Da quell’esperienza nascerà negli anni anche il suo impegno per la sicurezza stradale e la campagna Io Rispetto il Ciclista, portata avanti insieme a Maurizio Fondriest e Marco Cavorso, padre di Tommaso, morto a quattordici anni mentre era in bicicletta. Da allora migliaia di cartelli installati sulle strade italiane invitano gli automobilisti a rispettare la distanza di un metro e mezzo durante il sorpasso.
La terza immagine arriva nel Nullarbor, in Australia. Paola vede un uomo dall’altra parte della strada. È giapponese, sta facendo il giro del mondo a piedi. Ha le scarpe bucate, trascina un carretto e porta con sé una grande bandiera del Giappone.
Si ferma. Non riescono quasi a parlarsi. Paola gli offre qualcosa da mangiare, della cioccolata.
Di quell’incontro ricorda soprattutto gli occhi e il sorriso. Le sembra felice. Quell’uomo ha scelto la propria vita. Paola sta imparando a fare altrettanto.
Quando completa il giro del mondo, torna a casa diversa dalla persona che era partita. La bicicletta è stata anche una lunga forma di solitudine. Centinaia di ore trascorse a pedalare, pensare, fare fatica. Una sorta di meditazione in movimento.
L’insicurezza perde terreno. Anche il bisogno di lasciare agli altri una parte delle proprie decisioni.
La seconda vita di Paola comincia così.
Arrivano altre imprese e altri record. Attraversa in bicicletta i 48 Stati contigui degli Stati Uniti, poi il Giappone da nord a sud. Nel 2020, durante il lockdown, pedala dodici ore sui rulli e stabilisce il suo quarto Guinness World Record, trasformando anche quella prova in una raccolta fondi per acquistare mascherine destinate agli ospedali. Ma nel frattempo qualcosa sta cambiando.
All’inizio Paola cerca soprattutto la sfida. Vuole capire fin dove può arrivare, battere un record, misurarsi con il proprio limite.
Poi la domanda diventa un’altra: “A cosa può servire tutto questo?”
È il passaggio che progressivamente porta l’impresa sportiva fuori da se stessa.
Con Bike the Nobel pedala da Milano a Oslo per sostenere la candidatura della bicicletta al Nobel per la Pace. Quando attraversa i 48 Stati contigui degli Stati Uniti lega invece il record a una raccolta fondi che porterà biciclette alle donne del Karamoja, in Uganda. Con Bike4Tree pedala da Stoccolma a Milano legando il viaggio alla piantumazione di alberi. Nel 2023 attraversa il Mato Grosso per raccontare la deforestazione. Nel 2024 pedala da Helsinki a Parigi, promuovendo la mobilità sostenibile e monitorando la qualità dell’aria.
Il record lascia progressivamente spazio all’impatto. Paola usa un’espressione diversa: vuole lasciare un’impronta.
È lo stesso principio che porta avanti nel lavoro. Oggi è coach, speaker nelle aziende, autrice di tre libri e ne sta scrivendo un quarto. La motivazione è diventata una parte importante di ciò che racconta agli altri, ma la sua definizione parte da un punto diverso rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare da una quattro volte Guinness World Record.
La motivazione, per lei, viene dopo. Prima viene il sogno.
Durante il giro del mondo si svegliava alle quattro e mezza del mattino e arrivava a pedalare per sedici ore sotto la pioggia e controvento. Eppure si definisce una persona che può essere pigra. La differenza non stava nella disciplina improvvisamente acquisita, ma nella ragione per cui saliva ogni mattina sulla bicicletta.
Il suo sogno non era attraversare il mondo. Era cambiare la propria vita.
Quando un desiderio diventa abbastanza importante, sostiene, la motivazione trova il modo di seguirlo. Il vero ostacolo è un altro: la paura. Quella di cambiare, di uscire dalla propria zona di comfort, del giudizio degli altri, di fallire.
Paola ha costruito buona parte della propria seconda vita imparando ad attraversarla. Poi ha dovuto imparare qualcosa di diverso.
Per sei anni desidera diventare madre. Questa volta non esiste una distanza da percorrere più velocemente, un allenamento da intensificare, un record da inseguire. La determinazione da sola non basta.
La donna abituata a muoversi deve imparare ad aspettare. «Io faccio i record. Ho imparato a stare ferma.»
Impara la pazienza. Comincia a meditare. Prova a rallentare una mente che descrive come un vulcano. E torna, in una forma completamente diversa, a ciò che aveva scoperto dopo l’incidente: una parte della vita rimane fuori dal nostro controllo.
L’11 agosto 2026 nasce Loris Kian. Paola dice che quel giorno è cominciata la sua terza vita.
La prima appartiene alla ragazza che sogna molto e lascia ancora che siano gli altri a indicarle alcune direzioni. La seconda alla donna che attraversa il mondo e scopre di poter scegliere. La terza è appena iniziata.
Per la prima volta la responsabilità non riguarda soltanto lei, i suoi progetti, la prossima partenza. Riguarda un’altra persona.
Nel frattempo è nata anche 100×100 Donne, la manifestazione cicloturistica che Paola ha ideato per riunire donne diverse per età e preparazione attraverso la bicicletta, il territorio e la solidarietà. La prima edizione ha portato centinaia di partecipanti sulle strade.
Qui il cronometro non serve. È un dettaglio che racconta bene la distanza percorsa.
La donna che per anni ha pedalato per essere la più veloce oggi crea uno spazio nel quale il valore sta nel pedalare insieme.
Continuerà a partire. Continuerà a scrivere, parlare, immaginare progetti. Adesso, però, c’è anche Loris dentro il modo in cui guarda ciò che verrà.
Vorrebbe trasmettergli la passione e l’entusiasmo ricevuti dalla propria famiglia, insieme a ciò che ha imparato lungo la strada. E continuare a fare la propria parte per lasciargli un mondo un po’ migliore di quello che ha trovato. Poi sarà Loris a scegliere la propria strada. Paola ha già scelto come continuare a percorrere la sua.
«Se non fai niente, non succede niente.»
#ToBeContinued
Andrea Bettini