
La prima volta che ho incontrato Alessandro Biggi era un’era geologica fa, parlando in termini digitali. C’era entusiasmo nell’aria e la sensazione che il mondo potesse davvero cambiare attraverso le storie. Si chiamava 20lines, la sua prima startup: una piattaforma dove chiunque poteva scrivere e condividere racconti brevi, un esperimento di scrittura collettiva nato in Italia e poi cresciuto fino a farsi notare oltreoceano.
Alessandro aveva lo sguardo curioso di chi cerca un linguaggio nuovo per dire le stesse cose di sempre: emozioni, esperienze, identità. Non sapeva ancora che, qualche anno dopo, avrebbe continuato a raccontare storie — ma attraverso un altro linguaggio, più essenziale, più universale: il cibo.
Quando lascia l’Italia per gli Stati Uniti, lo fa con la curiosità di chi vuole misurarsi con un mondo che corre veloce. Dopo la vendita di 20lines, entra in Zooppa, la piattaforma di crowdsourcing creativo nata in H-FARM, e si trasferisce a Seattle per guidarne lo sviluppo internazionale. È lì, in quella città che mescola innovazione e introspezione, dove la pioggia accompagna il pensiero, che inizia a riflettere sul suo modo di vivere, sul valore del tempo e del benessere, sull’idea che il cibo potesse diventare un linguaggio. New York, poco dopo, gli offrirà il contesto perfetto per trasformare quella intuizione in realtà.
L’idea di AVO nasce quasi per sottrazione: un luogo dove la semplicità torni ad avere un senso, dove il benessere non sia una moda ma un equilibrio quotidiano.
Il punto di partenza è un esperimento digitale: una landing page costruita su Squarespace e un profilo Instagram per capire se ci fosse davvero interesse verso un format “healthy but happy”. In poche settimane arrivano più di diecimila follower e centinaia di messaggi di persone che chiedono “quando aprite?”: una community nata ancora prima che esistesse un luogo. Era la conferma che quella storia meritava di essere scritta fino in fondo.
Così, nel 2017, a Brooklyn, apre il primo locale: un tempio dedicato all’avocado, ma soprattutto a un modo di mangiare che parla di leggerezza e consapevolezza. L’impatto è immediato: code fuori dal locale, passaggi televisivi, l’invito a partecipare a Shark Tank nel 2018. L’accordo visto in TV non si concretizzerà, ma l’eco mediatica spinge AVO in una nuova fase di crescita. Nel giro di pochi anni arrivano nuove aperture, un libro pubblicato con HarperCollins e l’ingresso in una dimensione imprenditoriale matura.
Poi, come per tutti, arriva il 2020. Le serrande abbassate, il silenzio di New York durante la pandemia. Alessandro e il suo team scelgono di non fermarsi: trasformano i locali in una “Friendly Bodega”, destinando parte degli incassi alle persone in difficoltà. È un modo per restituire, per dire che anche in tempi sospesi un’impresa può restare umana.
La ripartenza, però, non è solo operativa ma di senso: “Meno piatti, ma più identità”, dice Alessandro, come se parlasse non solo del menu, ma di sé stesso.
Da allora AVO ha continuato a crescere con un’idea semplice e potente: mettere le persone al centro. Non solo i clienti, ma chi lavora ogni giorno dietro il bancone, in cucina, nella logistica.
Tra le cose di cui va più fiero, Alessandro cita i percorsi di chi lavora con lui: persone entrate per un part-time e oggi responsabili di interi locali. “Quando vedo qualcuno crescere dentro AVO – racconta – mi sembra di aver costruito qualcosa che resta, anche oltre i numeri”.
Oggi il suo ruolo è più quello di un coach che di un CEO, e la crescita del business è la somma delle crescite individuali.
New York gli ha insegnato che il feedback non è un giudizio, ma un’occasione per migliorarsi. È una lezione che porta con sé ogni giorno e che ha trasformato in cultura aziendale: curiosità, apertura, fiducia.
Oggi AVO conta quattro locali aperti a New York, con un quinto in costruzione, un team di sessanta persone che arriverà presto a settantacinque, e un fatturato di sette milioni di dollari nel 2025. Ma più dei numeri, quello che colpisce è la coerenza di un progetto che continua a evolversi restando fedele a sé stesso: un luogo che sa di equilibrio, di energia positiva, di casa.
“AVO non è più solo avocado”, dice Alessandro e subito dopo aggiunge: “È un modo di intendere il cibo come energia, equilibrio e felicità. Una nuova era del feel-good food”.
Ogni tanto, quando riesce a ritagliarsi un momento per sé, Alessandro frequenta un piccolo corso di scultura. “Mi serve per ricordarmi che ogni cosa nasce da un gesto concreto”, racconta. Dopo anni passati a costruire nel digitale, quel contatto con la materia gli ricorda che anche un’impresa è, in fondo, una forma che prende vita da un’idea e dalle mani di chi la modella.
Oggi Alessandro sorride parlando del futuro, mentre New York gli scorre intorno come un flusso continuo di possibilità. A breve diventerà padre, e forse per la prima volta sente che la parola “casa” ha trovato una forma più precisa.
Se dovesse scegliere una colonna sonora per questo momento, non avrebbe dubbi: This Must Be the Place, dei Talking Heads. Una canzone che non parla di luoghi, ma di appartenenze. Di come, dopo tanti spostamenti, arrivi un punto in cui capisci che il tuo posto nel mondo non è qualcosa che trovi: è qualcosa che costruisci.
E in fondo, anche AVO nasce da lì — dal desiderio di dare corpo a un’idea, di nutrire le persone, di creare un luogo dove sentirsi bene, dentro e fuori.
“Home is where I want to be”, canta David Byrne. E mentre lo dice, sembra che parli proprio di Alessandro Biggi.
#ToBeContinued
Andrea Bettini