Federico Tonetti – Il coraggio di ascoltare

Federico Tonetti, CEO di RATP Dev Italia
Federico Tonetti, CEO di RATP Dev Italia

 

Da bambino giocava con i cavalieri.

Castelli, armature, arazzi. Più di cento Playmobil che Federico Tonetti conserva ancora oggi dentro un sacchetto.

A inventare le storie era soprattutto suo padre, attore e regista di teatro. Passavano ore insieme. Costruivano avventure, affrontavano pericoli, salvavano qualcuno, trovavano il modo di uscire da situazioni complicate.

Federico pensa che una parte di ciò che è diventato abbia cominciato a prendere forma proprio allora. Il senso di qualcosa che va oltre se stessi. La responsabilità. Il coraggio. Se oggi dovesse scegliere un’immagine per raccontarsi, sceglierebbe ancora uno di quei cavalieri.

Crescere, però, gli insegna presto che un mantello può anche pesare.

Federico diventa grande in fretta. Le vicende familiari gli consegnano responsabilità che durante l’adolescenza sente sulle spalle. A vent’anni è un ragazzo timido, tutt’altro che sicuro di sé.

Un amico gli propone di fare un provino per una band. Cercano un cantante. Federico si presenta nella taverna dove provano con gli occhiali da sole. Si vergogna talmente tanto che preferisce nascondere gli occhi mentre canta. Lo prendono.

La band si chiama Bugs e per quasi un decennio diventa una parte importante della sua vita. Concerti, canzoni, due CD autoprodotti da portare nei negozi di Milano. Federico è il frontman. Il ragazzo che nascondeva gli occhi dietro un paio di lenti scure impara a stare su un palco.

La musica diventa il luogo nel quale può lasciarsi andare. Scrive, canta, si esprime. Per qualche tempo immagina persino che possa diventare il suo futuro. Poi il mercato musicale prende altre direzioni e quel sogno si interrompe. La musica rimane.

A ventotto anni Federico guarda ciò che ha fatto e soprattutto ciò che gli manca.

È cresciuto ad Arona, sul Lago Maggiore. Ha frequentato l’università facendo avanti e indietro da casa, anche per continuare a suonare con il gruppo. Non ha fatto l’Erasmus, non ha vissuto quell’esperienza fuori dall’Italia verso cui la sua curiosità sembra spingerlo.

Nel 2001 arriva un’opportunità. Berlino. Parte.

Quello che dovrebbe essere un passaggio diventa una vita durata ventidue anni.

Federico attraversa Paesi, aziende, lingue e culture. Studia a Madrid, lavora in contesti molto diversi, passa anche dalla consulenza in Bain & Company. Dal 2010 comincia ad assumere ruoli di responsabilità sempre maggiori.

Ogni volta deve ricominciare. Ed è proprio cambiando Paese che impara una delle cose che considera più importanti.

«Renderti conto che ne sai ben poco delle cose degli altri e te lo devi sempre ricordare.»

A Madrid pensa che per un italiano sarà quasi come giocare in casa. Gli bastano pochi mesi per capire quanto si sbagliasse. Anche ciò che sembra familiare può avere codici diversi. Quello che diamo per scontato smette di esserlo quando cambiamo il punto dal quale lo osserviamo.

Federico impara ad ascoltare. Le persone. I contesti. Se stesso.

Nel 2010 riceve il primo incarico di grande responsabilità. Si accorge di non essere ancora pronto per guidare altre persone e organizza con il proprio team un percorso sulla leadership. Durante uno degli incontri il facilitatore mostra un video di Simon Sinek sul Why. Per Federico è una scoperta. Da quel momento comincia a interrogarsi sempre di più non soltanto su cosa debba fare un manager, ma sul perché debba farlo.

Intanto continua a muoversi.

La sua vita diventa internazionale anche nella geografia familiare. Con la moglie, anche lei originaria di Arona, cresce due figli: uno nasce a Varsavia, l’altro in Canada.

Poi il mondo si ferma.

Durante il lockdown del 2021 la famiglia trascorre alcune settimane in montagna. Federico ama quei luoghi da sempre. C’è soprattutto un punto della Val Ferret, ai piedi del Monte Bianco, nel quale avverte qualcosa che fatica a spiegare attraverso la razionalità con cui è abituato a prendere le decisioni.

Lo chiama «un richiamo dalla foresta». Non è una questione di carriera. Nemmeno soltanto il desiderio di avvicinarsi ai genitori. È appartenenza.

Federico e sua moglie cominciano a chiedersi dove vogliano davvero vivere. La risposta arriva prima delle condizioni necessarie per realizzarla. Servono una scuola per i ragazzi, un lavoro, il momento giusto.

Nel 2023 i pianeti si allineano. Federico torna in Italia.

Il lavoro aveva già cominciato ad avvicinarlo al mondo del trasporto pubblico. Nel 2022 era entrato in RATP Dev per occuparsi della Business Unit UK & South Africa, dopo essere stato contattato da un ex collega mentre viveva a Londra.
Il settore gli è quasi sconosciuto. Non è un problema.

Federico non si considera uno specialista di un’industria. Preferisce pensarsi come uno specialista di alcuni meccanismi aziendali. Anche entrando in un nuovo settore applica ciò che gli anni trascorsi all’estero gli hanno insegnato. Arrivare senza pensare di sapere già.

Nel 2024 assume la responsabilità della Business Unit Italia di RATP Dev e diventa anche presidente di Autolinee Toscane, la società che gestisce il trasporto pubblico locale su gomma dell’intera regione e conta oltre cinquemila persone.

Federico parte da chi quel mestiere lo conosce molto meglio di lui. Incontra gli autisti. Prova a capire cosa significhi guidare ogni giorno un autobus, confrontarsi con i passeggeri, lavorare su turni, vivere sulla propria pelle le difficoltà di un settore che negli anni ha perso attrattività.

Poi riunisce il comitato di direzione. L’azienda ha problemi economici. La risposta sembra evidente: bisogna risanarla. Federico la vede diversamente.

«La sfida è che noi abbiamo perso credibilità.»

I conti sono una parte della questione. La sfida più difficile è recuperare quella credibilità nei confronti delle persone che lavorano nell’azienda. Perché per lui trasformare un’impresa non significa anzitutto modificare una struttura organizzativa.

«La trasformazione è la trasformazione delle persone che lavorano in un’azienda o in un contesto per creare qualcosa di meglio.»

Parte da un’immagine. Una piramide. Poi la rovescia.

Nella rappresentazione tradizionale il vertice è occupato da chi guida l’organizzazione. In quella di Federico accade il contrario. Chi sta sopra è al servizio di chi viene dopo. Fino agli autisti. Sono loro a trovarsi in cima. Si chiama leadership di servizio.

Da quella piramide rovesciata prende forma un percorso. Il primo progetto si chiama Planet Nine. Il nome viene dall’astrofisica. Il Pianeta Nove è un corpo celeste la cui esistenza è stata ipotizzata senza che sia mai stato osservato direttamente. A Federico piace l’idea.

Anche dentro un’azienda esistono elementi difficili da vedere eppure decisivi: fiducia, appartenenza, relazioni.

Planet Nine coinvolge centinaia di persone in workshop nei quali confrontarsi su ciò che l’organizzazione vuole diventare. Nel tempo alcuni colleghi vengono formati per condurre autonomamente gli incontri.

Per autisti e manutentori, che lavorano su turni, serve un altro modo. Nasce Oplà: 20 incontri in giro per la Toscana, più di 2.200 partecipanti.

Questa volta sono Federico e l’amministratore delegato ad andare verso di loro. Raccontano la visione e il piano, poi aprono il confronto. All’inizio c’è circospezione. Poi arrivano domande, critiche, anche la rabbia accumulata negli anni. Federico rimane lì.

Sa che chi guida oggi un’organizzazione eredita anche una parte del suo passato e deve saper comunicare una visione del futuro.

E una convinzione diventa sempre più chiara: le cose acquistano un significato diverso quando vengono costruite con le persone anziché semplicemente per loro.

Anche la tecnologia serve ad accorciare le distanze. Un’app aziendale permette alle persone di comunicare direttamente, condividere informazioni, raccontare ciò che accade.

Gli autisti possono scrivere anche a Federico. E lo fanno. Qualcuno per ringraziarlo. Qualcuno per segnalare un problema e per criticarlo. Qualcun altro per invitarlo a pranzo. Quando può, accetta.

Ventidue anni trascorsi entrando in Paesi e culture differenti gli hanno insegnato a non dare per scontato di conoscere ciò che ha davanti.

Ora lo stesso principio vale davanti a chi ogni mattina mette in moto un autobus sulle strade della Toscana. Cambiano le geografie. Il metodo rimane.

Il percorso è ancora in corso. Federico sa che trasformare un’organizzazione di migliaia di persone richiede tempo. E sa altrettanto bene che i risultati economici contano, perché senza sostenibilità finanziaria nessuna impresa può costruire il proprio futuro.

La direzione, però, arriva oltre i confini dell’azienda.

Federico immagina città nelle quali amministrazioni, operatori e parti sociali riescano a sedersi allo stesso tavolo e ripensare la mobilità partendo dalla vita delle persone. Un trasporto pubblico capace di garantire un diritto e, insieme, diventare uno strumento di welfare.

Per definire il proprio “Perché” ha trovato due parole. Le ha scritte anche nel suo ufficio. I care. In italiano nessuna traduzione lo soddisfa fino in fondo.

Molto tempo prima di trovare quelle parole, Federico aveva già imparato qualcosa che gli assomigliava. Suo padre prendeva i Playmobil e inventava mondi per lui. Gli aveva trasmesso valori senza bisogno di chiamarli così.

Una volta ricoprì le piastrelle del salotto con la schiuma da barba. Erano sabbie mobili. Bisognava trovare il modo di attraversarle.

Anni dopo Federico ha fatto lo stesso con i propri figli. Schiuma da barba sul pavimento. Sabbie mobili.

I ragazzi sono cresciuti.

Se la ricordano ancora.

#ToBeContinued
Andrea Bettini