Margherita Rui – La forma della bellezza

Margherita Rui, creative director e designer
Margherita Rui, creative director e designer

 

Ha diciannove anni quando un’isola le mostra qualcosa che ancora non sa nominare.

Lanzarote è lava, vento, luce. È una terra che sembra chiedere all’uomo di aggiungere il meno possibile. I suoi genitori hanno comprato una casa lì e Margherita Rui, arrivata da Oderzo, comincia a incontrare le opere di César Manrique. Non lui, scomparso qualche anno prima. Le sue case, i suoi spazi, il modo in cui aveva saputo far dialogare il paesaggio vulcanico con l’intervento dell’uomo.

Margherita torna a guardarli. Cerca di capire.

Ha frequentato il liceo scientifico, è molto brava in matematica e in famiglia il suo futuro sembra quasi già immaginato. È figlia di imprenditori, suo padre ha un’azienda che lavora per il mondo dell’arredo. Potrebbe esserci un’impresa anche nel suo domani. Ma lei disegna.

È attratta dall’estetica, dall’arte, da qualcosa che ancora fatica a trasformare in una professione. Visita le Accademie di Venezia e Milano. Pensa a una formazione artistica. Poi prevale un’altra parte del suo carattere: quella che ha bisogno di dare una struttura alle idee, trasformarle in progetti, misurarsi con la concretezza e persino con la dimensione economica delle cose. Sceglie Design al Politecnico di Milano.

Lanzarote, però, rimane. Milano è un altro pianeta.

La ragazza di Oderzo si ritrova dentro una città enorme, competitiva, veloce. Il primo anno pensa più volte di tornare a casa. Milano la mette alla prova. Poi decide di rimanere e lentamente quello spaesamento si trasforma in possibilità.

Scopre il mondo del design, sperimenta, incontra docenti che credono in lei. In quegli anni ricorda di essersi ritrovata perfino davanti a Elio Fiorucci per un colloquio. Intorno sente forte la competizione di chi vuole emergere. Lei sembra avere un’urgenza diversa: imparare, finire gli studi, cominciare a lavorare.

C’è anche un senso di responsabilità verso i genitori che stanno sostenendo i suoi studi. Vuole laurearsi nei tempi, possibilmente prima. Ma soprattutto vuole mettersi alla prova.

Arriva l’esperienza a Fabrica. Poi un lungo percorso professionale che la porta dalla grafica alla direzione creativa, lavorando tra Venezia, Milano e New York. È durante quegli anni che incontra Alessandro Rado.

Lui arriva dall’impresa e porta con sé una forte cultura dell’architettura, delle microarchitetture, dell’abitare. Lei ha la comunicazione, il design e quella curiosità che continua a spingerla oltre il perimetro del proprio mestiere. Nel 2009 nasce dogtrot.

Nella prima fase Margherita guida direttamente lo studio, mentre Alessandro è ancora impegnato nella propria attività. Alla direzione creativa affianca tutto ciò che significa costruire una nuova impresa: i clienti, i progetti, i preventivi, l’organizzazione. Creatività e responsabilità imprenditoriale crescono insieme.

Poi nasce Allegra.

L’azienda cresce insieme a una bambina piccola. Margherita ricorda quel periodo come difficile e bellissimo. Il tempo per domandarsi se ce la farà quasi scompare. È semplicemente dentro le cose.

Quando anche Alessandro si dedica pienamente a dogtrot, le loro competenze si incontrano in modo ancora più compiuto. Lo studio cresce, accoglie professionalità diverse e comincia a seguire le aziende lungo percorsi sempre più articolati.

È proprio lavorando con gli imprenditori che quello sguardo diventa sempre più ampio. Margherita è già abituata, come creative director, ad attraversare i confini della comunicazione: entra nel prodotto, nei materiali, nelle esigenze commerciali, nel modo in cui un’azienda costruisce la propria identità.

Con Alessandro questa attitudine trova in dogtrot una struttura ancora più trasversale. Strategia, mercato, prodotto, branding, architettura e direzione creativa cominciano a dialogare all’interno dello stesso progetto. Per comprendere dove un’impresa possa andare, bisogna partire da ciò che sa fare, dalle sue competenze e dal valore che può ancora esprimere.
dogtrot cresce così attraversando competenze e settori differenti. Oggi è una design platform che accompagna imprese e organizzazioni nei loro percorsi di trasformazione.

Margherita e Alessandro amano definirsi maratoneti. Perché un’impresa cambia nel tempo. Bisogna starle accanto abbastanza a lungo da conoscerne le capacità, comprenderne l’identità e accompagnarne l’evoluzione.
È qui che il ruolo di Margherita come creative director trova la sua espressione più completa. Tenere insieme ciò che spesso viene considerato separatamente: identità e prodotto, strategia e comunicazione, cultura d’impresa e mercato. Il design diventa parte di questo stesso sguardo.

Per Margherita il prodotto è il risultato di tutto ciò che lo precede.

Quando un’azienda le chiede cosa dovrebbe diventare, comincia da ciò che quell’azienda è già. Guarda le competenze. Le persone. Il territorio. Le lavorazioni. Tocca i materiali.

Nel tempo attraversa aziende, settori e materiali differenti. Con Ninefifty, per esempio, incontra la ceramica e il basalto lavico, dialoga con le maestranze di Caltagirone e porta quelle conoscenze dentro nuove collezioni. Con Dante Negro parte dal ferro battuto e da un sapere costruito nel tempo per contribuire a definire un nuovo posizionamento e nuove possibilità per il brand. Altrove sono il vetro, il legno, gli smalti, la pietra lavica, i metalli e altri materiali ancora a diventare terreno di ricerca.

Nel suo percorso trovano spazio anche piccole realtà artigiane, custodi di lavorazioni che rischiano di scomparire. Perdere una lavorazione significa perdere una conoscenza. Perdere una conoscenza significa cancellare una parte della nostra identità.

La materia viene prima della forma. Per Margherita significa comprenderne l’origine, le possibilità, i processi che la trasformano e la cultura che porta con sé. È da questa conoscenza che il progetto può prendere forma. Designer industriale è una definizione che racconta soltanto una parte del suo lavoro. Il prodotto la interessa insieme a tutto ciò che lo rende possibile: la storia di un materiale, le competenze di un’impresa, il gesto necessario per lavorarlo, le mani che quel gesto lo conoscono da generazioni. Dentro un oggetto cerca ciò che viene da lontano.

È probabilmente qui che il suo lavoro incontra qualcosa di ancora più profondo. «Quello che adesso siamo è quello che è stato».

Il Made in Italy, prima di essere un marchio, diventa così una continuità di saperi da interpretare e portare nel contemporaneo.

Anche per questo, quando le si chiede quale prodotto sogni ancora di disegnare, Margherita risponde con un materiale. La paglia. Le piacerebbe esplorarla, intrecciarla, comprenderla. E prima ancora di immaginare un piccolo prodotto pensa a una tenda, quasi una capanna. Un modulo abitativo elementare, arcaico. Un riparo. Ancora una volta torna all’origine.

A Scicli quella ricerca ha già trovato una delle sue espressioni più compiute.
Grotta & Carrubo nasce dentro la roccia di una grotta naturale. Architettura, materia e paesaggio diventano parte dello stesso spazio. La pietra, la ceramica, il vetro e le lavorazioni artigiane entrano in un luogo che sembra nascere dall’ascolto di ciò che già esiste.

Margherita lo considera un manifesto. Probabilmente perché lì convivono molte delle cose che ha cercato negli anni: l’imperfezione della materia, il tempo depositato nelle superfici, la conoscenza artigiana, la contemporaneità e la natura. È la stessa sensibilità con cui legge una materia, un territorio o una lavorazione e che porta dentro mondi molto diversi: processi industriali, collezioni, identità, sistemi di prodotto.

Cambiano le scale e i contesti, rimane il modo di guardare.

E, senza bisogno di dichiararlo, qualcosa riporta a Lanzarote. Alla ragazza che camminava tra le opere di César Manrique cercando di capire perché quegli spazi la affascinassero tanto.

Oggi Margherita continua a tornare sull’isola. Rivede quelle architetture. Le osserva nuovamente. Ogni volta scopre un particolare che le era sfuggito.

Nel frattempo il mondo attorno al design è cambiato. Anche il suo mestiere continua a cambiare. L’intelligenza artificiale sta accelerando processi che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Margherita la considera una grande opportunità, a una condizione: che dietro lo strumento rimanga la competenza.

Perché la tecnologia può accelerare una risposta. Resta alle persone il compito di capire quale domanda valga la pena porsi.
Il design, per Margherita, serve proprio a questo: leggere il mondo mentre sta cambiando e provare a immaginare ciò che ancora non esiste. Significa osservare le persone, le relazioni, i comportamenti. Significa mettere qualcosa di nuovo nel mondo sapendo che ogni scelta produrrà un impatto.

È una responsabilità che prova a trasferire anche ai suoi figli. Sì perché nel frattempo ad Allegra si aggiunge un fratello: Gastone. Caratteri diversi, passioni diverse, mondi che dovranno scoprire da soli. Margherita desidera soprattutto che imparino a cercare ciò che li appassiona e abbiano la libertà di cambiare.

Perché una vita può contenere più di una versione di noi. Una passione può evolvere. Un’identità può essere riscritta. Si può prendere una strada e poi riconoscersi in un’altra, senza tradire quella precedente. È quello che, in fondo, ha fatto lei.

La ragazza brava in matematica ha portato la propria razionalità dentro il disegno. La creativa è diventata imprenditrice continuando a essere creativa. Il suo sguardo si è allargato al prodotto. Il prodotto alla materia. La materia ai territori. I territori alle persone che custodiscono un sapere.

Ogni passaggio ha aggiunto qualcosa senza cancellare ciò che c’era prima.
Quando le si chiede chi sia Margherita Rui togliendo tutti i ruoli — designer, direttrice creativa, imprenditrice, moglie, madre — rimane qualche secondo in silenzio.

Poi trova una parola. Viaggiatrice. Non soltanto nel senso di chi attraversa luoghi. Una viaggiatrice con il pensiero, sempre alla ricerca di qualcosa. Alla fine riesce a darle un nome. Bellezza. Non quella che coincide semplicemente con l’estetica. La bellezza di un gesto, di un atteggiamento, di una relazione. Quella contenuta in una materia imperfetta e nelle mani capaci di trasformarla. Quella che arriva da lontano e che possiamo portare con noi.

È anche per questo che Margherita continua a tornare a Lanzarote.

A diciannove anni cercava di capire che cosa avrebbe fatto della propria vita. Oggi torna negli stessi luoghi e continua a guardare. La risposta, evidentemente, non ha mai smesso di prendere forma.

Ph. Credits: Giacomo Bianco

#ToBeContinued
Andrea Bettini