
Il padre sale su un aereo diretto in Italia senza una valigia. Non perché l’abbia dimenticata. Perché non ce l’ha.
Con sé porta soltanto un piccolo sacchetto di mandarini. È convinto che durante il viaggio nessuno gli darà da mangiare. Non conosce la lingua. Non conosce il Paese che lo aspetta. Non sa quasi nulla del mondo verso cui sta andando.
Parte con quasi nulla, e con tutto quello che ancora non sa di poter costruire.
Silvia Wang quella scena non l’ha vissuta. È nata qualche anno dopo, a Milano, ma quell’immagine l’ha accompagnata per tutta la vita. Suo padre gliel’ha raccontata tante volte. Da bambina forse non riusciva a comprenderne fino in fondo il significato. Oggi sì.
Perché quella storia non parla soltanto di un viaggio. Parla della misura del possibile.
Cresce a Brescia, in anni in cui, per molte persone, la sua è la prima famiglia asiatica che incontrano. Qualcuno li scambia per giapponesi. La Cina, allora, è ancora lontana dall’immaginario collettivo italiano. In casa, invece, si parla soprattutto di lavoro e di famiglia. Sono i due valori attorno ai quali ruota ogni giornata.
I genitori aprono uno dei primi ristoranti cinesi della città. Durante i fine settimana, mentre molti coetanei escono con gli amici, Silvia serve ai tavoli. Per anni quella fatica le pesa. Soltanto più tardi comprenderà quanto quelle giornate abbiano contribuito a formarla.
«Ai miei genitori devo tutto», dirà. Non soltanto per ciò che le hanno permesso di studiare o costruire. Soprattutto per l’idea che le hanno consegnato del mondo.
Attorno a sé vede persone partire da zero e costruire attività, aziende, a volte persino veri e propri imperi. Quegli esempi non le insegnano che tutto sia possibile. Le insegnano, piuttosto, che il perimetro di ciò che vale la pena immaginare è molto più ampio di quanto spesso si creda. Cresce così con meno paletti rispetto a ciò che è possibile pensare e costruire.
Per questo non ricorda un momento preciso in cui abbia deciso di fare l’imprenditrice. Per lei è sempre stato naturale.
L’università arriva quasi per esclusione. Economia, scherza oggi, è la facoltà di chi non sa ancora esattamente cosa farà nella vita. Non sogna una professione specifica. Non vuole diventare medico, avvocato o manager. Vuole creare qualcosa di suo. Che cosa, lo scoprirà strada facendo.
Dopo la laurea parte per il Sud-Est asiatico. Cerca un’esperienza internazionale e finisce dentro un ecosistema di startup in piena espansione. Lì impara il linguaggio dell’imprenditoria tecnologica. Modelli di crescita, acquisizione dei clienti, sviluppo digitale. Ma soprattutto scopre un modo diverso di trasformare un’intuizione in impresa.
Quando decide di tornare in Italia, però, la ragione non è professionale. È personale.
Con Marco Ogliengo, che diventerà suo marito, sceglie di costruire la propria famiglia vicino alle persone che ama. L’Italia non è il Paese più semplice in cui fare startup. Quel mondo è ancora agli inizi. Ma è il luogo in cui desiderano costruire la loro vita.
Nasce così ProntoPro. Un progetto costruito insieme, giorno dopo giorno, in un periodo in cui la parola startup è ancora quasi sconosciuta nel nostro Paese.
Lavorano senza orari. La luna di miele arriverà due anni dopo il matrimonio. Prima c’è un’impresa da costruire.
Poi arriva l’exit. Per molti rappresenterebbe il traguardo. Per Silvia no. L’imprenditorialità non coincide con la vendita di un’azienda. È, prima di tutto, uno stile di vita. La possibilità di creare qualcosa insieme a persone con cui condividere valori, visione e responsabilità.
Dopo la cessione di ProntoPro immagina persino un futuro diverso. Ha appena scoperto di aspettare il secondo figlio.
Potrebbe fermarsi. Dedicare tutto il proprio tempo alla famiglia. E probabilmente sarebbe felice anche così.
Quel desiderio di rallentare nasce anche da ciò che ha attraversato negli anni precedenti. Dopo la nascita del primo figlio affronta una depressione postpartum, intraprende un percorso terapeutico e sperimenta anche il burnout. Esperienze che la costringono a guardarsi dentro e che le fanno comprendere quanto sia difficile, ancora oggi, chiedere aiuto.
Nel frattempo il mondo esce dalla pandemia. Anche il tema della salute mentale entra, finalmente, nel dibattito pubblico.
Quello che Silvia ha vissuto sulla propria pelle improvvisamente riguarda milioni di persone.
Si trova così davanti a un incrocio irripetibile: un bisogno sociale enorme, un’esperienza personale che conosce sulla propria pelle e le competenze per costruire una risposta.
Dirà, con la semplicità che attraversa tutto il suo racconto, che non è stata lei a trovare Serenis. È Serenis ad aver trovato lei.
In pochi anni Serenis diventa una delle realtà italiane più riconosciute nel campo del benessere mentale e della medicina digitale. Migliaia di professionisti accompagnano ogni giorno persone che cercano un supporto psicologico, nutrizionale o medico.
Ma, se dovesse scegliere un solo momento da conservare, Silvia non parlerebbe dei finanziamenti raccolti, della crescita o dei riconoscimenti. Ricorderebbe il primo messaggio ricevuto da una persona che le scrive di averle cambiato la vita.
«Da quel momento», racconta, «l’azienda avrebbe anche potuto chiudere. Avevo già capito di aver fatto qualcosa che aveva davvero un impatto.»
È forse questa la parola che attraversa tutta la sua storia. Impatto. Non come sinonimo di crescita. Ma come capacità di migliorare, anche solo un poco, la vita di qualcun altro.
Anche il modo in cui parla dell’equilibrio racconta molto di lei. Non lo immagina come una linea perfettamente diritta. Lo descrive come una curva che cambia con le stagioni della vita.
C’è stato un tempo in cui lavorava quattordici ore al giorno. Oggi, finita la giornata, corre a casa dai suoi figli. Gli aperitivi possono aspettare. Loro no.
Un giorno quei figli leggeranno forse questo racconto. E se dovessero portar via una sola cosa dalla storia della loro madre, lei non spera che vedano una startup di successo. Né una CEO. Né un’imprenditrice. Spera che imparino a cercare qualcosa che li faccia alzare ogni mattina con il desiderio di farlo.
Perché le imprese possono cambiare. La passione con cui si attraversa la vita, invece, è un’eredità che resta.
#ToBeContinued
Andrea Bettini