Javier Castillo – Scrivere per restare in piedi

Javier Castillo, tra gli autori thriller più letti al mondo
Javier Castillo, tra gli autori thriller più letti al mondo

 

Il dolore, a volte, non chiede di essere spiegato. Chiede di essere attraversato. Javier Castillo ha iniziato a scrivere così.

Prima ancora dei milioni di copie vendute, delle classifiche internazionali, delle serie Netflix viste in tutto il mondo, c’è un bambino. Un bambino che legge e che scrive. Non per diventare uno scrittore. Ma per restare in piedi.

Per anni, durante l’infanzia e l’adolescenza, Javier vive una situazione familiare complessa. La madre attraversa un periodo difficile. La casa diventa un luogo fragile, in cui gli equilibri possono cambiare all’improvviso. E lui impara presto una cosa: che la realtà può incrinarsi.

È lì che arrivano i libri, e subito dopo, la scrittura. Non come ambizione. Come rifugio.

Legge e poi scrive. Ogni storia letta diventa una storia da continuare, da reinventare. Nei suoi racconti, spesso, c’è un bambino che riesce a salvare sua madre. Non lo fa consapevolmente. Non lo fa per guarire qualcosa. Lo fa perché è l’unico modo che ha per attraversare quel dolore senza esserne travolto. Molti anni dopo, rileggendo quei testi, capirà che dentro c’era già tutto. Ma in quel momento no. In quel momento sta solo scrivendo.

La vita, intanto, prende un’altra direzione. Studia economia, consegue un master, entra nel mondo della consulenza finanziaria. Fa quello che ci si aspetta da lui. Quello che promette stabilità, sicurezza, futuro. La scrittura resta. Ma resta ai margini. Le sere. I weekend. I momenti rubati. Poi succede qualcosa.

Un sogno. Una scena. Un’intuizione che non si lascia andare. Per la prima volta decide di non fermarsi a un racconto breve. Decide di scrivere un romanzo.

Lo scrive in treno. Nei viaggi di lavoro. Tra una città e l’altra. Non c’è un piano. Non c’è un progetto editoriale. C’è solo il desiderio di vedere dove può arrivare quella storia. Quando finisce, non pensa davvero alla pubblicazione. La manda a qualche casa editrice. Poi cambia idea. Non vuole aspettare. Non ne ha bisogno. La carica su Amazon, quasi per gioco. Per farla leggere agli amici. E lì succede qualcosa che non aveva previsto.

Nel giro di poche settimane, quel libro inizia a diffondersi a una velocità che lui stesso fatica a comprendere. Le email iniziano ad arrivare. Prima decine. Poi centinaia. Poi migliaia. I lettori scrivono, raccontano, chiedono. Le case editrici tornano a cercarlo.

È un’esplosione improvvisa. Quasi incomprensibile. Ma non è quello il momento in cui decide di cambiare vita. Quel momento arriva più tardi. Quando capisce che quella storia non è stata solo letta. È stata vissuta. Perché, per Javier, il punto non è mai stato solo il mistero.

I suoi romanzi funzionano come meccanismi perfetti di suspense. Scompaiono persone, si intrecciano tempi, si aprono enigmi. Il lettore viene catturato, trascinato, tenuto in tensione, ma sotto, c’è sempre qualcos’altro. C’è il dolore. Non come elemento narrativo. Come linguaggio. E dentro quel dolore, c’è sempre una direzione. Una possibilità.

Javier è convinto che ciò che unisce davvero le persone non sia nemmeno l’amore. Perché l’amore cambia, si trasforma, a volte non arriva. Il dolore no. Il dolore è universale. Tutti, in forme diverse, conoscono la perdita, la solitudine, la paura. È lì che le sue storie diventano riconoscibili. Non perché sorprendono. Ma perché toccano qualcosa che chi legge ha già dentro. Per questo i suoi personaggi attraversano il dolore e cercano, ostinatamente, una forma di redenzione.

Il mistero serve a portarti dentro la storia. L’emozione serve a non lasciarti più uscire. Nel tempo, quel modo di scrivere costruisce qualcosa che va oltre una carriera. Costruisce un rapporto. I lettori non sono numeri. Sono storie. C’è chi si presenta a una firma con tutti i suoi libri, dopo anni. Chi è cresciuto insieme ai suoi personaggi. Chi ha attraversato fasi della vita accompagnato da quelle pagine. E poi ci sono gli incontri che cambiano la prospettiva.

Un ragazzo che gli chiede una dedica per la madre. Una dedica per un libro che lei non leggerà mai. Perché è morta dopo aver letto il precedente e lui vuole leggerglielo al cimitero. Oppure una lettrice che gli scrive per dirgli che, forse, quel libro le ha cambiato qualcosa di profondo. Perché era così immersa nella lettura da arrivare in ritardo a un appuntamento, e in quel ritardo ha evitato un incidente.

Sono momenti che spostano tutto. Perché ti fanno capire che un libro non resta dove viene scritto. Viaggia. Entra nelle case, negli ospedali, nei silenzi. Si appoggia a momenti che chi scrive non potrà mai immaginare. E allora cambia anche il significato di successo.

Le serie arrivano dopo. Netflix. Il pubblico globale. Centinaia di milioni di spettatori. È una dimensione enorme. Ma diversa. Una serie mostra. Un libro trasforma. La serie è la stessa per tutti. Il libro no. Il libro è diverso per ogni lettore. Perché si intreccia con la sua vita, con i suoi ricordi, con le sue ferite. È lì che Javier continua a cercare qualcosa. Non la conferma. Non la ripetizione.

Ogni volta che inizia un nuovo romanzo, ha la sensazione di non saper scrivere. Di dover ricominciare da capo. Di dover rischiare di nuovo. Potrebbe replicare ciò che funziona. Potrebbe restare dentro uno schema. Ma sceglie di no. Perché l’unico modo per restare vivo, in quello che fa, è non sapere esattamente cosa succederà. E forse è per questo che, nonostante tutto, non si sente arrivato. Si sente all’inizio. Non di una carriera. Di una ricerca.

Oggi Javier Castillo è uno degli autori più letti della sua generazione. I suoi libri attraversano continenti, lingue, piattaforme. Ma se si sposta lo sguardo, se si tolgono i numeri, resta un’immagine molto più semplice. Un uomo che scrive e che continua a farlo per la stessa ragione da cui tutto è iniziato. Non per essere letto. Ma per capire e, forse, per non perdersi.

Perché alla fine il suo sogno non ha a che fare con le classifiche. Non ha a che fare nemmeno con i libri. Ha a che fare con i suoi figli. Con vederli crescere. Con proteggerne la curiosità. Con lasciarli liberi di immaginare. Con fare, per loro, l’esatto contrario di quello che è stato fatto con lui. E allora tutto torna.

Perché ogni storia, anche la più lontana, anche la più piena di mistero, parte sempre da lì. Da ciò che ci ha fatto male, e da come scegliamo di trasformarlo.

#ToBeContinued
Andrea Bettini