Valentina Sorgato – Scegliere senza sapere perché

Valentina Sorgato, Amministratore Delegato di SMAU
Valentina Sorgato, Amministratore Delegato di SMAU

 

Non è partita da una passione. Non è partita da un piano. È partita da una sensazione difficile da spiegare: quella di dover entrare dentro qualcosa di reale, prima ancora di decidere cosa fare.

Valentina Sorgato è a un passo dalla laurea quando si accorge che, in fondo, non sa davvero cosa significhi lavorare. Ha studiato Economia, ha seguito un percorso lineare, eppure qualcosa manca, il contatto con la realtà. Le mani in pasta. La prova concreta. Così decide di fermarsi un attimo, e di iniziare.

Non sa ancora dove la porterà quella scelta. Non ha una passione dichiarata per la tecnologia, non si considera una “nerd”. Non ha un piano preciso. Sa solo che vuole capire. Entrare dentro qualcosa che sia vivo.

È il 2001 quando incontra Pierantonio Macola. Insieme lavorano a Webbit, un evento dedicato alla new economy che porta in fiera a Padova mille ragazzi con i loro computer, tra cavi, scatoloni e una energia che oggi sembra lontana, ma che allora era pura scoperta. Cinque giorni immersi nel talento emergente, quando Internet era ancora una promessa da costruire.

Per Valentina è un momento preciso, quasi fotografico. “Wow”, lo definisce. Non è una scelta razionale. È qualcosa che si accende, e quando succede, non si spegne più.

Negli anni successivi quella scintilla diventa traiettoria. Una traiettoria lunga oltre vent’anni, che si intreccia con l’evoluzione di SMAU, uno dei brand più riconoscibili dell’innovazione italiana.

Nato nel 1964 come Salone Macchine e Attrezzature per l’Ufficio, SMAU attraversa fasi diverse, fino a smarrire, a un certo punto, il proprio significato. È l’epoca in cui diventa una grande fiera consumer, popolata da studenti in cerca di gadget più che da imprese in cerca di futuro.

È qui che si inserisce il lavoro di Valentina Sorgato e Pierantonio Macola. Non un semplice rilancio, ma una trasformazione profonda.

Quando decidono di rilevare SMAU e ridargli una direzione, scelgono di scommettere su un’idea diversa: non più una fiera, ma una piattaforma. Un luogo di connessione tra chi cerca innovazione e chi la costruisce.

Oggi SMAU è esattamente questo: uno spazio dove ogni anno oltre 50.000 imprese e centinaia di startup si incontrano per generare collaborazioni concrete, attraversando territori, settori e sempre più spesso confini geografici. Non è solo un cambiamento di formato. È un cambiamento di senso.

Dentro questa trasformazione, Valentina cresce insieme al progetto. Non arriva con una visione già definita. La costruisce nel tempo. Per tentativi, per intuizioni, per possibilità colte al momento giusto.

Quando parla dei suoi inizi, usa una parola semplice: fortuna. Poi la precisa meglio. Parla di serendipità. Di attrazione. Seguire ciò che senti. Anche quando non sai spiegarlo.

È quello che fa quando rifiuta un lavoro in banca, che sarebbe stata la scelta più lineare, senza avere un’alternativa chiara. È quello che continua a fare negli anni, lasciando spazio a ciò che funziona, a ciò che genera energia, a ciò che accade. Forse è qui che la fortuna smette di essere casuale, e diventa costruzione.

Nel tempo, il suo contributo prende forma in modo sempre più riconoscibile. Se la visione iniziale di SMAU è quella di creare connessioni sul territorio italiano, la sua firma è portare quelle connessioni oltre i confini. Aprire l’ecosistema italiano all’Europa e poi agli Stati Uniti. Costruire ponti tra imprese, startup, investitori, istituzioni.

Negli ultimi anni SMAU arriva a Berlino, Londra, Parigi, San Francisco. E oggi guarda a New York, seguendo le traiettorie delle grandi aziende italiane che cercano innovazione anche altrove.

Non è solo espansione geografica. È un modo di pensare. L’idea che l’Italia non debba limitarsi a osservare, ma possa essere protagonista dentro un ecosistema più ampio. Che le sue imprese abbiano tutte le carte per giocare un ruolo centrale, spesso più di quanto esse stesse siano portate a credere.

Eppure, nonostante il contesto in cui lavora, Valentina non rincorre l’innovazione come parola. La riduce. La rende concreta. Per lei l’innovazione più utile non è quella che rompe, ma quella che migliora. Non è la disruption, ma il cambiamento incrementale: qualcosa che può essere applicato subito, che genera impatto in tempi brevi, che incide davvero sulle performance di un’azienda. È una visione meno spettacolare, ma più reale, e forse per questo più potente.

Lo stesso approccio lo ritrovi nella sua idea di leadership. La definisce “gentile”. Non nel senso di morbida, ma di capace di lasciare spazio. Lasciare spazio alle persone, senza perdere la direzione. Dare autonomia, senza disperdere il senso. È un equilibrio sottile, che lei stessa riconosce come la parte più complessa del suo lavoro. Le persone, dice, sono la sfida più difficile, e anche la più importante.

C’è poi una dimensione che resta sullo sfondo, ma che in realtà attraversa tutto il suo percorso.

Valentina diventa madre a vent’anni. Costruisce la sua carriera mentre cresce una famiglia, restando sempre legata a Padova, senza mai trasferirsi definitivamente a Milano, pur vivendola per lavoro due o tre giorni alla settimana.

Quando le chiedono come sia stato possibile tenere insieme tutto, la risposta è semplice: non si fa da soli. “Per crescere un figlio ci vuole un villaggio”. Nel suo caso quel villaggio esiste: i nonni, il marito, una rete che rende possibile ciò che da fuori sembra difficile.

Ma c’è anche un’altra convinzione che emerge con chiarezza: se vuoi fare qualcosa, un modo lo trovi. È lo stesso principio che prova a trasmettere ai suoi figli. Seguire ciò che senti. Anche quando non è la strada più ovvia.

Oggi, guardando indietro, Valentina non racconta una carriera costruita a tavolino. Racconta un percorso che si è rivelato nel tempo. Un disegno che forse esisteva già, ma che si è chiarito solo facendolo. Si definisce grata. Soddisfatta, e soprattutto, ancora dentro quel movimento.

Quando prova a immaginare il futuro, non lo descrive con scenari fantascientifici. Non parla di rivoluzioni astratte. Rimane ancorata al presente, come se fosse lì che tutto accade davvero.

Se c’è una direzione, è quella di un mondo più accessibile. Più semplice. Più rapido. Un mondo in cui l’innovazione non sarà qualcosa di cui parlare, ma qualcosa da usare. Esattamente come sta già accadendo.

Forse, alla fine, la traiettoria di Valentina Sorgato è tutta qui. Non in un’idea iniziale. Non in un piano. Ma nella capacità di riconoscere, ogni volta, ciò che vale la pena seguire, e di farlo. Anche senza sapere, all’inizio, perché.

#ToBeContinued
Andrea Bettini