Michelangelo Pistoletto – Il punto in cui le cose si incontrano

L'artista e pittore Michelangelo Pistoletto insieme a Mario Di Paolo, wine designer, fotografo e fondatore di Spazio Di Paolo
L’artista e pittore Michelangelo Pistoletto insieme a Mario Di Paolo, wine designer, fotografo e fondatore di Spazio Di Paolo

 

Al Vinitaly le storie non arrivano mai da sole. Si incontrano.

Qualche mese fa era Mario Di Paolo. La sua arte del togliere. Il suo modo di arrivare all’essenza, sottraendo. Questa volta no. Questa volta Mario è dall’altra parte. Fa le domande. Ascolta. Raccoglie. E al centro c’è Michelangelo Pistoletto.

Mancano poche ore all’apertura dell’edizione 2026 di quello che è il salone più importante a livello internazionale dedicato ai vini e ai distillati. Un momento che, da sempre, è mercato, incontro, visione. Ma che negli ultimi anni ha iniziato a interrogarsi anche su altro: il senso, il linguaggio, la responsabilità.

È qui che prende forma il Vinitaly Design Award. E proprio qui, due traiettorie si incrociano. Da una parte Pistoletto, maestro dell’Arte Povera, chiamato a presiedere la giuria come presidente onorario. Dall’altra Di Paolo, fondatore di Spazio Di Paolo, direttore artistico del premio. Arte e design. Pensiero e progetto. Concetto e materia. Nel mezzo, il vino.

Questa volta non sono io a fare le domande. Non cerco direzioni. Non inseguo risposte. Resto. Ascolto. Osservo. La scena è semplice. Due persone che parlano. Eppure, già dalle prime parole, si capisce che non è una conversazione qualsiasi.

Si parte da un oggetto. Una bottiglia di vino. Ma basta pochissimo perché quell’oggetto smetta di essere un oggetto. Diventa un punto di accesso. Perché per Michelangelo Pistoletto nulla è neutro. Ogni cosa porta con sé memoria, etica, conseguenze. Anche una bottiglia. Anche qualcosa che siamo abituati a considerare quotidiano, quasi invisibile.

L’arte, dice, non è qualcosa che rimane sospeso. Non è un’idea pura. È un prodotto. Nasce da un pensiero, certo. Ma poi si concretizza. Si fa materia. Arriva a qualcuno. E viene, in qualche modo, consumata. Come il vino.

È qui che qualcosa cambia. Perché improvvisamente arte e impresa, arte e consumo, arte e quotidianità smettono di essere mondi separati. Si toccano. Si riconoscono. Affondano nella stessa radice.

Quando parla del vino, non parla davvero del vino. Parla di una forma di nutrimento che non è necessario per vivere, ma che rende la vita più ampia. Più profonda. Più umana.

Parla di spirito. Di emozione. Di quella capacità tutta umana di mettere insieme elementi diversi e generare qualcosa che prima non c’era. In una parola: creare.

Poi, senza forzature, arriva al centro. Il Terzo Paradiso. Un simbolo semplice, quasi elementare. E proprio per questo potente.

Due poli: la natura e l’artificio. E in mezzo, uno spazio. Non è una mediazione. Non è un compromesso. È un punto di incontro. Un luogo in cui ciò che esiste e ciò che l’uomo crea smettono di essere in conflitto e iniziano a dialogare. È lì che nasce qualcosa di nuovo.

Forse non è un caso che questo pensiero emerga proprio qui. Dentro un contesto come il Vinitaly Design Award, dove una bottiglia non è solo contenitore, ma linguaggio. Dove il packaging diventa racconto. Dove la forma diventa responsabilità.

Perché il passaggio successivo è inevitabile. Se possiamo creare, allora siamo responsabili. E la libertà non è mai neutra. Più siamo liberi, più siamo responsabili. Altrimenti succede qualcosa. Il sistema si sbilancia. E usa una parola forte. Droga.

Il consumismo come droga. L’eccesso come perdita di equilibrio. La produzione che supera la misura e diventa distruzione
In quel momento la conversazione cambia ancora. O forse si chiarisce. Perché quello che sembrava un discorso sull’arte diventa, senza dichiararlo, un discorso sulla società. Sull’economia. Sulla politica. Sulle imprese. Su come costruiamo il mondo in cui viviamo.

E allora anche quella bottiglia, da cui tutto era partito, torna. Ma non è più la stessa. Dentro non c’è solo un prodotto. C’è una visione. C’è una responsabilità. C’è un messaggio.

A un certo punto emerge qualcosa di più intimo. Un riconoscimento. Due storie che si sfiorano. Da una parte, chi arriva da una famiglia immersa nell’immagine. Dall’altra, chi è figlio della pittura. Due traiettorie diverse, ma con la stessa origine. L’arte.

E forse è proprio questo che rende naturale questo incontro. Da un lato, il pensiero radicale di Pistoletto. Dall’altro, il lavoro di Di Paolo, che da anni traduce l’identità in forma, portando il design italiano anche oltre oceano, fino alla Napa Valley.

Due linguaggi diversi. Ma lo stesso punto di tensione: trasformare un’idea in qualcosa che esiste.

Verso la fine, resta una sensazione. Non è una risposta. Non è una definizione. È più una direzione. L’equilibrio non è qualcosa che trovi una volta per tutte. È qualcosa che costruisci. Ogni giorno. In ogni gesto. In ogni scelta. Anche nelle più piccole.

Questa volta non ho fatto domande. Non ho cercato di orientare il racconto. Mi sono limitato a restare lì, ad ascoltare. E forse proprio per questo, qualcosa è arrivato in modo diverso. Più diretto. Più essenziale. Come se, per un attimo, fosse possibile vedere davvero quel punto in cui le cose si incontrano.

#ToBeContinued
Andrea Bettini