
C’è un ragazzo di quindici anni che lascia casa. Mantellina sulle spalle, destinazione Venezia. Collegio navale Morosini. Un treno che allora impiegava sei ore. Un distacco che non è fuga, ma scelta.
Molti anni dopo, quell’abitudine al movimento non lo ha mai abbandonato. Ha solo cambiato nome. Oggi si chiama trasformazione, ma per Tommaso Carboni è sempre stata la stessa cosa: salire su un treno prima che sia necessario farlo.
È quell’ora in cui le stazioni sono mezze vuote e i pensieri sono già avanti. Non è solo un trasferimento. È una traiettoria. Il suo filo rosso sembra l’automotive. In realtà è un altro: il movimento. La decisione di cambiare prima che il contesto lo imponga.
Tommaso cresce con due genitori impegnati in multinazionali americane e interiorizza presto un’idea semplice: prima di guidare, bisogna imparare. Così arriva in Ford Motor Company. E lì resta quindici anni. Post-vendita, vendite, marketing, pianificazione, distribuzione. Roma, Milano, Londra. Ogni due o tre anni riparte da zero. Ogni due o tre anni deve dimostrare di nuovo il proprio valore. Non è una carriera lineare. È una palestra.
Quando diventa Direttore Marketing, scopre però un vuoto. Gli manca la tecnologia. Il mondo sta cambiando, i budget si spostano, le conversazioni diventano digitali. Si trova a dialogare con Google e con i grandi player del digitale, e si accorge di un cortocircuito.
«Non condividevano la stessa grammatica». Da una parte giovani talenti digitali. Dall’altra manager automotive cresciuti con altre logiche. Mancava un ponte.
Google cerca qualcuno che traduca. Qualcuno che conosca l’automotive dall’interno, ma parli anche la lingua del tech. Tommaso lascia Ford dopo quindici anni. Porta la famiglia a Londra, per la seconda volta.
Non è un salto di carriera. È un salto di prospettiva. Passa da gestire team numerosi e budget importanti a coordinare una struttura più snella dentro un’organizzazione globale dove l’Europa pesa meno dell’America. È una lezione di umiltà. E anche di limite.
«Io ho bisogno di sporcarmi le mani» racconta. Dopo la multinazionale tradizionale e il gigante tecnologico globale, sceglie una scaleup SaaS, MotorK. Un’azienda in crescita, sostenuta da fondi, che deve scalare rapidamente. Lì porta governance, metodo, disciplina. Non spegne l’energia imprenditoriale. La struttura. È il tentativo di tenere insieme due estremi: la solidità dei processi e la velocità dell’innovazione, e di farlo senza perdere velocità.
Il 6 ottobre 2025 entra in bee2link group Italia come Country Director. La missione dichiarata è ambiziosa: raddoppiare il business in tre anni. Ma quando ne parla, non parte dai numeri. Parte dall’1%.
«Un concessionario oggi vive con margini sotto l’1%. Con l’1% è facile fare +1. È facilissimo fare -2» dice. Il mercato si è contratto. I volumi non sono più quelli di un tempo. Entrano player internazionali con prodotti competitivi. I concessionari si aggregano. La complessità aumenta. In questo scenario, secondo lui, il problema non è vendere un CRM. Non è “comprare il sito”. Il problema è culturale. «Finché sei analogico, sai che ti manca qualcosa. Compri il sito e pensi di essere a posto. È peggio».
Le piattaforme come OpenFlex e Tcar non nascono per aggiungere un tassello isolato, ma per governare l’intera complessità dell’automotive: usato, post-vendita, noleggio, remarketing, marketing predittivo. Tecnologia verticale, costruita per un settore che non può più permettersi inefficienze. Ma la tecnologia, da sola, non basta. È un facilitatore. Non una scorciatoia.
Oggi Tommaso guida un team giovane, motivato, in crescita. La sua ossessione non è il controllo. È la governance.
«Le regole non sono un blocco. Sono ciò che ti permette di muoverti più libero». Vuole persone che decidano, che propongano, che sbaglino se serve. Ma sempre con una regola chiara: lavorare nell’interesse dell’azienda come se fosse la propria. Anche quando non lo è.
Nel raccontarsi usa spesso la parola “caso”. Ma il caso, nel suo percorso, sembra avere un’abitudine precisa: trovarlo pronto. È lui che chiede di andare a Londra. È lui che lascia una multinazionale sicura. È lui che sceglie la scaleup. È lui che continua a muoversi tra città diverse per tenere insieme responsabilità e affetti.
Ha fatto quindici traslochi nella vita. Non è instabilità. È allenamento. A 54 anni non parla di traguardi personali. Parla di trasmissione. «Io sono quello che sono perché ho avuto grandi manager. Ora tocca a me».
Se un ragazzo del suo team gli chiede un consiglio, risponde così: i conti si fanno alla fine. Puoi prendere scorciatoie, puoi accelerare, puoi cercare il vantaggio immediato. Ma nel medio-lungo periodo torna tutto indietro. Con gli interessi. Gestire l’azienda come fosse la propria. Lavorare con coscienza pulita. Non cercare scorciatoie.
In un settore che sta cambiando pelle, forse non servono solo piattaforme evolute o modelli nuovi. Servono persone che abbiano imparato, molto prima, a partire. Anche quando non è ancora chiaro dove porterà il viaggio.
#ToBeContinued
Andrea Bettini