
La bellezza, per qualcuno, è un dettaglio. Per altri, è una scelta. Per Lucia Cuman è diventata una responsabilità.
Il suo percorso nasce dentro un’impresa. Ma prima ancora, dentro un’idea. Nel 1966 suo padre Valentino apre a Marostica un negozio come concessionario Olivetti. Un luogo fatto di macchine, certo. Ma anche di relazioni, di cultura, di visione. Un modo di stare dentro il lavoro che non separa mai il fare dal pensare.
Oggi quell’azienda è STL Design & Tecnologia, e a portarla avanti sono lei e i suoi due fratelli, Marco e Paolo.
Nel tempo, le macchine per scrivere sono diventate ambienti di lavoro. Le vendite sono diventate progetti. I prodotti sono diventati esperienze. Ma il filo non si è mai spezzato. Quelle macchine e quegli oggetti, grazie alla costituzione dell’associazione Elle22, si sono trasformati in un modo per raccontare il pensiero olivettiano e restituire alla comunità questa fonte inesauribile di bellezza attraverso mostre, convegni, spettacoli.
“Offrire conoscenza, cultura e accompagnamento per creare luoghi in cui vivere e lavorare nel benessere e nella bellezza”. Non è qualcosa che si dice. È qualcosa che prende forma, ogni giorno. Perché la bellezza, in STL, non è una questione estetica. È una responsabilità. È il modo in cui si ascolta un cliente. Il modo in cui si progetta uno spazio. Il modo in cui si costruiscono relazioni dentro e fuori l’azienda.
È un’idea che viene da lontano — da quella visione olivettiana che considera la bellezza un valore al pari della verità, della giustizia, dell’amore — ma che Lucia ha fatto propria, rendendola concreta, quotidiana, praticabile. E a un certo punto, questa idea ha preso un’altra forma.
Nel 2020 nasce Stilfibra, un progetto che trasforma scarti di fibre vegetali e plastica riciclata in oggetti di design. La prima è Erbi, una sedia. Comoda, sostenibile, essenziale. Ma non basta. Per essere davvero completa, quella sedia deve fare un altro passo. Deve avere una funzione sociale.
Una parte dei ricavi sostiene infatti un progetto di scolarizzazione in Nepal, “A Scuola con Chiara”, portato avanti da Women For Freedom. È lì che il progetto smette di essere solo prodotto e diventa qualcosa di più.
Lucia conosce l’associazione molto prima di diventarne presidente. Entra come volontaria, insieme al marito Gianfranco. Poi socia. Poi nel consiglio. Poi vicepresidente. Infine, nel 2026, presidente. Un percorso naturale, quasi inevitabile. Ma non per questo leggero.
“Da vicepresidente a presidente cambia tutto. Cambia il livello di responsabilità”. Non è solo una questione di firma, di rappresentanza, di ruolo. È una questione di sguardo.
Women For Freedom nasce nel 2014 con un’intuizione semplice e potente: lavorare perché donne, bambine e bambini possano tornare a essere liberi. Liberi davvero. Non nell’emergenza, ma nel tempo.
Una storia che negli anni ha preso forma attraverso le persone che l’hanno guidata (qui il ritratto della precedente Presidente, Luisa Rizzon, N.d.R.), e che oggi trova in Lucia Cuman una nuova fase. Costruendo autonomia. Restituendo dignità. Accompagnando percorsi di rinascita.
Negli anni, i progetti si sono moltiplicati. In Nepal, ogni anno centinaia di bambine — oltre duecento — vanno a scuola. In Camerun si lavora sulla cultura dell’igiene e del rispetto. In Italia si costruiscono percorsi di autonomia per donne in condizioni di fragilità. E poi c’è la Bolivia.
Nel 2026, dopo la positiva esperienza del centro di accoglienza “Trampolin”, a El Alto (La Paz), Women For Freedom insieme alla Fundacion Munasim Kullakita, inaugura a Cochabamba “Mi Hogar”, un centro di accoglienza per ragazze tra gli 11 e i 17 anni, sopravvissute a tratta e sfruttamento sessuale. Un luogo protetto, pensato per restituire possibilità, attraverso un percorso che unisce supporto psicologico, educazione, formazione.
È il progetto più impegnativo. Per dimensione, per impatto, per responsabilità. Perché qui non si tratta di aiutare. Si tratta di restituire un futuro. Ed è anche il primo grande atto firmato da Lucia come presidente. Ma, ancora una volta, non è solo un progetto. È un modello.
L’idea è chiara: costruire qualcosa che possa essere replicato. Coinvolgere imprese, imprenditrici e imprenditori non solo come finanziatori, ma come parte attiva. Persone disposte a mettere a disposizione competenze, tempo, visione.
Portare dentro l’associazione un pezzo di impresa. Senza snaturarla. Perché se in un’azienda non è bello sprecare, in un’associazione lo è ancora meno. Qui non si gestiscono risorse proprie. Si gestiscono risorse affidate. E allora l’organizzazione diventa un atto etico. Creare processi più chiari. Valorizzare le persone. Liberare tempo per pensare, progettare, immaginare. Non per essere più efficienti. Ma per essere più giusti.
C’è un filo, a questo punto, che tiene insieme tutto. Parte da Marostica, passa per un viaggio in Nepal nel 2018 — che le cambia lo sguardo, ridimensiona i problemi, restituisce il senso del valore delle cose — e arriva fino a Cochabamba. Ma attraversa anche una stanza, ogni lunedì sera. È la sartoria di Women For Freedom. Un gruppo di donne che si ritrova per creare oggetti a partire da materiali di recupero. Borse, accessori, piccoli manufatti. Pezzi unici. Ma il punto non è quello che producono. È quello che accade. Donne che tornano a esprimersi. A riconoscersi. A sentirsi parte di qualcosa. Una comunità dentro la comunità. Ancora una volta, la bellezza. Non come forma. Ma come relazione.
Alla domanda — “chi è Lucia Cuman?” — la risposta non è lineare. È fatta di più livelli. Imprenditrice. Presidente. Volontaria. Sorella. Moglie. Mamma. Figlia. Ma forse tutto si ricompone lì. Nella sua naturale inclinazione a mettersi in relazione. A fare le cose non solo per sé, ma anche per gli altri. A costruire contesti in cui le persone possano stare bene, crescere, ritrovare possibilità.
Perché alla fine, in ogni spazio — che sia un ufficio o una casa di accoglienza — la vera differenza non la fa quello che si vede. La fa quello che si genera. E quando la bellezza smette di essere un’idea e diventa un’azione, non cambia solo le cose. Cambia le vite.
#ToBeContinued
Andrea Bettini