
Prima del lusso, prima di New York, prima di Starbucks, c’è un bambino che corre dietro a un pallone. Non per diventare qualcuno. Ma per trovare un posto dove stare.
Giampaolo Grossi ha cinque anni quando entra per la prima volta in uno spogliatoio. È successo da poco qualcosa che cambia tutto: la perdita della madre. Il calcio, in quel momento, non è uno sport. È un rifugio. È un luogo protetto dove il tempo si riempie, dove le giornate trovano un ritmo, dove si impara a stare insieme agli altri senza dover spiegare troppo.
È lì che comincia tutto. E, in un certo senso, è lì che non finirà mai.
Per anni quel campo diventa casa. Cresce, gioca, sogna. Arriva a portare il calcio fino ai livelli della vecchia C1, centrocampista, con un’idea molto chiara in testa: spingersi il più in alto possibile, fino alla massima serie. Non è un sogno leggero. È una direzione. È il modo in cui prova a costruire un futuro, a dare forma a quella prima mancanza.
Poi, a un certo punto, capisce. Non ci arriverà. Non come aveva immaginato. E quella che potrebbe sembrare una resa diventa, invece, il primo vero atto di consapevolezza. Smettere non è semplice. È una rinuncia che resta addosso. Ma è anche una scelta. E le scelte, quando arrivano presto, segnano.
Così il calcio, poco alla volta, lascia spazio a un altro apprendistato. Giampaolo inizia dietro un bancone, facendo il barman. È un mondo fatto di ritmo, di sguardi che si incrociano, di gesti ripetuti fino a diventare naturali. Un bicchiere servito nel modo giusto, una parola detta al momento giusto. È lì che comincia a intuire che lavorare con le persone significa, prima di tutto, entrare in relazione con loro.
Poi arriva la sala. E con la sala, il lavoro vero. Quello che ti forma. Firenze, la Versilia, ristoranti in cui si impara dal basso: bicchieri da lavare, spazi da riordinare, turni da reggere. Giorno dopo giorno, senza scorciatoie. È in quegli anni che Giampaolo comincia a formarsi davvero. Il passo successivo non è pianificato. È quasi inevitabile.
L’America, in realtà, c’è sempre stata. In un disegno fatto da bambino, conservato dal padre, in cui aveva immaginato la Terra, dove aveva disegnato se stesso, un mondo con scritto “mamma” e, in mezzo, uno shuttle diretto verso gli Stati Uniti. Come se quel movimento fosse già tracciato.
Così, a un certo punto, compra un biglietto. New York. Senza un vero piano, con un inglese scolastico e una convinzione difficile da spiegare: provarci.
L’inizio è duro. I curricula non funzionano, i colloqui nemmeno. Osserva, si misura, si arrabbia. Vede altri lavorare e pensa di essere più preparato, ma non basta. Deve imparare un altro linguaggio. Non solo quello delle parole, ma quello dei contesti, delle dinamiche, delle aspettative.
Il primo approdo è lontano da tutto ciò che aveva immaginato. Un piccolo locale nell’East Village, niente di glamour, niente di prestigioso. È lì che muove i primi passi a Manhattan. È lì che impara cosa significa davvero ricominciare da capo. Anche accettare di essere visto come “l’ultimo arrivato”, quello che ancora non appartiene, quello che qualcuno chiama, con una parola imparata al volo, “bamboccio”. Ma è proprio da lì che qualcosa si mette in moto.
Arriva un’occasione. E questa volta è diversa. Bice, nel cuore di Manhattan. Un contesto più esigente, più esposto. Giampaolo entra in punta di piedi. Parte dal bancone, ma non resta lì. Passa in sala, impara a leggere i clienti, a muoversi dentro un sistema complesso. Per mesi segue il general manager come un’ombra, senza giorni liberi, con pochi soldi, ma con una determinazione che non fa rumore. Fino a quando, un giorno, le chiavi restano a lui.
È un passaggio silenzioso, ma decisivo. Perché in quel momento non sta solo gestendo un ristorante. Sta assumendo una responsabilità. Sta dimostrando, prima di tutto a se stesso, di potercela fare.
Da lì, il percorso si allarga. Diventa General Manager di Bice a New York, in Kuwait e in Florida come Business Development Manager del gruppo. Contesti diversi, culture diverse, livelli di complessità sempre più alti. Ma il filo resta lo stesso: stare in mezzo agli altri, capire le persone, creare un equilibrio.
Quando torna in Italia, dopo anni fuori, non ha intenzione di fermarsi. Entra nel Gruppo Prada e contribuisce al posizionamento di Marchesi 1824 nel segmento del lusso. È un altro mondo. Più strutturato, più esigente. Impara il valore del brand, della coerenza, della gestione della tensione. Ma dentro, qualcosa continua a muoversi. L’America, in qualche modo, chiama ancora.
Inizia a riattivare contatti, a costruire un possibile ritorno. Un nuovo progetto a New York è pronto. Le carte sono quasi definite. Poi, pochi giorni prima di ripartire, arriva una chiamata. Il prefisso che gli appare sul telefonino è quello di Seattle. All’inizio pensa a un errore. Poi capisce. Starbucks.
Quello che segue è un processo lungo, selettivo, quasi inatteso. Colloqui, viaggi, incontri. Fino a quando gli mostrano qualcosa che ancora non esiste: il progetto della Reserve Roastery di Milano.
In quel momento, qualcosa cambia. Decide di restare. Diventa il primo assunto di Starbucks in Italia per costruire quello che diventerà uno dei luoghi simbolo del brand nel mondo. Un progetto complesso, ambizioso, da creare praticamente da zero. Più di trecento persone, ventisei nazionalità, una città intera coinvolta. Ma il momento che segna davvero quel passaggio arriva altrove.
A Seattle, nel quartier generale, durante una riunione, si trova davanti a Howard Schultz. Il fondatore. L’uomo che ha costruito tutto. A un certo punto, la conversazione cambia direzione. Non gli chiede che lavoro faccia. Gli chiede chi sia. Giampaolo inizia a parlare della sua famiglia. Arriva a sua madre. E in quel momento qualcosa si sposta. Non è più una relazione gerarchica. È uno spazio umano.
Poco dopo, però, è un dettaglio a colpirlo. Un espresso servito senza piattino, senza nulla. Un gesto minimo, quasi invisibile. Giampaolo lo guarda e non si capacita. Davanti al fondatore di Starbucks, l’espresso viene servito così, senza quel rituale che in Italia è parte stessa dell’esperienza. Decide di dirlo, che in Italia quel gesto ha un significato diverso. Che non è solo servizio, è cultura. È attenzione. È relazione. Non è una posizione comoda. Ma è autentica.
Quell’osservazione non resta lì. Entra nel progetto. Diventa parte del modo in cui viene pensato e costruito il nuovo store di Milano, lasciando una traccia che, nel tempo, va oltre.
Gli anni in Starbucks sono intensi, straordinari. Ma a un certo punto qualcosa cambia. Cambiano le persone, cambia la direzione. E si allenta quell’allineamento valoriale che per lui è essenziale. E allora fa una scelta. Esce. Non per un’altra opportunità immediata. Ma per coerenza. Perché, quando il sogno smette di avere spazio, restare diventa più difficile che cambiare direzione.
Oggi è amministratore delegato di Giacomo Milano. Un luogo storico della ristorazione italiana, nato nel 1958, diventato nel tempo un punto di riferimento per Milano e non solo. Un luogo dove l’accoglienza è parte dell’identità, dove le persone tornano non solo per ciò che trovano nel piatto, ma per come si sentono.
Non è un caso che sia arrivato lì. Perché, in fondo, tutto il suo percorso lo ha portato in quella direzione: costruire spazi in cui gli altri possano stare bene. È una fase diversa della sua vita. Più riflessiva. Più selettiva. Oggi sceglie le persone con cui lavorare, i progetti in cui investire energie. Cerca contesti in cui riconoscersi, prima ancora che performare.
Resta però una tensione, sottile ma costante. Quella del sogno. Non come un punto di arrivo, ma come una forza che, a volte, ti spinge anche fuori strada. O fuori dagli schemi.
Se guarda avanti, Giampaolo vede ancora lo sport. Non più con le scarpe ai piedi, ma dentro una squadra. In un ruolo diverso, dove tutto ciò che ha imparato può trovare un nuovo spazio. Perché in fondo il filo non si è mai spezzato. È rimasto lì, da quel giorno in cui un bambino di cinque anni è entrato in uno spogliatoio per sentirsi al sicuro.
E forse, oggi, quel filo prende anche un’altra forma. Se dovesse disegnare qualcosa per sua madre, non sarebbe più uno shuttle tra due mondi. Sarebbero lui e lei su di un cavallo al galoppo. Le mani sulle redini, il vento, la natura intorno. Un momento solo loro. Come quando, da bambino, passava ore appoggiato a una staccionata a guardare i cavalli. Animali forti, muscolosi, eppure delicati.
Oggi lo fa ancora. Si ferma, li osserva. E ogni volta, per qualche minuto, ha la sensazione di entrare in uno spazio diverso. Come se dentro quegli occhi ci fosse qualcosa di familiare. Forse lei.
#ToBeContinued
Andrea Bettini