
Nel dibattito sul futuro del lavoro, Cristiano Pechy de Pechujfalu occupa un punto di osservazione particolare. È il punto di chi, ogni giorno, vede cosa accade quando un equilibrio professionale si interrompe e una certezza viene meno. Presidente di AISO – l’Associazione Italiana delle Società di Outplacement – e Managing Director di Talent Solutions ManpowerGroup, Cristiano lavora nel luogo di confine in cui le trasformazioni del mercato incontrano le storie individuali.
È da questo osservatorio, fatto di aziende, persone e transizioni spesso silenziose, che ha maturato una convinzione netta: il lavoro non è soltanto una questione economica o organizzativa. È una dimensione che tocca l’identità, la dignità, la possibilità stessa di immaginare il proprio futuro. E proprio per questo non può essere governato solo con strumenti tecnici, ma richiede attenzione, ascolto, responsabilità.
Quello sguardo, però, non nasce da un ruolo né da una posizione apicale. È il risultato di un percorso che affonda le radici lontano dall’outplacement e dalle politiche attive, in una formazione rigorosa e in una curiosità precoce per le persone.
Cristiano Pechy de Pechujfalu nasce nel 1981 a Venezia, dove frequenta il liceo classico. È lì che impara a convivere con il dubbio, con le domande che non hanno risposte immediate, con il valore del tempo lungo. Accanto a questa impostazione umanistica cresce, quasi in parallelo, una forte attrazione per la tecnologia e per i sistemi complessi. Due tensioni che non si annullano, ma che iniziano presto a dialogare.
Dopo la maturità sceglie l’ingegneria delle telecomunicazioni al Politecnico di Milano. Studia, si misura con il rigore, con la complessità, con l’idea che ogni problema possa essere scomposto e risolto. Vive anche un’esperienza internazionale in Finlandia, alla Helsinki University of Technology, che amplia il suo sguardo e rafforza il senso di apertura verso il mondo.
Il primo approdo professionale, in Siemens, è coerente con questo percorso: ricerca e sviluppo, metodo, struttura.
Eppure, a un certo punto, qualcosa inizia a non tornare del tutto. I sistemi funzionano, i progetti avanzano, ma Cristiano si accorge che ciò che lo tiene davvero sveglio non sono i circuiti, bensì le persone che li progettano, li guidano, li attraversano. Le loro reazioni al cambiamento, le loro paure, le loro ambizioni. Restare nel mondo puramente tecnico comincia a sembrargli una risposta corretta, ma non sufficiente.
È lì che prende forma quella che oggi ama definire una sorta di Ingegneria delle Risorse Umane: applicare metodo, struttura e visione sistemica non ai circuiti, ma alle traiettorie professionali delle persone.
È una sensazione sottile, non una rottura improvvisa. Ma è abbastanza forte da spingerlo, nel 2007, a cambiare direzione.
L’ingresso in Page Group segna l’inizio di un nuovo capitolo. Nel mondo del recruitment Cristiano trova un contesto in cui può finalmente tenere insieme metodo e relazione. Partecipa all’avvio di nuove divisioni, costruisce team, apre mercati, cresce rapidamente fino a entrare nel board italiano.
Sono anni intensi, in cui impara che il lavoro non è mai solo una questione di competenze da incrociare, ma un equilibrio fragile tra aspettative, identità e possibilità. Ogni scelta professionale, capisce, ha un impatto che va ben oltre il perimetro di un contratto.
Questa consapevolezza si approfondisce ulteriormente nelle esperienze successive, all’interno del Gruppo Adecco. In Badenoch & Clark, in Modis Consulting e poi in Lee Hecht Harrison, Cristiano si trova sempre più spesso ad accompagnare persone e organizzazioni nei momenti in cui le certezze si incrinano: riorganizzazioni, fusioni, crisi, cambi di modello. È qui che l’outplacement smette definitivamente di essere una parola tecnica e diventa, per lui, una responsabilità umana.
Nel suo lavoro Cristiano incontra dirigenti e professionisti che entrano nel suo ufficio con un peso addosso difficile da nominare. L’incontro finisce, ma loro restano. Si trattengono qualche minuto in più, poi altri ancora. Non per lavorare, ma per rimandare il momento di tornare a casa e dover spiegare perché quella giornata è diversa dalle altre. Perché il lavoro, improvvisamente, non c’è più.
Cristiano vede il suo ufficio trasformarsi in una soglia. Un luogo di sospensione in cui il tempo si dilata e le parole arrivano a fatica. Silenzi lunghi, sguardi che evitano il futuro, frasi che si interrompono prima di trovare una forma. È lì che tocca con mano cosa significa davvero perdere un lavoro: non solo la fine di un ruolo, ma lo smarrimento di un’identità.
In quei momenti capisce che non servono risposte immediate né soluzioni preconfezionate. Serve restare. Restare abbastanza a lungo da non lasciare solo l’altro nel punto più fragile della sua storia. Da permettergli, poco alla volta, di rimettere insieme i pezzi. Non per tornare come prima, ma per potersi riconoscere ancora come persona, prima che come professionista.
Quando nel 2021 viene eletto Presidente di AISO, Cristiano porta questa visione anche sul piano istituzionale. Non per astrazione, ma per urgenza. Lavora perché l’outplacement venga riconosciuto come uno strumento strutturale, non emergenziale. Come una leva di tutela del capitale umano e di responsabilità sociale. Dialoga con le istituzioni, partecipa al dibattito pubblico, propone modelli capaci di accompagnare il cambiamento prima che diventi trauma.
Parallelamente, nel suo ruolo di Managing Director di Talent Solutions ManpowerGroup, Cristiano continua a muoversi nello stesso spazio di confine. Per lui, parlare di lavoro significa parlare di apprendimento continuo, di riqualificazione, di scelte che vanno sostenute nel tempo. Significa riconoscere che ogni trasformazione organizzativa, se non è accompagnata, lascia tracce profonde nelle persone che la attraversano.
C’è un’esperienza, meno visibile ma decisiva, che aiuta a comprendere il suo modo di stare in questi ruoli. Per dieci anni, da giovane, Cristiano è stato arbitro di calcio. Un ruolo scomodo, spesso solitario. Decidere in pochi istanti, reggere la pressione, essere contestati, restare lucidi nel conflitto. Una scuola severa che gli ha insegnato che l’autorevolezza non nasce dal consenso, ma dalla capacità di restare presenti anche quando la scelta pesa.
Fuori dal lavoro, la famiglia è il luogo in cui queste responsabilità tornano a farsi essenziali. Essere padre lo ha messo di fronte a una verità che non ammette scorciatoie: non puoi chiedere agli altri ciò che non sei disposto a incarnare tu per primo. È lì che il tema dell’esempio smette di essere un principio astratto e diventa pratica quotidiana.
È forse anche per questo che, quando Cristiano incontra i giovani o accompagna qualcuno nei primi passi professionali, non parla mai di carriere perfette. Parla di scelte imperfette, di errori, di passaggi non lineari. Del lavoro come di una storia che ti attraversa, ti mette alla prova e, solo se accetti di starci dentro fino in fondo, ti restituisce senso.
Ci sono lavori che finiscono a fine giornata, e lavori che continuano anche dopo. Quello di Cristiano Pechy de Pechujfalu appartiene alla seconda categoria. Perché stare accanto alle persone nei momenti di passaggio significa portarsi dietro le loro domande, anche quando l’ufficio si svuota e il silenzio prende il posto delle parole.
Cristiano ha scelto di abitare proprio quel confine: il punto in cui il lavoro smette di essere un ruolo e torna a essere una storia fragile, umana, incompleta.
Forse è questo il senso più profondo del suo impegno: restare quando sarebbe più facile andare oltre. Dare tempo, ascolto e dignità a chi, per un tratto di strada, ha bisogno solo di non sentirsi solo. Non per promettere soluzioni immediate. Ma per rendere possibile, ancora una volta, l’idea di futuro.
#ToBeContinued
Andrea Bettini