
La prima volta è un bambino.
Sua madre lo accompagna a quella manifestazione che a Lucca porta fumetti, disegnatori, personaggi, mondi che fino a quel momento esistevano soprattutto nelle pagine e nell’immaginazione. Emanuele Vietina entra.
Molti anni dopo descriverà quel momento come l’ingresso in un’astronave dalla quale non è più sceso.
All’inizio la guarda. Poi comincia a viverla. Diventa volontario, sposta sedie, organizza tornei, impara un mestiere che ancora non sa essere tale. Quando nel 2000 assume la responsabilità dell’area Games ha venticinque anni.
Lucca Comics & Games non è ancora ciò che diventerà. Nemmeno lui. Crescono insieme.
Per Emanuele, soprattutto nei primi anni, la distinzione tra lavoro e vita è quasi impossibile. Ci sono i giochi, le storie, le persone che condividono le stesse passioni. C’è una comunità che lentamente prende forma. E c’è Renato Genovese, direttore della manifestazione e per lui molto più di un responsabile. Un mentore. Un padre formativo.
Gli insegna che prima di dirigere bisogna conoscere ciò che accade sotto. Che dietro un grande evento esistono centinaia di gesti piccoli e invisibili. Che chi vuole far parte davvero di quella storia deve essere disposto, quando serve, anche a spostare le sedie.
Emanuele impara. E corre. Lo fa con quell’energia che possiedono le persone quando sentono di essere esattamente nel luogo in cui devono stare e, nello stesso momento, cominciano a chiedersi se quel luogo sarà abbastanza grande per contenerle.
Nel 2011 ha trentasei anni. È un momento strano della sua vita. Professionalmente è cresciuto molto dentro Lucca Comics & Games. Ha responsabilità, riconoscimento, prospettive. Eppure qualcosa comincia a muoversi.
Arriva quella domanda che prima o poi compare davanti a chi cresce dentro una stessa organizzazione: “adesso dove vai?”
Per qualche tempo la risposta non arriva. Passano altri anni. Emanuele continua a crescere dentro Lucca, fino a diventarne direttore esecutivo. Poi la risposta arriva da lontano. Amazon Game Studios.
Per la prima volta entra in un’organizzazione radicalmente diversa da quella nella quale si è formato. Lucca è sartoriale. Ogni progetto nasce dalla relazione fra la città, i suoi luoghi, le comunità, gli autori, i partner. Amazon rappresenta quasi l’opposto: processi, metriche, project management, responsabilità definite, leadership principles.
Un giorno il direttore degli Amazon Game Studios gli fa una domanda.
«Emanuele, questo è il tuo primo lavoro?»
Lui quasi sorride. Lavora da vent’anni. La risposta che riceve lo spiazza.
«No. Quello di prima non era il tuo lavoro. Era la tua vita.»
La frase rimane lì. Perché contiene una verità che Emanuele aveva bisogno di allontanarsi da Lucca per riuscire a vedere.
Lucca Comics & Games non era semplicemente il posto nel quale aveva lavorato per gran parte della sua vita adulta. Era diventata una parte di lui.
L’esperienza in Amazon sarà breve, ma Emanuele la considera ancora oggi probabilmente la più importante della sua vita professionale. Impara il valore dei processi. L’approccio ai dati. La disciplina del debrief. Il valore del confronto individuale. La costruzione di una leadership. Soprattutto scopre che un’organizzazione non può dipendere soltanto dal carisma di chi la guida. Deve possedere una cultura.
Quando torna a Lucca porta tutto con sé. Anche troppo. Perché all’inizio crede che ciò che ha imparato possa essere trasferito quasi interamente. È affascinato dalla forza dei modelli organizzativi. Pensa, come ammette oggi sorridendo, quasi “sacchianamente” parlando: prima vengono gli schemi, poi i giocatori.
Lucca gli insegnerà ancora una volta qualcosa. Che non funziona così. O almeno, non sempre.
Per un anno e mezzo prova, aggiusta, sbaglia. Introduce processi, costruisce una struttura più manageriale, fa evolvere un’organizzazione che nel frattempo sta crescendo e dialoga sempre più spesso con grandi aziende internazionali.
Poi arriva il 2020, e tutto si ferma.
Per chi organizza uno dei più grandi eventi europei dedicati alla cultura pop, la pandemia non è semplicemente una crisi. È la possibilità concreta che ciò che esisteva fino al giorno prima smetta di esistere.
Lucca Comics & Games potrebbe aspettare. Potrebbe proteggersi. Potrebbe limitarsi a resistere. Non lo fa.
Nel momento in cui il mondo degli eventi si ritira, Lucca prova ad avanzare. Costruisce un evento multicanale: stringe una collaborazione con Amazon, porta il festival sui canali Rai e su RaiPlay e, attraverso la rete dei Campfire, lo dissemina in librerie, fumetterie e negozi specializzati in tutta Italia. Poi sperimenta lo streaming direttamente dai luoghi monumentali della città.
È una scelta rischiosa. Ma appartiene al carattere della manifestazione. Emanuele utilizza una parola precisa per definirlo. Temerarietà.
Lucca, nella sua storia, ha attraversato più volte momenti nei quali sarebbe stato più semplice fermarsi e ogni volta ha scelto di rilanciarsi.
È durante la pandemia, però, che accade qualcosa anche a lui.
Quando tutto diventa difficile, vede chi rimane. Le persone che continuano a crederci. Quelle che tengono in piedi l’organizzazione quando non esiste alcuna certezza sul futuro. Quelle che non stanno semplicemente facendo il proprio mestiere, ma custodiscono qualcosa di più profondo.
Emanuele comprende che gli schemi non vengono prima dei giocatori. Formula allora una regola diversa. Prima le persone. Poi i professionisti. Amazon gli aveva insegnato come costruire un’organizzazione. La pandemia gli insegna per chi costruirla.
Da quel momento le due dimensioni cominciano davvero a stare insieme.
La struttura cresce. Nascono aree, responsabilità, ruoli manageriali, processi. Lucca Crea assume sempre più la fisionomia di un’impresa culturale capace di confrontarsi con grandi player internazionali. Ma continua a voler essere sartoriale.
Emanuele utilizza un paragone automobilistico. Una grande fiera può essere Volkswagen. Lucca, se è brava, deve provare a essere Lamborghini. Non per le dimensioni. Per il modo in cui costruisce ogni progetto.
Oggi Lucca Comics & Games è una manifestazione capace di mettere insieme centinaia di migliaia di persone in una città di poco più di ottantamila abitanti. Un evento internazionale costruito dentro mura rinascimentali, piazze, chiese, palazzi, strade che per alcuni giorni diventano scenografie naturali di mondi apparentemente lontanissimi.
Un martello di Thor davanti a una chiesa. Un personaggio fantasy che attraversa una piazza medievale. Un maestro giapponese dentro un palazzo rinascimentale. Durante una visiting della USC – University of Southern California qualcuno trova la formula giusta: «Only in Lucca you can». Espressione che Emanuele continua a ripetere, perché racchiude contemporaneamente la forza e il limite di questa rassegna.
Perché costruire uno dei più importanti community event dedicati alla cultura pop mondiale dentro una città toscana significa possedere qualcosa che nessun centro fieristico potrà replicare. Significa anche continuare a misurarsi con il mondo.
Emanuele guarda sempre più fuori dall’Italia. Vuole aumentare la dimensione internazionale della manifestazione. Immagina Lucca non soltanto nei cinque giorni del festival, ma durante tutto l’anno. Una piattaforma culturale, fisica e digitale nella quale le comunità possano incontrarsi, riconoscersi, coltivare ciò che amano. Una comunità delle comunità.
Nel frattempo è arrivato il sessantesimo compleanno. Sessant’anni. La parola scelta per raccontarlo è Legacy. Eredità. Sarebbe stato semplice guardarsi indietro. Celebrare gli ospiti, i numeri, le edizioni, le immagini che hanno attraversato generazioni. Lucca ha deciso di fare il contrario. Chiedersi che cosa viene dopo.
Nel poster dell’edizione 2026 Claudio Castellini riunisce personaggi appartenuti alla storia visiva della manifestazione. Poi accade un gesto. Una mano adulta consegna una matita a una mano bambina. Castellini la passa realmente a Louise Stéphant, dieci anni. Non è un oggetto da conservare. È uno strumento da usare.
L’eredità, nella visione di Lucca Comics & Games, non consiste nel custodire fedelmente ciò che qualcuno ha fatto prima. Consiste nel riceverlo e avere il coraggio di modificarlo, e osservando la storia di Emanuele Vietina, ci si accorge che potrebbe essere anche la sua.
Ha ricevuto da Renato Genovese un modo di intendere Lucca. Da Amazon ha ricevuto un metodo. Dalla pandemia una lezione. Dalle migliaia di persone che negli anni hanno attraversato la manifestazione ha ricevuto un’idea di comunità.
Ogni volta ha ricevuto qualcosa. Ogni volta l’ha trasformata e adesso deve prepararsi, prima o poi, a passarla.
Non pensa però che quel momento sia vicino. Quando immagina il 2031 vede ancora molto lavoro davanti.
Vorrebbe poter raccontare di una Lucca Comics & Games capace di vivere trecentosessantacinque giorni l’anno. Di un’organizzazione ancora più solida. Di un brand riconoscibile internazionalmente. Di una piattaforma capace di accompagnare le passioni delle persone ben oltre i giorni di fine ottobre.
Un primo passo esiste già. Si chiama Lucca Legacy: A Comics & Games Story. Il tentativo di trasformare l’esperienza del festival in qualcosa di permanente e, insieme, in una collezione costruita dalla stessa comunità che l’ha resa possibile. Amanti, sognatori, autori, professionisti, e anche quelli che, quando serviva, spostavano le sedie
Ciò che per molto tempo è stato considerato marginale è diventato parte della cultura contemporanea. Fumetti, manga, videogiochi, giochi di ruolo, fantasy non sono più soltanto passatempi. Sono identità. Sono linguaggi attraverso i quali milioni di persone si riconoscono.
Da anni Emanuele racconta Lucca come un luogo nel quale chi arriva possa sentirsi libero di essere ciò che vuole essere. Probabilmente è questo il risultato che gli interessa più di tutti. Non avere costruito soltanto un grande festival. Avere contribuito a costruire un posto nel quale qualcuno possa sentirsi a casa.
Qualche mese fa è arrivato anche un riconoscimento personale importante: la nomina a Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Emanuele l’ha raccontata utilizzando ancora una volta il linguaggio del gioco di ruolo. Nessun cavaliere lo è davvero da solo. Esiste il party. La squadra. Lui, quel titolo, sente semplicemente di essere quello che in questo momento lo tiene in mano.
Anche questa è un’eredità, e forse è proprio qui che il ragazzo che spostava le sedie e il direttore generale tornano a incontrarsi.
Rimane però un’ultima domanda. Quella più semplice. Se potesse tornare indietro e incontrare Emanuele a venticinque anni, cosa gli direbbe?
Potrebbe parlargli di leadership. Di organizzazione. Potrebbe anticipargli Londra, Amazon, la pandemia, i grandi ospiti che un giorno attraverseranno Lucca. Potrebbe dirgli che quella manifestazione nella quale sta investendo tutto diventerà qualcosa di enormemente più grande di quanto riesca a immaginare.
Non gli direbbe niente di tutto questo. Gli direbbe di darsi tempo e di godersela un po’ di più. Perché essere sempre insoddisfatti aiuta a spostare ogni giorno un poco più in alto l’asticella. Ma tutto ha un prezzo e alcune parti della vita, quando sono passate, non si possono rimettere al loro posto.
A cinquant’anni Emanuele lo sa.
Anche questa è una forma di Legacy. Capire che cosa vale la pena consegnare a chi viene dopo, e insieme alla matita, ricordarsi di consegnargli anche il tempo per usarla.
#ToBeContinued
Andrea Bettini