Alessandro Busso e Tommaso Seita – Allenarsi all’incertezza

Tommaso Seita e Alessandro Busso, co-fondatori di Wibo
Tommaso Seita e Alessandro Busso, co-fondatori di Wibo

 

Hanno quindici anni quando si ritrovano nella stessa classe del liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino.

Ricordano poco di come sia cominciata la loro amicizia. Alessandro conserva l’immagine del primo giorno nella nuova classe, dopo che la sua era stata smistata perché rimasta con pochi studenti. Tommaso ricorda ancora meno. Nessuno dei due saprebbe indicare il momento esatto in cui hanno cominciato a scegliersi.

Ricordano, invece, molto bene la prima cosa che hanno costruito insieme.

Al D’Azeglio esiste un giornalino scolastico. Si chiama Impronta. È piccolo, in bianco e nero, stampato su una carta che ai loro occhi potrebbe essere migliore. Anche i contenuti potrebbero esserlo. Decidono di fargli concorrenza.

Nasce Officina Magazine: formato A4, carta patinata opaca, colori, articoli scritti da loro e da altri studenti reclutati nel frattempo. Quando esce un nuovo numero appendono manifesti per il liceo. Qualcuno li fa rimuovere. Loro continuano.

In poco tempo Officina esce dai corridoi del D’Azeglio. Arriva a una tiratura di cinquemila copie distribuite in sedici licei piemontesi. Finita la scuola diventa un progetto online, con una redazione di una sessantina di ragazzi sparsi per l’Italia e circa cinquantamila lettori ogni mese.

Alessandro Busso e Tommaso Seita ancora non lo sanno, ma hanno già cominciato. Più che il giornalismo, li interessa costruire.

Finito il liceo arriva la domanda che accompagna quasi tutti a quell’età: cosa vuoi fare da grande?

Tommaso sceglie Ingegneria al Politecnico di Torino. Alessandro prende una strada diversa. Incerto sulla facoltà, affronta diversi test d’ingresso. Li supera. Medicina gli sembra la sfida più difficile e decide di provarci.

Per tre anni studia per diventare medico. Lo interessano soprattutto le dinamiche umane che incontra lungo quel percorso. Poi comprende che quella strada difficilmente sarà la sua per tutta la vita.

Tommaso, intanto, continua a guardare al mondo delle startup. Lo affascina da tempo. Durante il liceo gli capitava perfino di mettersi a casa, musica nelle orecchie, con un obiettivo: trovare un’idea sulla quale costruire un’impresa. Anni dopo sorriderà di quel metodo.

È probabilmente lui a portare Alessandro più vicino a quel mondo. Alessandro ricorda ancora un evento di StartupItalia a Milano, tra il 2017 e il 2018. Ci vanno insieme. Per lui assomiglia a un’iniziazione.

Alla fine del 2019 decidono di provarci davvero. Tommaso lascia il Politecnico. Alessandro ha lasciato Medicina. Fondano Wibo.

L’idea iniziale è lontanissima dall’azienda di oggi. Vogliono portare sullo smartphone la logica dei quiz televisivi. Ogni sera, alle 21.30, Wibo trasmette in diretta otto domande. Chi riesce a rispondere correttamente a tutte divide il montepremi con gli altri vincitori.

Arriva il 2020. Durante la pandemia gli utenti crescono, ma il modello di business fatica a trovare una propria solidità. I premi dovrebbero essere messi a disposizione dalle aziende in cambio di visibilità. Il meccanismo funziona meno di quanto immaginato.

Cambiano. Prendono la tecnologia sviluppata per i quiz e provano a portarla nelle aziende, trasformandola in uno strumento per rendere più coinvolgenti eventi e momenti formativi.

Parlano con molte organizzazioni. Provano a commercializzare il prodotto. Anche questa strada fatica a decollare. Potrebbero difendere l’idea. Scelgono di ascoltare.

Tommaso usa proprio questa parola quando ripensa a quegli anni. Ascoltare il mercato, anziché innamorarsi dell’idea fino a trasformarla in qualcosa da difendere per principio. È una capacità che hanno imparato facendo.

Nel 2022 si fermano ancora una volta. Due tentativi alle spalle e due intuizioni.

La prima riguarda loro. Nei momenti più complicati avevano cercato persone che fossero già passate da lì: imprenditori ai quali chiedere cosa avessero fatto, dove avessero sbagliato, cosa avrebbero evitato. Avevano scoperto quanto si può imparare da chi una cosa l’ha fatta davvero.

La seconda intuizione arriva dalle aziende incontrate. La formazione manageriale mostra ampi spazi per essere ripensata.

Mettono insieme le due cose.

Nascono percorsi nei quali manager e imprenditori imparano direttamente da executive che quelle decisioni le prendono ogni giorno. Persone disposte a raccontare ciò che ha funzionato e ciò che hanno sbagliato. A loro si affiancano formatori che aiutano a portare quell’esperienza dentro la quotidianità di chi partecipa.

Questa volta il mercato risponde. Wibo comincia a crescere, e mentre cresce, cambia ancora.

È qui che la storia dell’impresa torna a somigliare a quella dei suoi fondatori.

Alessandro dice che un’azienda è, in qualche modo, il prolungamento della personalità e della volontà di agire sul mondo di chi l’ha costruita.

La Wibo iniziale rispondeva al bisogno di dimostrare a loro stessi di essere capaci di costruire qualcosa. Quella successiva a un’altra necessità: imparare.

Oggi ne sentono una terza. Responsabilità.

Guardano alla trasformazione che l’intelligenza artificiale sta producendo nel lavoro e si chiedono come aiutare le organizzazioni a starci dentro. Per farlo partono dalle persone.

Wibo osserva come un’organizzazione lavora, mappa task, competenze e processi e cerca due cose: dove l’intelligenza delle persone può essere sviluppata e dove l’intelligenza artificiale può generare valore.

Da una parte interviene sulla formazione, facendo incontrare manager e persone con Top Executive e AI Expert che portano ciò che hanno imparato sul campo.

Dall’altra lavora sui processi, introducendo l’intelligenza artificiale dove può liberare le persone da attività ripetitive e dispendiose in termini di tempo.

Alessandro usa un’immagine semplice: un «collega digitale» al quale poter delegare alcune attività.

Il punto arriva subito dopo. Che cosa fare del tempo e dell’intelligenza che rimangono alle persone? È lì che Alessandro e Tommaso vedono la parte più interessante della trasformazione.

Da una parte c’è l’intelligenza artificiale. Dall’altra quella umana: emotiva, logica, relazionale, creativa.

Wibo prova a farle dialogare. Ha collaborato con oltre 150 aziende e multinazionali e formato più di 15.000 persone in Italia e all’estero.

Alessandro, però, sceglie una parola diversa dai numeri per raccontare ciò che Wibo rappresenta. «Salvezza». Una parola grande. Lo è stata, prima di tutto, per loro. Per due ragazzi che avevano scelto strade poco lineari e che attraverso questa impresa hanno trovato un luogo nel quale imparare, sbagliare, riprovare, costruire.

Oggi Alessandro attribuisce alla stessa parola una dimensione più ampia. Per lavoro frequenta mondi che stanno attraversando questa trasformazione a velocità differenti. Guarda alla Silicon Valley, pensa all’Europa e sente crescere una responsabilità: aiutare le imprese a prepararsi a ciò che sta arrivando.

Tommaso riporta il ragionamento alle persone. La tecnologia racconta una parte della trasformazione. Il lavoro cambia. A farlo continueranno a essere le persone. Per questo immaginano Wibo nel punto d’incontro. Tra people e tech. Tra intelligenza artificiale e intelligenza umana.

Prima di aiutare le organizzazioni a trasformarsi, Alessandro e Tommaso hanno dovuto imparare a trasformare continuamente ciò che avevano costruito.

Un giornale. Un quiz. Una piattaforma per gli eventi aziendali. Un progetto di formazione. Wibo, oggi. Ogni passaggio conserva qualcosa del precedente. Anche il nome nasce quasi per caso.

Wibo arriva da un generatore di parole. Nessun significato nascosto. Per capire se funzionasse, Tommaso lo dice a sua nonna.
Una settimana dopo è lei a chiedergli: «Allora, come sta andando con Wibo?». Se lo ricordava. Poteva bastare.

Oggi Tommaso Seita è co-founder e CEO di Wibo, Alessandro Busso co-founder. Portano nell’impresa due sensibilità diverse che negli anni hanno imparato a far convivere: Tommaso più vicino alla tecnologia e al prodotto, Alessandro alla comunicazione, allo storytelling e alla dimensione commerciale. Da abbastanza tempo, però, costruiscono nella stessa direzione.

Quando viene chiesto loro cosa direbbero ai due ragazzi seduti oggi negli stessi banchi del D’Azeglio, le risposte finiscono ancora una volta per completarsi.

Alessandro tornerebbe indietro per mettere prima in discussione lo status quo. A diciott’anni ha ascoltato molte voci che sembravano conoscere già la strada: studia questo, fai quello, scegli una professione, costruisci una carriera. Oggi è proprio quella linearità a convincerlo meno.

Tommaso partirebbe da un gesto più semplice: fare. «Buttandosi e facendola». Anche quando manca la certezza di riuscirci. Lui e Alessandro ogni tanto si dicono che, se dovessero costruire oggi la Wibo che hanno impiegato anni a raggiungere, probabilmente ci metterebbero un decimo del tempo. Quegli anni servivano proprio a imparare come farlo.

Alessandro aggiunge un’ultima riflessione. La scuola offre molte certezze. Il futuro chiederà una capacità diversa: allenarsi all’incertezza.

Professioni considerate sicure fino a pochi anni fa stanno già cambiando. Altre cambieranno. Alcune nasceranno. Legare troppo presto la propria identità a un mestiere rischia di diventare un limite. Conviene imparare a guardare ciò che ancora non funziona, e provare a farlo funzionare meglio.

A quindici anni, per Alessandro Busso e Tommaso Seita, era un giornalino scolastico. Hanno cominciato da lì. Da allora continuano a cercare problemi abbastanza grandi da meritare di essere risolti.

#ToBeContinued
Andrea Bettini