Matteo De Fusto – Dare nuova vita a ciò che resta

Matteo De Fusto, amministratore delegato di Lartotecnica
Matteo De Fusto, amministratore delegato di Lartotecnica

 

Ogni giorno, in silenzio, qualcosa torna indietro. Non è un errore. Non è uno scarto. È un ausilio sanitario che ha già attraversato una vita, e che ora rientra per essere rimesso in circolo. Sanificato, riparato, riconsegnato.

È da qui che si può iniziare a capire la storia di Matteo De Fusto. E forse anche il suo modo di stare al mondo.

Matteo ha trent’anni. Un’età che, in molti contesti, è ancora sinonimo di “inizio”. Nel suo caso, invece, coincide già con una responsabilità piena: amministratore delegato di Lartotecnica, un’azienda che oggi conta otto sedi tra Veneto, Emilia-Romagna, Abruzzo e Sicilia e una squadra di 55 persone. Ma la sua non è una storia costruita a tavolino.

Per anni, l’azienda è stata poco più di un’estate. Un modo per “fare qualche soldo”, aiutando il padre durante i periodi di ferie. Una realtà piccola, concreta, fatta di pochi dipendenti e tanto lavoro operativo. Matteo passa da lì, senza davvero pensare che quella potesse diventare la sua strada. Anzi. «Io in azienda non metterò mai piede», si ripeteva.

Poi, nel 2018, arriva una telefonata. Una gara vinta, una nuova filiale da avviare, a Reggio Emilia, e una domanda che somiglia più a una direzione che a una scelta: “Te la senti?”. Accetta, con un accordo chiaro: avviare il progetto e poi tornare a studiare. Non tornerà mai più indietro.

Quando entra davvero in azienda, Matteo non parte dall’alto. Fa tutto. La sanificazione, “la base”. Il furgone, per capire la logistica. L’ufficio, per entrare nei meccanismi amministrativi.

Un percorso che non ha bisogno di essere raccontato come formazione. È esperienza. Diretta, concreta, necessaria. E quando arriva il momento di guidare, nel 2020, lo fa con questa consapevolezza addosso.

Il 2020, però, non è un anno qualsiasi. È l’anno in cui diventa amministratore delegato. Ed è l’anno in cui arriva il Covid. Fino a quel momento, il settore stava cambiando direzione. Le logiche delle gare pubbliche stavano spingendo sempre più verso l’acquisto del nuovo: meno riparazioni, meno sanificazione, più sostituzione. Più veloce, apparentemente più conveniente.

Per chi, come Lartotecnica, lavora sulla vita completa degli ausili – dalla consegna alla manutenzione, fino al loro recupero – questo significava una progressiva perdita di senso. Poi qualcosa si interrompe.

Le catene di approvvigionamento si bloccano. I costi salgono. Il “nuovo” non è più così accessibile. E improvvisamente ciò che sembrava superato torna ad essere necessario. La sanificazione torna centrale. La riparazione torna ad avere valore. Lo spreco torna ad essere una questione concreta. Non è una rivincita. È un riequilibrio. E Matteo si trova esattamente nel punto giusto per intercettarlo.

Negli anni successivi, l’azienda cresce. Non per inerzia, ma per movimento. Nuove sedi, nuovi territori. Sicilia, Abruzzo. Una presenza che si allarga, seguendo la logica delle gare pubbliche. ma anche una visione più ampia: portare questo modello su scala nazionale.

Il fatturato cresce, passando da circa 2,8 milioni nel 2019 a quasi 5 milioni nel 2025. Ma non è questo il dato che racconta davvero la direzione. C’è qualcosa di più sottile.

Matteo, nel frattempo, cambia. Diventa più diplomatico, dice. Impara a mediare. A stare dentro dinamiche che, a ventitré anni, non si vedono ancora chiaramente. Non è stato immediato. Essere “il figlio del titolare” è una posizione ambigua. Soprattutto quando hai poco più di vent’anni e ti trovi davanti fornitori abituati a trattare con persone molto più esperte.

All’inizio, serve alzare il tono. Farsi riconoscere. Dimostrare che dietro quell’età c’è una visione. Poi, con il tempo, cambia la postura. Non serve più dimostrare. Serve guidare.

Accanto all’azienda, Matteo costruisce anche altro. Un birrificio artigianale, nato con alcuni amici. Una vita che si sposta, anche geograficamente, in Umbria, a Spello, per stare più vicino ai nuovi territori. E nel frattempo diventa padre. È lì che qualcosa si riallinea.

Un giorno, mentre il figlio gli parla con quella naturale autorevolezza che solo i bambini hanno, suo padre lo guarda e gli dice: “Adesso capisci come mi sento io”. È una frase semplice. Ma dentro c’è un passaggio. Da figlio a padre. Da esecuzione a responsabilità.

E poi c’è la visione. Non nasce in una riunione. Non nasce da un piano industriale. Nasce da quello che ha visto. Anziani lasciati soli, in case che diventano prigioni. Scale che non si possono più scendere. Porte che diventano barriere. «Mi piange il cuore», dice. E allora la direzione si sposta ancora. Non è più solo un tema di ausili sanitari. Non è più solo un tema di azienda. È un tema culturale.

Cambiare il modo in cui guardiamo le barriere architettoniche. Non solo come problema tecnico, ma come responsabilità collettiva. Costruire un dialogo tra chi decide e chi vive davvero quei limiti ogni giorno. Perché le leggi, da sole, non bastano. Servono competenza, esperienza, ascolto. Servono persone che conoscano la materia non per teoria, ma per realtà.

Forse è qui che tutto torna. Nel fatto che il suo lavoro inizi sempre da ciò che resta. Da ciò che viene restituito, dimenticato, lasciato indietro. Un ausilio sanitario. Una persona. Un’opportunità. E nella capacità di vedere, dentro quella fine apparente, un nuovo inizio possibile. Non per principio. Per necessità.

#ToBeContinued
Andrea Bettini