
Entrare in una storia che dura da più di centosessant’anni non è mai un semplice incarico. È una responsabilità silenziosa, che si misura prima di tutto nel modo in cui scegli di ascoltare ciò che è stato.
Quando Massimo Pozzetti arriva in Pastiglie Leone nel maggio del 2021, capisce subito che la vera sfida non è “fare” qualcosa, ma dare una direzione a qualcosa che esiste già nel cuore delle persone.
Leone è un’icona della confetteria premium italiana: una di quelle presenze che non hanno bisogno di presentazioni, perché vivono nei ricordi, nei gesti, nelle piccole abitudini. Ma proprio le icone, a volte, rischiano la forma più sottile dell’immobilità: essere amate e, insieme, essere date per scontate. Custodire non significa imbalsamare. Significa tenere vivo. E tenere vivo, in un’azienda, passa spesso da ciò che non si vede.
Pozzetti è un manager del largo consumo, abituato alla crescita e al change management, e porta questa postura al servizio di una trasformazione che non può permettersi retorica. Non arriva con la tentazione di “reinventare” Leone. Arriva con una domanda più concreta: quali condizioni servono perché questa storia possa continuare a generare futuro? La risposta comincia dalla fiducia.
La proprietà — Luca Barilla e Michela Petronio, che hanno acquisito Pastiglie Leone nel 2018 insieme ai figli — non cerca un semplice esecutore, ma una guida capace di rispettare l’identità e, allo stesso tempo, di avere coraggio industriale. È qui che il metodo di Massimo si fa quasi rituale: formalizzare, condividere, rendere leggibile.
Ogni anno restituisce un documento essenziale e trasparente, looking back, looking forward: ciò che ha funzionato, ciò che no, gli errori, le scelte future. È un modo per creare un legame sano tra chi possiede e chi gestisce. Non un esercizio di stile, ma una forma di responsabilità.
Poi viene il lavoro silenzioso. Sistemi, processi, dati. Investimenti che non fanno rumore, ma cambiano la sostanza. Strumenti per leggere meglio la realtà, per trasformare le informazioni in decisioni. Non per diventare “grandi” nel modo in cui lo sono le multinazionali, ma per restare rapidi nel modo in cui spesso le multinazionali non riescono più a essere.
Pozzetti lo dice con una chiarezza quasi disarmante: il vero vantaggio competitivo di una realtà come Leone è il time to market. Se sei un colosso, tra un’idea e uno scaffale possono passare mesi. Qui, invece, si decide in tre, in cinque. Si prova, si aggiusta, si riparte. In questa agilità c’è una possibilità concreta: intercettare un insight, cogliere un linguaggio, lanciare un prodotto senza perdere tempo.
Ma la velocità, da sola, non basta. Serve qualità di pensiero. E allora arriva una scelta controintuitiva per un’azienda ancora snella: investire in persone di grande esperienza. Portare dentro competenze mature, sguardi allenati, provenienze diverse. Non per appesantire la struttura, ma per accelerare l’apprendimento. La trasformazione, per Massimo, non è mai un atto solitario.
È in questo quadro che Leone inizia a parlarsi in un modo nuovo. Non smette di essere Leone — il cuore resta saldo — ma si allena a ragionare come una realtà più reattiva, più consapevole, capace di dialogare con il mercato e con i linguaggi contemporanei. Nuovi prodotti, nuovi canali, una relazione più diretta con le persone. Non per inseguire le mode, ma per non lasciare che la propria storia venga raccontata da altri.
A un certo punto, però, la visione chiede un luogo. Accanto all’attuale sede di Collegno sta prendendo forma un progetto che dice molto del modo in cui Massimo immagina il futuro: la Fabbrica della Felicità. Non un semplice stabilimento, ma un hub capace di unire produzione ed esperienza. Da una parte, nuove linee e nuove categorie; dall’altra, un percorso visitabile, interattivo, pensato per accogliere le persone e farle entrare nel mondo Leone. L’obiettivo è arrivare ad accogliere fino a centomila visitatori all’anno e aprire a settembre 2026. Un investimento industriale che è anche un progetto culturale: rendere visibile il lavoro, aprire le porte, trasformare la fabbrica in un luogo da vivere.
In filigrana, c’è un’idea semplice e potente: un’azienda che non ha paura di farsi vedere mentre lavora è un’azienda che crede davvero nella propria identità. Ed è qui che riaffiora l’uomo, non solo il CEO.
Massimo ha sempre viaggiato molto. Non per collezionare luoghi, ma per conoscere culture. Per lui la diversità non è un valore astratto, ma una palestra quotidiana: ti costringe a guardare le cose da angolazioni diverse, ed è spesso lì che nascono soluzioni nuove. È uno sguardo che ha portato in azienda e che ha condiviso anche con la sua famiglia, con i suoi quattro figli.
Tra tutti i viaggi, l’Africa è rimasta una presenza costante. Un luogo che lo ha attratto a tal punto da immaginare, ai tempi di Unilever, persino di andarci a vivere. Non per spirito di avventura, ma per il desiderio autentico di comprendere. È la stessa disposizione che oggi guida il suo modo di costruire i team: cercare la differenza non per tollerarla, ma perché è generativa.
A questo sguardo aperto si lega un’altra passione: la politica estera. Un modo per leggere il mondo come sistema, per non ridurre la complessità a semplificazioni comode. Ed è forse anche per questo che, superati i cinquant’anni, Massimo si trova in una fase in cui l’apprendimento non è un’opzione, ma una disciplina. Continua a studiare, a fare corsi, a rimettersi in discussione. Una volta ci si poteva sedere sul proprio know-how. Oggi no. E per lui, paradossalmente, è anche bello: è il segno che non si è finiti, che si può ancora crescere.
Custodire senza fermarsi, allora, non è solo un titolo. È una postura. È il modo di guidare un’icona senza trasformarla in un museo. È tenere insieme ciò che conta — identità, qualità, storia — e ciò che serve — metodo, persone, visione — perché quel marchio continui a significare qualcosa anche domani.
#ToBeContinued
Andrea Bettini