Sandro Zara – L’eleganza è una ruota perfetta

Sandro Zara, fondatore del Tabarrificio Veneto
Sandro Zara, fondatore del Tabarrificio Veneto

 

C’è chi inventa per lasciare un segno nel presente. E c’è chi, come Sandro Zara, ha scelto di attualizzare ciò che il tempo stava per dimenticare. Non per nostalgia, ma per rispetto. Perché alcune cose — un tessuto, un taglio, un gesto — funzionano ancora oggi esattamente per lo stesso motivo per cui funzionavano ieri: erano intelligenti.

È una convinzione che non nasce a tavolino, ma molto prima. Quando Sandro Zara è ancora un ragazzo e lavora nei grandi magazzini Coin. È lì che impara a guardare davvero i tessuti, a toccarli, a riconoscerne il carattere. Un’educazione pratica, affinata poi nel mondo dei lanifici, che gli permette di attraversare le mode senza mai subirle: l’avvento dei jeans, le prime intuizioni sul cambiamento del gusto, la stima conquistata sul campo. Ma sotto ogni tendenza resta sempre un punto fermo: la lana, la trama, il peso giusto. La materia prima come linguaggio.

Quando, all’inizio degli anni Settanta, decide di rimettere al centro il tabarro, Sandro Zara non sta lanciando un prodotto. Sta compiendo un atto culturale. Quel capo, nel frattempo, era diventato marginale, quasi invisibile. Sopravviveva più nei ricordi che nella vita quotidiana, associato a un mondo povero, a un uso superato, a una memoria che sembrava non avere più cittadinanza nel presente.

Eppure lui vede altro. Vede un capo essenziale, progettato bene. Sei metri di tessuto, una sola cucitura, il taglio al vivo, un collo costruito per proteggere davvero. Una forma compiuta, senza sprechi. È qui che prende senso una frase che diventerà quasi un manifesto: “L’eleganza è una ruota perfetta”. Un’eleganza che non ha bisogno di ornamenti, perché è già tutta nel gesto.

Nel 1974 nasce il Tabarrificio Veneto, il primo in Italia. Non una fabbrica, ma uno spazio della memoria, dove passato e futuro convivono. Un luogo in cui il tabarro viene studiato, compreso, ricostruito con rigore. Le ricerche negli archivi, nei musei, nelle case della terraferma e della laguna riportano alla luce modelli, misure, tessuti capaci di proteggere dal vento e dal freddo. Il tabarro torna a essere ciò che è sempre stato: un capo che non copre soltanto, ma rivela.

La strada, però, non è semplice. Il mercato fatica a capire. L’uso si è perso, la memoria pure. Il successo non è immediato. Attorno a lui non mancano dubbi e resistenze, anche in famiglia, dove la razionalità suggerirebbe scelte più prudenti. Perché insistere su qualcosa che sembra appartenere a un altro tempo?

Sandro Zara resta. Resta mentre soffiano venti contrari. Non per testardaggine, ma per coerenza. Perché fare impresa, per lui, non è inseguire ciò che funziona oggi, ma credere in ciò che ha senso anche domani. È una fedeltà silenziosa, che col tempo viene ripagata. Il tabarro torna a essere indossato. Torna a raccontare. Torna a restituire un senso di protezione e di appartenenza.

Da qui nasce poi Barena Venezia. Non come diversificazione, ma come evoluzione naturale. Dal mondo del lavoro, dagli archivi, dagli armadi veri. Dalla laguna, luogo di transizione per eccellenza, né terra né mare, dove tutto si riduce all’essenziale.

Barena cresce stagione dopo stagione, mantenendo al centro i tessuti e il dialogo continuo tra passato e presente. Con l’ingresso dei figli, l’impresa diventa pienamente familiare. La storia continua, senza perdere il filo.

C’è poi un gesto ancora diverso, più intimo, più libero: Cini Venezia. Qui il mercato resta sullo sfondo. Cini nasce dall’incontro con un archivio storico e da un lavoro paziente di ricostruzione. Un lungo filo di lana che attraversa i secoli, rimesso in ordine con rispetto e passione. È un progetto che nasce anche da un cammino condiviso, da un’amicizia, da un dialogo che assomiglia più a un pellegrinaggio che a un’operazione industriale.

Cini è il lusso della libertà. Il luogo in cui Sandro Zara può permettersi di fare solo ciò che sente necessario. Non per vanità, ma per esigenza interiore. Perché alcune cose vanno fatte anche se non sono immediate, anche se non sono scalabili. Anche se chiedono tempo.

Dentro questo percorso, fatto di archivi, tessuti e scelte controcorrente, c’è anche una dimensione più sotterranea. Una dimensione musicale. C’è una melodia che ritorna, Amapola. Una musica che Sandro Zara riconosce come sua, che lo riporta al padre, a un altro tempo. Una musica che non si spiega, ma si sente.

E c’è anche un ritmo, quello del tango, che affiora come metafora più che come racconto. Un ballo che non si improvvisa, che esiste solo se si ascolta l’altro. Un passo alla volta. Forse è lì che tutto si ricompone. Fare impresa, come una ruota perfetta, significa trovare la misura. Non forzare il tempo. Entrarci in sintonia.

Quando gli si chiede chi è davvero, Sandro Zara risponde senza costruzioni. Dice che lui si vede “da dentro”, mentre gli altri lo leggono “da fuori”. Poi semplifica tutto: ha fatto le cose che gli piacevano. È andata bene. E se anche non fosse andata così, probabilmente non avrebbe saputo fare diversamente.

Perché custodire il tempo, prima ancora che un lavoro, è un modo di stare al mondo.

 

Ph. Credits: Ramon Zuliani

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Andrea Bettini