Giuliano Claudio Dal Pozzo – L’uomo che ha tenuto insieme bontà e profitto

Giuliano Claudio Dal Pozzo, imprenditore
Giuliano Claudio Dal Pozzo, imprenditore

 

C’è un diploma, appeso a una parete, che racconta più di qualsiasi biografia. È appeso nel suo ufficio, all’interno dello showroom di via Mazzini 24, a Grisignano di Zocco. Non in un archivio, non in una teca, ma nel luogo dove ancora oggi si lavora. Carta ingiallita, calligrafia elegante. “Diploma d’Onore per bontà e profitto”. Direzione didattica di Camisano Vicentino, anno scolastico 1956–57.

Giuliano “Claudio” Dal Pozzo era un bambino. E forse, senza saperlo, era già tutto scritto. Perché in quella doppia misura – bontà e profitto, insieme – c’è già l’intera traiettoria di una vita. Non come contraddizione, ma come equilibrio. Non come slogan, ma come metodo.

Dal Pozzo nasce in un’epoca in cui il tempo non si sprecava. Si lavorava la terra, si aspettava la stagione giusta, si facevano i conti con ciò che c’era. Il cibo non mancava, racconta, ma mancavano molte altre cose: vestiti, possibilità, perfino l’idea che studiare fosse un diritto. A undici anni era già nei campi. Non per scelta, ma per necessità. “Questo è l’aratro, questo è il trattore”, gli dissero. E si cominciava.

Eppure, dentro quella vita agricola, qualcosa si depositava. Uno sguardo. Un modo di osservare. La memoria delle decisioni prese al momento giusto. Come quando il padre vendette il grano in anticipo, a gennaio, invece di aspettare la primavera. Il prezzo era buono, più alto di quello che sarebbe arrivato dopo. “Meglio così”, si disse allora. E in effetti, ad aprile, il mercato scese.

Quella scelta rimase impressa nella testa di un bambino di otto anni. Non come un colpo di fortuna, ma come una lezione silenziosa: capire quando è il momento. Non aspettare per principio. Non inseguire sempre l’aumento. Vendere quando le condizioni sono giuste, non quando lo speri. Da lì, forse, nasce il suo rapporto con il tempo. Non come qualcosa da battere, ma da ascoltare. Perché il tempo, se lo sai leggere, lavora con te.

Quando finalmente arriva la possibilità di studiare, non sceglie il percorso più astratto, ma quello che poteva servirgli davvero. L’avviamento professionale. Misure, geometria applicata, rappresentazione tecnica. Ancora una volta: mani e testa insieme. È lì che il disegno entra nella sua vita. Non come arte, ma come strumento per pensare. Per immaginare soluzioni prima ancora dei problemi.

Il passaggio dall’agricoltura al commercio non è un salto, ma una trasformazione. Come tutte quelle che verranno dopo. Dal trattore agli elettrodomestici, dai mobili agli immobili, dai negozi ai cantieri. Sempre senza strappi. Sempre per addizione. Un passo alla volta.

Dal Pozzo non ha mai inseguito il mercato. Ha sempre cercato di anticiparlo, partendo da una domanda semplice: che problema sto risolvendo?

È così che nascono cucine diverse, soluzioni fuori standard, scelte che all’inizio sembrano esagerate e poi diventano inevitabili. È così che un giorno entra in negozio un cliente – un dentista – che non chiede quanto costi un forno, ma chiede di risolvere un problema concreto: la cucina è destinata a una persona molto bassa, e un dettaglio sbagliato rischia di trasformarsi in un ostacolo quotidiano. “Non le ho chiesto il minor prezzo”, dice. “Le ho chiesto di risolvermi il problema”.

Dal Pozzo capisce tutto in quel momento. Capisce che il valore non coincide mai con il prezzo. Che la qualità non è un lusso. Che la bellezza arriva dopo che hai risolto ciò che conta davvero.

L’incontro con Caterina arriva presto, e non resta confinato alla vita privata. È un colpo di fulmine che diventa direzione. Si sposano il 29 dicembre 1971, e quel passaggio – anche per come la vita si stringe attorno a loro – finisce per accelerare tutto il resto.

È con lei che la famiglia trova un asse stabile. Ed è in quel tempo, proprio in quel cambio di stagione, che prende forma anche la svolta del lavoro: l’appoggio al negozio già avviato dal fratello, l’ingresso negli elettrodomestici, la campagna che smette di essere l’unico orizzonte.

Caterina non è una presenza sullo sfondo: è struttura, memoria, continuità. Quella parte silenziosa che tiene insieme le cose mentre accadono.

Da quel momento in poi, nulla è più solo personale. Ogni scelta pesa di più, perché riguarda altri, perché costruisce qualcosa che deve reggere nel tempo. È anche per questo che Dal Pozzo non è mai stato un uomo accomodante. Non fa sconti. Né a sé, né agli altri. Non per durezza, ma per responsabilità.

Col tempo, quella fermezza si rivela per ciò che è davvero: una forma di rispetto. La sua è un’autorità che nasce dalla coerenza. Dal dire e fare la stessa cosa, per decenni.

Quando il commercio non basta più, arriva l’immobiliare. Ma anche qui, niente scorciatoie. Si compra, si costruisce, si trasforma. Si migliora ciò che esiste. I suoi appunti conservati lo dimostrano: una linea del tempo scritta a mano, asciutta, senza commenti. Date, luoghi, metri quadri. Nessuna enfasi. Solo fatti. Come se dicesse: contano loro, non io.

La cascina di famiglia diventa un altro snodo decisivo. Un luogo antico, agricolo, che poteva restare tale o diventare qualcos’altro. Diventa uno spazio vissuto. Campi, sport, incontri, comunità. Anche qui, nessuna nostalgia. Solo una domanda: che senso può avere oggi?

Dal Pozzo non costruisce edifici. Costruisce contesti. E contribuisce a far crescere le persone. Anche dentro la sua famiglia. Perché a un certo punto una vita non si misura più solo per ciò che ha alzato in piedi, ma per ciò che ha saputo consegnare senza trattenerlo.

I figli crescono e prendono forma ciascuno a modo proprio. Gianni, il primogenito, sceglie un’altra direzione. Non un’altra vita, ma un altro campo di gioco. Resta vicino, ma decide di misurarsi fuori dall’azienda di famiglia, costruendo nel tempo un percorso solido e riconosciuto nel mondo della consulenza. Un cammino che lo definisce per ciò che realizza, per il valore che porta.

Gionata sceglie di stare dentro l’impresa, assumendosi la responsabilità di portare avanti la parte legata all’architettura, al design e all’interior. Con il negozio di arredo e con Ottagono, dà continuità a una visione che evolve: non per ripetere ciò che è stato, ma per farlo avanzare, aggiornandone i linguaggi e gli strumenti.

Natascia porta il suo percorso fuori dai confini italiani. Vive in Francia e lavora nel mondo del lusso, muovendosi tra gestione, relazione e sviluppo. Un’esperienza che le ha dato uno sguardo internazionale e una sensibilità diversa, maturata lontano, ma non distante dai valori con cui è cresciuta.

Nessuno è stato trattenuto. Nessuno è stato spinto. Perché educare, per Dal Pozzo, non è mai stato replicare sé stesso, ma permettere agli altri di diventare altro.

E poi arrivano i nipoti. Le generazioni che si allargano. Tredici persone, dice. Non come un numero, ma come un orizzonte. Perché certe imprese non sono solo aziende. Sono traiettorie familiari che, se crescono bene, diventano terreno buono anche per chi viene dopo.

È anche per questo che, a un certo punto, ha imparato a spostarsi di lato. Delegare non come atto formale, ma come scelta interiore. Capire quando la propria firma non serve più. Quando è sufficiente esserci per un’idea, un consiglio, una visione. Senza occupare spazio.

“Avrei voluto smettere a sessant’anni”, dice. “L’ho pensato tante volte”. Non ci è riuscito. Non per attaccamento al potere. Per curiosità. Perché la testa continua a lavorare, a osservare, a collegare. Anche oggi, parla di intelligenza artificiale senza paura. Non la subisce. La guarda. Come ha sempre fatto con tutto il resto.

Dal Pozzo da qualche giorno ha compiuto ottant’anni e non celebra sé stesso. Ringrazia. I collaboratori, prima di tutto. Perché sa che un’impresa solida non nasce dal carisma di uno solo, ma da un lavoro fatto di attenzione, correttezza, responsabilità. Le stesse parole che avrebbe potuto usare quel bambino premiato per bontà e profitto.

E forse è proprio questo il punto. Giuliano “Claudio” Dal Pozzo non ha mai cercato di diventare qualcun altro. Ha solo continuato, per tutta la vita, a tenere insieme le due cose. Con rigore. Con cura.

#ToBeContinued
Andrea Bettini